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Matteo Renzi e il programma dei mille giorni

«Il programma dei mille giorni è il cartellone di recupero che si espone a fine partita. Se perdiamo non perde il governo, perde l’Italia».

Presentando alla Camera il programma del governo, il premier Matteo Renzi ha battuto sui tasti a lui più cari: la necessità di portare avanti tutti insieme le riforme (definite come il «mezzo per riprendere la crescita»), a cominciare dalla legge elettorale che deve consentire a chi vince di governare senza cedere ai ricatti; un no, altrettanto netto, alla cultura della rassegnazione («Io sto con chi si alza presto la mattina e si spacca la schiena»); l'urgenza di recuperare quella perduta dignità della politica senza la quale l'Italia non potrà mai uscire dal tunnel. Insomma: il repertorio cui Renzi ci ha abituati in questi mesi.

Ma nel delineare un programma di governo che deve avere come orizzonte temporale il febbraio del 2018, cioé la fine naturale della legislatura, il presidente del Consiglio ha rivendicato anche le linee guida di politica economica fin qui seguite dal suo governo: gli ottanta euro, come strumento per ridare fiato e rilanciare i consumi del ceto medio impoverito dalla recessione e la riduzione del 10% dell'Irap sulle attività produttive, definita dal premier come un fatto unico in Italia da molti anni. «Che sia chiara una cosa: non seguiremo altri Paesi europei sulla via della riduzione del salario dei lavoratori. Per stare sul mercato globale non adotteremo un modello basato sulla  riduzione della qualità e sulla compressione delle capacità di spesa del ceto medio. Dobbiamo seguire la strada opposta» ha detto Renzi tra gli applausi provenienti dai banchi del Pd.

Non c’è cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide i cittadini di serie A e serie B, tra chi - ad esempio - è assunto e tra chi ha una partita Iva. Al termine dei mille giorni il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi

Legge elettorale «subito»
Per Matteo Renzi la legge elettorale va fatta «subito», senza «ulteriori meline istituzionali» che sarebbero un intollerabile «affronto alla dignità della politica e al richiamo fatto dallo stesso presidente Napolitano». Certo, ha detto Renzi, «si fa ascoltando tutto e nessuno può pensare di avere la sua legge elettorale, nessuno» ma sarebbe assurdo perdere altro tempo. «Occorre un premio di maggioranza sufficiente e proporzionato che metta in condizione chi vince di portare avanti la legislatura», ha ricordato Renzi. Ai «benaltristi» che sostengono che le urgenze siano altre, Renzi ha ricordato che «le riforme si fanno tutti assieme» in un orizzonte che è quello di legislatura: da quella del lavoro a quella della giustizia civile fino alla necessità di avere un fisco più semplice. Ma non accetterà, il premier,  ulteriori dilazioni sulla legge elettorale: «Noi non abbiamo paura delle urne» ha rimarcato Renzi, forte degli ultimi sondaggi che continuano a dare il suo Pd attorno al 40%. Ne va - se le riforme istituzionali dovessero saltare - del destino del nostro Paese, della credibilità del sistema politico.

Meno stabilità, più crescita
Legge di stabilità e crescita: «Non dobbiamo perderci per strada la parola crescita».  «Noi ci impegniamo a spendere bene la nostra parte dei 300 miliardi messi a disposizione da Juncker per l'Unione». Poi un messaggio alle banche italiane: «Se i nostri istituti - che non hanno avuto bisogno di salvagenti europei - sono disponibili a fare la loro parte, investendo parte dei 200 miliardi di euro europei che metterà a disposizione la Bce senza acquistare solo titoli di Stato ma facendo prestiti a piccole e medie imprese in sofferenza, le riforme istituzionali potranno consentire di far ripartire l'economia». «Non seguiremo altri Paesi europei sulla via della riduzione del salario dei lavoratori». «Contrariamente a quello che ci suggeriscono, il nostro modello non può essere la Spagna, un Paese che ha il doppio della disoccupazione che ha l'Italia».

Giustizia civile, lavoro e fisco
945 giorni medi per arrivare a una sentenza definitiva sono troppi, ha detto Renzi, soprattutto se il raffronto è con Paesi come la Gran Bretagna dove la durata media del processo è sotto l'anno. Ma sono altre due le riforme che il governo si impegna a portare a casa entro il febbraio del 2018: la semplificazione della pubblica amministrazione e il fisco, un fisco non solo più leggero ma anche più semplice. Ma ce n'è anche per chi, da sinistra, sostiene l'intoccabilità dello Statuto dei Lavoratori e gli assetti consolidati. «Non c’è cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide i cittadini di serie A e serie B, tra chi - ad esempio - è assunto e tra chi ha una partita Iva. Al termine dei mille giorni il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi». «Mi rivolgo a quella parte di sinistra più dura rispetto alla necessità di cambiare le regole del gioco sul lavoro». «Per come la vedo io, la sinistra è combattere le ingiustizie, non difenderle». Il governo condurrà la riforma del lavoro con gli strumenti ordinari «ma se non si riesce, anche con provvedimenti di urgenza». Ma Renzi ribadisce anche la sua appartenenza di campo alla sinistra italiana. «Chi oggi dice che dovremmo ridurre il salario dei lavoratori, ignora la realtà italiana»

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