Sulle nomine la Meloni sceglie la competenza e non la caccia alla poltrona

Anche a giudicare dai risultati delle elezioni in Molise, la strategia della sinistra di dipingere il premier come assetato di potere e di poltrone, non sembra stia funzionando granché. L’ultima tornata di nomine parla da sola. I giornali scrivono che, dopo il consiglio dei ministri che le ha ratificate, qualcuno avrebbe sussurrato nei palazzi: “Sembra quasi che Mario Draghi non se ne sia mai andato”. Una politica sobria che punta su personalità di riconosciuta stima, piuttosto che su personaggi “di area”, divisivi o rumorosi. Chi entra e chi esce? C’è Vittorio Rizzi, nuovo vicecapo vicario della Polizia, e c'è Carlo Dall'Oppio che guiderà il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Ma i pesci grossi, quelli che determinano lo stile della scelta meloniana – più burocratica che di partito – sono due.

Il primo è il generalissimo Francesco Paolo Figliuolo, indicato come commissario straordinario per la ricostruzione dopo l’alluvione in Emilia Romagna. L’eroe della campagna vaccinale, portato alla notorietà dal governo Draghi e da Roberto Speranza. Il Pd, che voleva per quel posto Bonaccini, è rimasto spiazzato: si lamenta, ma col silenziatore. “Prendiamo atto – dice Bonaccini - che il governo, dopo due lunghi mesi di gestazione, ha scelto un modello centralistico. Una scelta che reputiamo sbagliata ma che vede la nomina di una persona con cui abbiamo collaborato bene durante la pandemia”. Come dire, vorremmo protestare, ma sarebbe comico, di fronte a un nome che abbiamo portato in processione fino a ieri.

L’altra nomina di peso è il successore di Ignazio Visco alla Banca d’Italia, praticamente la stessa persona che avrebbe scelto Mario Draghi se fosse rimasto al suo posto. Parliamo di Fabio Panetta, a lungo nel board della Bce, papabile in passato per la poltrona al ministero dell’Economia. E’ considerato una colomba monetaria, critico sul rialzo dei tassi, che a suo dire potrebbe favorire eccessivamente il rischio recessione. Ma sicuramente non si tratta di un pericoloso sovversivo: prova ne sia la stima di cui gode nelle sacre stanze dei palazzi romani, Quirinale in primis.

Insomma, Giorgia Meloni ha deciso (anche a costo di provocare attriti con l’alleato più ingombrante, la Lega) di proseguire sulla strada della sobrietà draghiana, quando si parla di poltrone. I numeri sono dalla sua parte, e le avrebbero consentito di sparecchiare il tavolo senza tanti complimenti (come molti hanno fatto prima di lei, soprattutto sul fronte avversario). Di fatto si prosegue a passo felpato, lasciando all’opposizione pochi spunti di polemica. Se non quelli della Rai, dove, a conti fatti, l’unico spoil system applicato è quello ai danni di Fabio Fazio e Lucia Annunziata, autoproclamatisi martiri del regime dopo aver firmato liberamente la buonuscita, e nel caso di Fazio, contratti milionari. In definitiva, un po’ poco, per gridare all’”occupazione militare” delle destre.

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