Ansa/Michele Naccari
Economia

Io e Aziz, che non ho mai conosciuto

Circa un mese fa mi ha chiamato un’associazione che si occupa di affidi per bambini e ragazzi “difficili” (li chiamano tutti così i bambini e i ragazzi con mamme prostitute, papà in galera, fratelli spacciatori, ma anche con genitori troppo poveri per potersi permettere un figlio) e mi ha fatto questa proposta: “Ti andrebbe di ospitare un ragazzo musulmano di 18 anni”?

La questione non era prevista. Sì, ok, avevamo dato, io e mia moglie, la disponibilità a prendere in affido un ragazzino, una bambina, uno di quei ragazzi “difficili”, ma ci aspettavamo un bambino, una neonata, al massimo un 14enne o giù di lì. Non era previsto che ci venisse chiesto di ospitare un maggiorenne musulmano. Aziz.

Il caso era, in effetti, piuttosto complicato: il ragazzo era arrivato in Italia, probabilmente su un barcone, dal Marocco dove aveva studiato, sembra, da saldatore. Fino a quando è stato minorenne è stato ospitato in una casa per ragazzi a Corsico, in provincia di Milano, ma una volta arrivato alla maggiore età la casa di accoglienza era obbligata a mandarlo via e lui si è trasformato automaticamente in clandestino. Ce ne hanno parlato tutti benissimo di Aziz: in Italia frequentava non so bene quale corso professionale del quale non ha mai saltato una lezione, come invece facevano i suoi compagni marocchini. Nel tempo libero dava addirittura una mano a sistemare il giardino, leggeva ed era anche molto timido. Insomma, non so se per indorarci la pillola, ma sembrava che da quel barcone fosse sbarcato una specie di santo. Da clandestino un ragazzo così avrebbe potuto incontrare pessime compagnie. Non avrebbe avuto alternative.

Ne parlammo, io e mia moglie, per un po’ e decidemmo di confermare la nostra disponibilità. Andammo a Corsico, a comunicare la nostra decisione all’assistente sociale: le dicemmo che eravamo pronti a incontrare Aziz, per vedere se scattava qualche cosa, una specie di chimica, una simpatia. “Più da parte sua che da parte vostra”, ci disse l’assistente sociale, peraltro molto brava e molto ansiosa di trovare un posto per Aziz, sorvolando sulla nostra di simpatia, “ma vabbè”, pensai, “in fondo è timido…”. “E’ credente e praticante musulmano”, specificò l’assistente sociale, e la cosa, non so perché, mi sembrò naturale. Ovviamente a incontrare Aziz sarebbe dovuto venire nostro figlio piccolo (la grande studia all’estero), il quale, quando gli chiedemmo se fosse d’accordo ad ospitare un maggiorenne in casa di nome Aziz, rispose con un’alzata di spalle come se la cosa fosse così ovvia che non meritava nemmeno la domanda: “Sì, ok…”. E riprese a mangiare.

Usciti dall’assistente sociale venni assalito dalle domande. “Potrò ancora mangiare salame e mortadella tutte le volte che voglio? E la domenica, potremo andare a Messa senza offendere la sua sensibilità? E di quella croce appesa sul muro della cucina, che ne facciamo? La togliamo? Potrebbe aversene a male trovandosela lì”, pensavo, “non so perché, ma in effetti potrebbe aversene a male”. In fondo non è bello, pensavo, che la mattina presto, appena svegli, gli si sbatta in faccia tutto quello che noi siamo. Ci vuole gradualità, che diamine! “E quando vuole pregare? Beh”, pensavo, “può farlo nella stanza di mia figlia, che è libera ora.”? Insomma le domande che mi circolavano nella testa erano queste: tutto teso ad accogliere qualcuno in casa, avevo iniziato a dubitare se fossi all’altezza delle sue aspettative.

Poi c’è stata la strage di Parigi.

La mattina dopo mi aggiravo per casa e l’occhio mi si posò sulla croce in cucina. “Tu da lì non ti muovi”, le dissi. Mi sentii subito un po’ aggressivo. Il fatto che, Aziz o non Aziz, dopo la strage di Parigi, avessi rivolto lo sguardo su quella croce, mi fece sentire un po’ troppo “identitario”. Un sentimento contrario a tutto ciò che i cervelloni scrivono sui giornali mainstream. Alle cinque del mattino (io mi sveglio sempre molto presto) capii che la mia prima preoccupazione non è quella di accogliere, ma “pregare, conservare e amare” (come diceva Pasolini, il mio faro nella nebbia del politically correct) ciò che mi è stato affidato, ciò che mi è stato consegnato. Il mio compito, anzi, dovere (si può dire senza passare per fascio-retrogradi?) non è quello di accogliere Aziz, ma conservare ciò che dipende da me. Aziz viene, ma viene un po’ dopo. Non viene non insieme. E viene alle mie condizioni, cioè accettando quello che sono: con il salame in tavola e la croce sul muro, con il vino in frigo e la mortadella sempre pronta all’uso. Sennò non è accoglienza, è sterilizzazione di una parte di me per fare spazio a una parte di lui. Una specie di incontro a metà strada, che non mi piace. Che non ha senso.

L’incontro è ciò che si verifica quando due persone hanno chiara la propria identità: sanno ciò che sono e non sanno abbastanza di ciò che è l’altro: solo così può iniziare l’incontro. Un incontro a metà strada è un compromesso al ribasso per entrambi. Se rinunciassi a ciò che mi ha reso ciò che sono, poi, di che parliamo? Abbiamo risolto le nostre diversità annacquandole. “Io sarei così, ma per non disturbarti sarò cosà”. E lui: “Anche io sarei così, ma per non offenderti sarò cosà anche io”. Ci ritroviamo nel regno del “cosà” dove comanda l’indifferenza. Un non-luogo dove si deve stare attenti che ognuno non travalichi il 50% di identità che gli è rimasto. Convivendo, ma senza incontrarsi. Nel regno del “cosà” ci si può dire solo “buongiorno” e “buonasera” perché una parola in più potrebbe essere interpretata come una violazione degli accordi. Se accettassi di togliere la croce dal muro della cucina, perché non dovrei anche spostare in un luogo meno visibile i miei libri sulle crociate? E perché non dovrei anche, a Natale, rinunciare a fare il presepe come mi ha insegnato mio padre, insieme a mio figlio e a qualche amico? E l’albero? Quello lo posso fare? Insomma, si può sapere dove finisce il mio 50%? E potrei sapere dove inizia il suo? No, non avrei fatto come la Francia, come stiamo facendo noi italiani, che ci vergognamo dei canti di Natale, delle nostre tradizioni, di tutto ciò che ci ha resi ciò che siamo. Noi siamo quello chje siamo e fare finta che non sia vero è ipocrita e pericoloso, perché nell'indifferenza, di una casa così come di una nazione, si sta guardinghi, assillati, nervosi. Nell'indifferenza ci si perde. Io e te. E' l'identità che rende possibile accogliere. Senza quella, io, chi sono? 

Quindi, caro Aziz: io non ti ho mai conosciuto perché, ci ha detto l’assistente sociale, un giorno hai fatto perdere le tue tracce dal pensionato dove ti è stato trovato un posto decente dove dormire, ma se torni ad avere bisogno, sarai il benvenuto in casa mia. Ma il salame e la croce, i libri sulle crociate, la mortadella e soprattutto l’Unicum non si spostano. Potrai pregare quando vuoi, ma io a Messa ci vado e, pure, t'invito. A volte capita a casa qualche prete amico mio, ti piaceranno, raccontano spesso barzellette sporche. A Natale facciamo il presepe e cantiamo "Adeste fideles", si ascolta musica rock e da noi si parla spesso di ciò che succede in Siria e in Palestina. Tutto ciò che è "occidente" a casa mia lo vedi replicato in piccolo. Lo trovi sconveniente?

Beh, se tutto questo ti dà fastidio, se non capisci che l’accoglienza non è diventare come te, ma restare esattamente ciò che sono, allora sappi che sotto casa mia, appena girato l’angolo, vai avanti 200 metri e trovi, sulla tua destra, un magnifico kebabbaro che si vanta di fare il Kebab esattamente come lo faceva nel suo Paese, che non ho mai capito quale sia. Lui è rimasto ciò che è e siamo amici per questo. Fattelo spiegare da lui. Se poi gli dici che ti mando io e vedrai che ti offre il caffè. T’aspetto.

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