La Cina esporta il business delle città fantasma in Africa

Se non fossero le carte geografiche a segnalarne l'esistenza, nessuno le scoprirebbe mai. Stiamo parlando delle città fantasma della Cina. Che se fino a ieri venivano costruite solo all'interno dei confini della Repubblica popolare, oggi si stanno trasformando in un pericolosissimo business di esportazione. Con un unico destinatario: l'Africa.

Negli ultimi anni in Cina sono state costruite migliaia di case, edifici e strade che sono poi rimaste completamente deserte. Uffici e aree residenziali pensate per ospitare milioni di persone che non sono mai arrivate. Da un lato perché non servivano. Dall'altro perché la bolla speculativa che nel frattempo ha colpito il paese ha fatto lievitare il loro valore del 30/50%. Rendendole troppo costose per le famiglie per le quali erano state pensate.

È stata forse questa evoluzione a spingere Pechino a smettere di autorizzare la costruzione di una ventina megalopoli fantasma all'anno. Invogliando però tutti quegli investitori che riescono a ottenere prestiti dalle banche con estrema facilità a costruire le loro cattedrali nel deserto altrove.

China International Trust and Investment Corporation (Citic), ad esempio, ne ha appena completata una in Angola. L'ha chiamata Nova Cidade de Kilamba, si trova a una trentina di chilometri dalla capitale, Luanda, e non ci abita nessuno.

Un investimento di circa tre miliardi di euro spalmato su un periodo di tre anni. Che le autorità africane hanno accolto come "grande esempio di politica sociale". Eppure queste migliaia di appartamenti tutti uguali che potrebbero ospitare fino a 500mila persone sono completamente vuoti. Del resto, spiega la BBC , anche i più piccoli sono troppo costosi (120mila dollari) in un paese in cui due terzi della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e il Pil pro capite supera di poco i cinquemila dollari.

Dettagli, questi, che evidentemene alle autorità interessano poco. In un video promozionale diffuso dal governo angolano Nova Cidade de Kilamba è stata presentata come "il gioiello della ricostruzione post bellica", un luogo che permetterà alla popolazione di imparare ad apprezzare e a godersi un nuovo stile di vita. Completamente diverso da quello polveroso e rumoroso degli slum di Luanda.

Anche la Cina si è indispettita quando si è sentita accusata dalla stampa internazionale di aver "esportato all'estero il business delle città fantasma". L'Ambasciata in Angola ha subito chiarito che le vendite degli appartamenti sono appena iniziate e stanno procedendo "in linea con le aspettative". E molti accademici legati al Partito hanno sottolineato nei loro interventi sulla stampa nazionale che "la Cina è impegnata da tempo nella costruzione di alloggi e infrastrutture di vario tipo in Africa, in grado di migliorare la qualità della vita delle popolazioni locali e creare per loro una base solida da cui far decollare la crescita".

E invece la realtà è che questi progetti imponenti piaccino molto ai governi africani che, consapevoli di non avere la forza economica per realizzarli da soli, accettano che qualcuno li costruisca per loro. I leader del continente nero sanno poi che da queste "collaborazioni" possono ricavare anche qualche vantaggio personale. Che i cinesi sfruttano per assicurarsi le preziosissime forniture di carburanti e materie prime di cui non smetteranno mai di avere bisogno. Quindi insomma, poco importa che le megalopoli cinesi restino disabitate e non creino profitti per chi vi ha investito. Tanto le grandi aziende di costruzioni vengono finanziate dalle banche di stato. Che saranno disposte a chiudere un occhio nei confronti di chi prende in prestito denaro e non è in grado di restituirlo, se nel frattmpo ha completato un progetto che favorisce gli interessi strategici di medio e lungo periodo del Partito...

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