Matilde D'Errico: "Vi racconto l'incredibile viaggio di Io scrivo"

Parlare di sofferenza in tv ribaltando ogni cliché, toccare con mano la sofferenza e dare alle donne gli strumenti per raccontarsi e raccontare la sberla di emozioni che genera la diagnosi e la cura del tumore al seno. È un viaggio ambizioso quello intrapreso da Matilde D’Errico con Io scrivo, il docu-film in onda su Rai 3 in prima serata sabato 4 gennaio, che racconta – fuori e dentro l’ospedale - la vita di dodici donne in cura al Policlinico Gemelli di Roma, che hanno frequentano il laboratorio di scrittura pensato dalla regista e sceneggiatrice, ideatrice di Amore Criminale e Sopravvissute.

Matilde, com’è nato Io scrivo?

Grazie al coraggio di Stefano Coletta, il direttore di Rai 3. Da amico, mi è stato vicino nel 2016, quando ero malata e ho affrontato un tumore al seno. Gli raccontai cosa facevo al Policlinico Gemelli, dove organizzai un laboratorio di scrittura nell’ambito delle “Terapie Integrate” con la onlus “Susan G. Komen Italia”. Ha coraggiosamente ha creduto in questo progetto ed è diventato un docu-film.

Qual era l’obiettivo del tuo laboratorio?

Dare alle donne gli strumenti per raccontarsi e raccontare la malattia. Penso che un certo tipo di scrittura possa avere un’applicazione introspettiva, oso dire terapeutica: diventa uno strumento di conoscenza di se e delle proprie emozioni. E il cancro scatena sempre emozioni forte.

Quando hai capito che poteva diventare un progetto per la tv?

Quando è diventato un’avventura straordinaria. Il modello è quello del viaggio dell’eroe: in questo caso sono dodici eroine che affrontano la storia della malattia. Insegno alle donne gli step narrativi, la struttura di una sceneggiatura, come si costruiscono un personaggio e l’arco narrativo. “Ora li applichiamo alla nostra storia”, gli dico. E così inizia il viaggio dentro noi stesse.

Tu stessa hai affrontato il tumore: che impatto emotivo ha avuto il laboratorio?

È stato intenso, perché ha innescato una risonanza forte. Ma è stato un ulteriore modo per metabolizzare ciò che mi era successo. Certo, è stato un tuffo dentro emozioni potenti che mi fatto bene e mi ha dato gioia, ma non è stato semplice. Di certo ha creato un legame fortissimo con le altre donne: ci siamo riconosciute nello stesso vissuto, abbiamo pronunciato le stesse parole.

Le 12 donne hanno accettato subito di farsi riprendere?

Sì, tutte e subito. Conoscevano il mio modo di fare tv e questo le ha tranquillizzate.

E come hanno vissuto il corso?

L’hanno applicato in maniera coraggiosa: è stato un viaggio dentro se, che ti costringe ad affrontare la paura più dura e la solitudine. Sono tutte donne straordinarie, dalla psicologa, al carabiniere della forestale alla casalinga, tutte con storie personali diverse. Ancora oggi ci sentiamo e ci scriviamo.

Non c’è pruderie in Io scrivo, mentre in tv la narrazione della malattia spesso è fatta per solleticare in maniera subdola la pancia dello spettatore.

Quando è asettica o tecnica e va bene, perché è utile e di servizio. Poi c’è un uso troppo spinto, con la ricerca oscena del caso umano. Non è da condannare il momento di commozione, ma quando l’asticella si alza sì. Questo purtroppo è segno della tv di oggi, dove pur di riempire di cose forti, spesso si scivola nel cattivo gusto.

Porterai il tuo laboratorio anche in altri ospedali italiani?

Me lo stanno chiedendo, ma non è semplice. Molti ospedali cominciano a strutturarsi con attività integrate, con terapie che affiancano i protocolli ufficiali, e la scrittura è tra queste. Io mi metto al servizio attraverso la scrittura: quando sopravvivi a un evento importante come un tumore, scatta l’esigenza di migliorare il viaggio.

Nel frattempo stai per tornare in tv come autrice di Amore criminale e come conduttrice di Sopravvissute, sempre su Rai 3, programmi di cui sei ideatrice.

In Amore criminale ci sarà uno spazio nuovo, dedicato agli orfani di femminicidio. A condurre sarà sempre Veronica Pivetti. In Sopravvissute racconteremo invece storie di violenza psicologica e relazioni con narcisisti perversi: in apertura di puntata ci sarà una copertina nuova, curata da uno psichiatra o criminologo che fornirà una chiave di lettura del caso che affrontiamo.

Avete cominciato quando in Italia non c’era nemmeno la legge contro lo stalking, oggi invece di questi temi si parla molto. Le richieste di aiuto sono aumentate?

Enormemente. Dopo ogni puntata riceviamo un fiume di mail con richieste di aiuto di chi non ha denunciato o di donne che si sono riconosciute in quelle dinamiche e capiscono il pericolo. La redazione è formata per gestire questi casi: verifichiamo, cerchiamo il centro antiviolenza e li mettiamo in contatto. Siamo diventati un punto di riferimento. Io personalmente vengo sommersa di messaggi via social.

E come fai a gestire in maniera distaccata le richieste di aiuto costanti?

Mi hanno aiutato l’analisi e la psicoterapia: faccio un continuo lavoro su me stessa. Imparo a non farmi travolgere e non andare in burnout.

Il tuo prossimo progetto?

Una storia di pura finzione che ha come protagonista una bambina. Vorrei diventasse prima un libro e poi un film.

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