Ibm: la digitalizzazione è una necessità e un'opportunità

Un grande lavoro di “mediazione culturale” per portare la logica digitale, con tutta la sua forza, nelle piccole e medie imprese: è quel che sta facendo l’Ibm, in tutta Italia, e in tanti modi diversi e convergenti, tra i quali i workshop nel contesto del tour di Panorama: e anche a Roma il riscontro della platea dei manager di decine di aziende è stato quello che ci si attendeva, interesse e consenso verso questa “formazione permanente” che trasforma l’”essere digitali” da una necessità ad una vera opportunità.

IBM in tour per l’Italia: “L’intelligenza tecnologica ha valore solo se è messa in azione”

“Viviamo nella civiltà dei dati, ed è vero che i dati sono fondamentali, ma sappiamo che per molti soggetti, anche di assoluto valore e capacità imprenditoriali, è difficile governarli”, dice Luca Altieri, che in Ibm Italia è direttore marketing: “Proprio per questo riteniamo di poter dare a tutti, con il nostro approccio, la possibilità concreti di gestirli. Questo significa ‘mettere in moto l’intelligenza’”.

Quindi “Big Blue”, come viene da sempre chiamata a Wall Street una multinazionale che opera in 180 Paesi del mondo, lavora con le aziende per guidarle al miglior utilizzo delle nuove tecnologie digitali. “Oltretutto, lavorando in questo modo, ci manteniamo costantemente al corrente di quelli che sono i problemi tipici delle imprese”, spiega Walter Aglietti, capo dei laboratori software di Ibm: “La spiegazione di questi problemi è lampante: i dati proliferano attorno a noi, e la capacità interna di calcolo di un’azienda, in genere, non riesce a star dietro ai dati, chiunque possa essere assunto per farlo. La capacità umana di seguire i dati è lineare, la crescita dell’afflusso dei dati è esponenziale. Come risolvere il problema? Utilizzando l’intelligenza aumentata”.

“Le aziende spesso sono abituate e direi quasi affezionate al loro buon vecchio datawarehouse”, prosegue Aglietti, “un sistema che fa il suo lavoro egregiamente, ma che non è più al passo con i tempi. Solo che cambiarlo può essere complesso…”.

C’è, evidentemente, un diffuso problema di competenze: “Sì, gli skill sono una criticità specifica nel mondo della data science… perché le nuove opportunità sono straordinarie ma vanno comprese e gestite”.

Gli esempi delle applicazioni di queste nuovissime tecnologie sono avvincenti: in un recente evento a Milano dedicato al fashion, ad esempio, i sistemi installati in una boutique permettevano non solo di contare il numero dei clienti che entravano dopo aver osservato la vetrina, ma registravano anche su che cosa si era soffermato il loro sguardo tra tutti gli oggetti esposti in vetrina: uno straordinario strumento per capire i gusti del pubblico e potenziare l’attrattiva di una vetrina: “Dietro un’applicazione del genere”, spiega Aglietti, “c’è un’impressionante quantità di matematica, ma naturalmente tutto questo va ben gestito, e ci vogliono i relativi skills”.

Nessun problema di privacy, quando i sistemi sono tarati come si deve: per esempio si decorrela rigorosamente il monitoraggio dei dati socio-demoscopicamente rilevanti – sesso, età, etnia – dall’identità dei singoli soggetti, perché una volta rilevati i dati le foto sono distrutte…”, come del resto la policy dell’Ibm garantisce sempre ai clienti delle sue soluzioni: qualsiasi dato aziendale venga adoperato per realizzare un’applicazione e risolvere un problema resta di esclusiva e inviolabile proprietà del cliente e mai nella storia dell’Ibm ci sono state crepe sul fronte della privacy.

Del resto, Ibm in tutto il mondo affianca la pubblica amministrazione, un soggetto che per definizione non può rischiare nulla sulla riservatezza dei dati.
In concreto, gli uomini Ibm affiancano non solo i clienti ma anche i potenziali clienti per uno, due, tre giorni, fin quando non hanno focalizzato le cose da fare, per raggiungere il cosiddetto “mvp”: minimum valuable product, cioè almeno il primo risultato apprezzabile: “Siamo un’azienda che risolve i problemi tecnologici dei clienti”, spiega con semplicità Erminia Nicoletti, responsabile marketing di Ibm Italia Cloud, “e per questo andiamo a prenderlo per mano, per innestare il nuovo su quel che intanto deve continuare a funzionare bene. Il tutto in regime cloud e con costi scalabili in funzione delle soluzioni volute, senza investimenti fissi pesanti”.

Gli uomini Ibm al workshop romano presentano numerosi esempi di questo modo nuovo di integrare le tecnologie digitali: per esempio le rilevazioni fotografiche delle installazioni tecniche nelle reti, l’energia tra le altre. Quanto può risparmiare una impresa energetica se anziché fare uscire le squadre di manutenzione a vuoto procede a rilevazioni fotografiche che da sole possono far capire se un contatore è installato bene o male? Molti e molti milioni di euro di risparmi.

Mettendo la tecnologia Watson a disposizione in tutte le situazioni in cui l’intelligenza artificiale interfaccia un utente finale, si risolvono problemi, risparmiano soldi e potenziano risultati. “Quel che sempre più spesso accade nel mondo”, ricorda ancora Aglietti, “è che chi chiama il call center di un’azienda di servizi, in prima battuta parla con un robot, che poi cede la linea ad un operatore umano solo nel caso in cui non riesca a intendere la domanda o percepisca dal tono di voce che il cliente sta aumentando il suo livello di stress”.

L’intelligenza artificiale di Ibm, condensata nel mitico sistema Watson, sa oltretutto imparare su ciò che fa: tipico esempio – molto romano” – quello dell’applicazione per rilevare e segnalare le buche stradali: “Ma non ci fermiamo qui”, dice Aglietti: “Abbiamo soluzioni che riescono ad analizzare automaticamente i danni dei sinistri assicurativi smistandoli per gravità e tipologia, altre che, utilizzando i droni, riescono a individuare con precisioni assoluta le aree delle colture infestate dai parassiti, per poi trattarle con altrettanta precisione. Molti grandi studi legali stanno utilizzando Watson per confrontare bandi di gara e offerte…”.

Non poteva mancare una domanda sulla tecnologia della blockchain: “La considero una tecnologia molto promettente in molti ambiti, non tutti”, spiega Aglietti: “alla base c’è comunque il dato, e in certi ambiti – per esempio quello del denaro – la fiducia. Le società di carte di credito hanno senso e stanno in piedi per il rapporto fiduciario tra società e clienti. Se, com’è capitato a me, qualcuno all’estero mi ruba 800 euro, la carta me li restituisce perché sa che è un sinistro, e non una truffa. Dunque la blockchain, a mio avviso, non sostituirà la banca, ma la potenzierà dall’interno”.

E c’è ancora il tempo – nella serata romana di Ibm con Panorama – per dare appuntamento alle imprese e a tutti gli interessati per il 24 e 25 ottobre all’evento Think Roma, in cui it manager, sviluppatori, data scientist, si confronteranno sull’innovazione a tutto campo.

Mentre prosegue fino a novembre il “challenge” lanciato da Ibm per Genova, un hackathon in collaborazione con Lifegate e Codemotion e con Dock, joint-venture tra Ibm e Carige, con il patrocinio del Comune di Genova e dell’azienda ecologica Amiu. Il fine è quello di trovare le soluzioni ottimali per la gestione dei rifiuti ingombranti in una città ferita, che ha assoluto bisogno di ottimizzare questo ed altri problemi di logistica, monitorando le aree in cui i rifiuti vengono abbandonati in modo da gestirli e prevenire i disservizi.

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