L'incriminazione di Trump irrompe nella corsa per le presidenziali Usa del 2024

Alla fine è successo. La procura distrettuale di Manhattan ha incriminato Donald Trump in relazione al caso Stormy Daniels: si tratta del primo ex presidente americano a subire questa sorte. Le accuse non sono di pubblico dominio in questo momento, ma le reazioni non sono mancate. “Credo che questa caccia alle streghe si ritorcerà contro Joe Biden”, ha detto l'ex inquilino della Casa Bianca. “Il popolo americano capisce esattamente cosa stanno facendo qui i democratici di sinistra radicale. Tutti possono vederlo”, ha proseguito, mentre gran parte del Partito repubblicano ha già fatto quadrato attorno a lui.

Al diretto interessato, che dovrebbe comparire in tribunale martedì, verrà probabilmente scattata una foto segnaletica e saranno prese le impronte digitali. È comunque verosimile che sarà lasciato in libertà dietro pagamento di una cauzione. Qualora dovesse finire in carcere, potrebbe comunque restare in corsa per la Casa Bianca. Non sarebbe del resto la prima volta che a un candidato presidenziale capita una situazione del genere: il socialista Eugene V. Debs partecipò infatti alle elezioni presidenziali del 1920, mentre era detenuto nel penitenziario federale di Atlanta, ricevendo quasi un milione di voti. Per giorni, la decisione finale del grand jury è stata rimandata, dopo che Trump aveva preconizzato un arresto per martedì della settimana scorsa. Non è ancora esattamente chiara la motivazione di questi continui slittamenti. Tuttavia Fox News aveva riferito che fossero principalmente dovuti a delle spaccature registratesi all’interno della stessa procura di Manhattan. Si nutrono infatti dei dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio, costruito contro l’ex presidente.

A finire al centro dell’inchiesta è stato il pagamento, effettuato nell’ottobre 2016, dall’allora avvocato di Trump, Michael Cohen, alla pornostar Stormy Daniels, per evitare che costei rivelasse una presunta relazione avuta con il magnate nel 2006. Trump rimborsò successivamente Cohen, rendicontando erroneamente quel pagamento. Da qui, il sospetto che l’ex presidente abbia falsificato i documenti aziendali della Trump Organization. Il punto è che, per la legge dello Stato di New York, la falsificazione di documenti aziendali è un reato minore. Si ritiene quindi che la procura voglia utilizzarlo per dimostrarne uno più grave: la violazione, cioè, della legge sui finanziamenti elettorali. Ed è qui che, se le indiscrezioni saranno confermate, emerge la debolezza dell’accusa. Nel 2012, a finire davanti al grand jury per una questione simile fu l’ex candidato presidenziale dem, John Edwards, il quale era rimasto invischiato in una vicenda analoga a quella di Trump: aveva infatti usato dei fondi, per nascondere una relazione extraconiugale. Il processo contro di lui tuttavia naufragò, perché la giuria non fu in grado di stabilire irrefutabilmente se avesse usato i soldi per tutelare la propria campagna elettorale o la privacy della propria famiglia. Ed è proprio a questo precedente che il team legale di Trump ha intenzione di rifarsi in sede di dibattimento processuale.

E intanto ci si chiede quale impatto avrà questa incriminazione sulla campagna elettorale per le presidenziali. Trump, che ha ufficializzato la sua candidatura già lo scorso novembre, punta molto sulla carta della persecuzione giudiziaria. Una tesi, questa, fatta propria anche da molti esponenti repubblicani: non a caso, i deputati del Gop, guidati dal presidente della commissione Giustizia della Camera Jim Jordan, hanno recentemente avviato un’inchiesta parlamentare sul procuratore di Manhattan, Alvin Bragg, per capire se, nel predisporre l’incriminazione, si sia coordinato con il Dipartimento di Giustizia e quindi con la stessa amministrazione Biden. Ricordiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che, secondo il New York Post, la sua campagna elettorale del 2021 poté indirettamente beneficiare dei soldi del magnate liberal, George Soros, attraverso l’organizzazione Color of Change. E’ chiaro che l’ex presidente punta a usare la carta del martirio per colpire i democratici e soprattutto per ridurre i margini di manovra dei propri avversari in seno allo stesso Partito repubblicano. Non è d’altronde un mistero che, da questo punto di vista, il suo principale bersaglio sia ormai da tempo diventato il governatore della Florida, Ron DeSantis, la cui candidatura alla nomination presidenziale repubblicana è attesa entro l’estate. Bisognerà capire se nelle prossime ore si registreranno manifestazioni di protesta. Anche perché, negli ultimi giorni, l’ex inquilino della Casa Bianca aveva usato una retorica piuttosto infiammata in vista di una sua eventuale incriminazione.

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