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MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images
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Libia, perché Italia e Europa stanno a guardare

L’Europa non esiste, l’Italia abdica a tutelare attivamente i propri interessi strategici e in Libia, ancora una volta, sono gli interessi nazionali di altri Paesi a muovere le forze speciali sul terreno e gli aerei da guerra in aria. E così è.

L’Italia rivendicava la leadership in Libia, per ragioni storiche e geografiche, politiche ed economiche. Nessuno meglio di noi conosce la Libia, si diceva, la Libia ex colonia e paese col quale in anni recenti, in particolare con Berlusconi presidente del Consiglio, avevamo riallacciato un’intensa collaborazione economica.

Le nostre piattaforme e installazioni Eni stanno là a dimostrare l’importanza della nostra presenza, così come l’ammontare dei crediti che vantano le nostre imprese che hanno lavorato a Tripoli e difficilmente potranno tornarci.

Gli stessi americani avevano chiesto e poi dichiarato che l’Italia avrebbe avuto un ruolo di comando in caso d’intervento multinazionale in Libia.

E invece, la nostra leadership si è esaurita in un pur benemerito e delicato ruolo diplomatico di creazione e sostegno al governo libico di unità nazionale di Fayez al-Serraj, che però al dunque deve la propria sopravvivenza all’efficacia discreta delle Sas, le forze speciali britanniche, e ai provvidenziali raid aerei americani, cioè di un paese che sotto la guida di Obama è assai meno interventista che sotto i Bush padre e figlio ma che nei momenti cruciali continua a esserci.

Le missioni navali italiane e europee solcano il Mare Nostrum (che invece è loro), nel tentativo di intercettare i trafficanti di esseri umani ma di fatto limitandosi a operazioni di pattugliamento e di salvataggio dei profughi, in obbedienza alla legge del mare.

L’Europa ha discusso all’infinito accordi e protocolli, piani pseudo-militari aero-navali e quant’altro varando alla fine l’operazione EunavForMed, ribattezzata, in ossequio alla retorica che da sempre contraddistingue Bruxelles (e Roma), Sofia, in onore di una bimba nata su una nave, una figlia dell’Esodo.

Gli europei, su iniziativa italiana, avevano disegnato le fasi di un progressivo impegno anche militare della spedizione europea, ma poi tutto si è bloccato, impantanato nelle distanze tra un paese e l’altro. E l’Italia non è andata oltre la controversa e faticosa messa a disposizione della base di Sigonella per futuri lanci di droni armati in funzione anti-Isis, solo dietro autorizzazione.

Mentre così si discuteva a Bruxelles e Matteo Renzi ribadiva che l’Italia non ha alcuna intenzione di impegnarsi militarmente in Libia, specialmente con uomini sul terreno, lo schieramento atlantico di Usa e Gran Bretagna da un lato, e sul fronte europeo la Francia in modo scoordinato e secondo interessi propri con il generale Haftar a Bengasi, costruivano e portavano avanti opzioni militari.

La Brexit, il voto britannico per l’uscita dalla Ue, toglie all’Europa l’unico paese in grado di assumere decisioni forti ed efficaci secondo una visione occidentale.

Una politica autorevole non può essere dettata dalla paura. Ma l’Italia di Renzi calcola (o si illude) di sfuggire alle ritorsioni terroristiche evitando qualsiasi vero impegno militare offensivo. In questo modo abdica al suo ruolo politico. Forse è giusto così, o forse no.

L’abilità delle nostre cancellerie diplomatiche si risolve alla fine in una serie di astuzie di corto respiro, mentre il decisionismo interventista ci spiazza e ci sottrae qualsiasi reale capacità d’influenza anche politica perfino nel raggio dei nostri stretti interessi strategici. Se in politica estera vince il calcolo del minor danno e della paura, il risultato è l’ininfluenza e il declino. Quanto all’Europa, già tocchiamo con mano il fatto che senza la Gran Bretagna sarà ancora più debole, più divisa, meno decisiva negli scacchieri vicini e lontani.

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