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A sinistra, Abdul Hamid Dbeibah. A destra, Fathi Bashagha (Ansa).
Inchieste

Libia, il fronte Sud dello zar

Nel labirinto senza certezze del Paese, mentre sono state rinviate sine die le elezioni e si affrontano due diversi primi ministri, la Russia gioca un’ulteriore partita per la supremazia geopolitica. Ancora una volta lo strumento sul campo è il gruppo Wagner con i suoi mercenari. E nella corsa al potere, il secondogenito figlio del colonnelloMu’ammar Gheddafi avrebbe un nuovo, importante ruolo.

Dopo l’Ucraina bisogna fare attenzione a potenziali aperture di nuovi fronti d’instabilità nel Mediterraneo allargato. Russia, con il gruppo Wagner, e Cina, con strumenti economici, hanno attuato da tempo forme di penetrazione. La sicurezza della regione è cruciale per noi». A cosa si riferiva il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, pronunciando queste frasi neanche troppo sibilline, durante la conferenza «Alleanza atlantica, la crisi ucraina e la sicurezza euro-mediterranea», svoltasi al Senato il 15 marzo?

Una sola parola: Libia. Già, perché mentre infuria la battaglia nell’Est europeo, anche ai confini mediterranei dell’Unione è in procinto di riaccendersi il fuoco della guerra, con il Nordafrica che si riempie da ormai tre anni di armi e milizie. Anche qui c’è lo zampino di Mosca, presente sul campo e più che mai attiva in tutto il Sahel. Un’area dove il calo della produzione di idrocarburi ha fatto danni ingenti nell’intera filiera creando ancor più disoccupazione e scontento (la quota di petrolio in Libia è scesa sotto i 920 mila barili giornalieri contro gli 1,2 milioni standard).

Senza contare la situazione politica, dove il sedicente premier Fathi Bashagha, già ministro dell’Interno, contende al premier ufficiale Abdul Hamid Dbeibah la guida del Paese. «È utile ricordare che oggi in Libia agiscono due giganti politico-militari quali la Russia nella regione della Cirenaica, e la Turchia in quella della Tripolitania. Mosca e Ankara sono di fatto le capofila di una lunga serie di Stati che sostengono, rispettivamente, l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar e il Governo di accordo nazionale di Tripoli presieduto da Dbeibah» afferma il generale Maurizio Boni, già capo di stato maggiore del Nato Rapid reaction corps Italy.

«La presenza militare può essere diretta e visibile, o indiretta e poco percepibile, a seconda del profilo che i Paesi interessati intendono tenere. Con la Russia, al fianco di Haftar si sono schierati Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Francia, per citare i più significativi. I russi sono, sino a ora, presenti prevalentemente con assetti del gruppo Wagner» aggiunge. Ancora Wagner, ancora l’esercito privato del Cremlino. «Sono circa 20.000 i mercenari che operano ripartiti tra i due schieramenti. Quelli siriani anti-Assad in Tripolitania, sudanesi, ciadiani e siriani filo-Assad in Cirenaica. Infine, le varie articolazioni delle milizie libiche, che aggiungono un ulteriore elemento di complessità nel contesto appena delineato» sottolinea Boni.

Perché Vladimir Putin ha schierato i suoi soldati-ombra in Libia? «Mosca è riapparsa militarmente in Cirenaica nel 2019. Ma già durante la Guerra fredda l’Armata rossa disponeva di approdi a Bengasi, e la Libia di Mu’ammar Gheddafi costituiva uno dei principali riferimenti strategici dell’Unione sovietica nel Mediterraneo. È molto probabile che il porto di Tobruk e l’aeroporto di Benina, una ventina di chilometri a est di Bengasi e il secondo più grande del Paese dopo Tripoli, possano diventare in breve tempo la replica di quanto è già stato sperimentato con successo in Siria».

I membri della milizia russa sono in Libia dall’ottobre 2018, quando fu deciso di inviare 2 mila uomini a sostegno delle forze del ribelle Haftar, che si era appena lanciato in una disperata conquista della capitale Tripoli. Il conflitto si è poi concluso con un nulla di fatto e un cessate il fuoco nell’ottobre 2020. Ma il gruppo dalla Libia non è andato più via. Anzi, secondo Khalid al-Mishri, membro del Partito per la giustizia e la costruzione, a oggi in Libia ci sarebbero più di 7.000 mercenari russi ben armati, che possono contare sull’appoggio di 14 aerei da guerra di fabbricazione russa Mikoyan-Gurevich MiG-29 e diversi Sukoi Su-24.
Stime più prudenti sostengono invece che i miliziani di Mosca - dislocati principalmente nelle città libiche di Sirte e Jufra - sarebbero non più di 3 .000, intenti a reclutare e addestrare truppe locali da mandare a combattere in Ucraina.

In ogni caso, Putin continua a muovere le sue pedine sullo scacchiere internazionale seguendo una precisa visione geopolitica imperialista. E per farlo, in Africa ha scelto appunto i famigerati paramilitari creati dal suo fedelissimo Yevgeny Prigozhin. Un’organizzazione, Wagner, che è stata più volte accusata di crimini di guerra: lo ha denunciato l’Onu in Siria, nel Mali, nella Repubblica Centroafricana, in Mozambico, in Sudan e, c’è da giurarlo, anche in Libia. Dove più fonti parlano di atrocità commesse anche contro la popolazione civile.

La prova? Un tablet Samsung, abbandonato sul campo da un soldato del gruppo e rinvenuto dalla Bbc nell’agosto dell’anno scorso, che ha svelato il loro ruolo chiave in questo Paese. Il contenuto è inquietante: fornisce prove del coinvolgimento dei mercenari di Mosca non solo sul campo di battaglia, ma anche nell’estrazione mineraria e persino nella creazione di campi minati intorno ad aree civili.

Posizionare mine senza contrassegnarle, ovviamente, è un crimine di guerra. Ma il gruppo Wagner in questo avrebbe avuto l’assenso di Saif al-Islam, il figlio del defunto leader libico Mu’ammar Gheddafi. Si ritiene, infatti, che questi sia non solo il candidato preferito di Mosca per governare la Libia, ma abbia stretti legami con la milizia mercenaria. Su di lui pende un mandato di arresto per crimini di guerra, commessi proprio durante l’offensiva su Tripoli, con Wagner in prima linea.

Arrestato durante la rivolta del 2011 e condannato a morte in contumacia per violenze contro i manifestanti, nel 2017 è stato rilasciato dalla milizia che lo tratteneva, e ora sarebbe addirittura alla testa dell’organizzazione paramilitare, in attesa di sottomettere l’intero Paese. Da tempo, infatti, in Libia non si punta più alle elezioni, rimandate di anno in anno, ma a uno scontro definitivo dove l’Occidente è solo spettatore.

«Molto è cambiato già dai tempi delle primavere arabe, ma negli ultimi tre anni vi sono stati sviluppi non favorevoli per noi europei del Sud» è l’analisi del generale Boni. «Abbiamo già i russi nel giardino di casa, per limitarci all’ospite più “ingombrante”, e la maniera di contrastare l’ascesa e l’espansione pressoché certa nel bacino del Mediterraneo di Mosca è ancora tutta da scrivere».

La difficoltà principale sta nel fatto che le nazioni europee che dovrebbero essere protagoniste nel guidare gli sviluppi politico-militari della regione (vedi Francia, Grecia, Italia, Spagna, tutti membri della Nato e dell’Ue), non hanno interessi convergenti nell’area e non hanno mai concertato una strategia comune né un gruppo di pressione in seno all’Allenza atlantica. Così, Mosca e Ankara ne hanno approfittato ampiamente.

«A Sud non esiste una Polonia che funzioni da riferimento, catalizzatore e baricentro politico militare come sta avvenendo nel confronto strategico a est, e agli Stati Uniti questa regione del mondo non interessa più. Hanno lasciato campo libero a Mosca in Medio Oriente e si stanno ritirando anche dal Sahel» è l’amara conclusione di Boni. Sul fronte Mediterraneo, quindi, l’Europa e l’Italia sono esposte e indecise sul da farsi. Eppure, la sensazione è che sarà questo il vero banco di prova per la rinata geopolitica continentale, che in seguito all’offensiva russa in Ucraina ora si vorrebbe unita. Vedremo se ne sarà all’altezza.

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