Le alture del Golan
MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images
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Guerra in Siria: la possibile escalation a opera di Israele e Iran

"L'attacco avrà delle conseguenze". Con queste sibilline e tutt'altro che rassicuranti parole, Vladimir Putin ha commentato il raid che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno condotto la settimana scorsa per "punire" Bashar al Assad per l'ennesimo impiego di armi chimiche contro la sua stessa popolazione.

Perché quello americano è un raid sconclusionato

Difficile capire che cosa avesse in mente il presidente russo, ma certo non alludeva a una ritorsione diretta contro i tre Paesi membri permanenti del consiglio di Sicurezza Onu, che peraltro avevano avvisato la Russia fin nel dettaglio delle modalità di svolgimento del raid più sconclusionato degli ultimi anni.

Perché, parliamoci chiaro: se è stato davvero Assad a usare il gas (ipotesi verosimile), è del tutto impossibile che l'abbia fatto senza autorizzazione russa. Era Mosca a condurre le trattative per la resa di Douma. E la sopravvivenza politica e militare del regime dipende dai russi, che controllano il loro alleato. Era dunque alla Russia che occorreva "parlare", anche perché nel 2013 Mosca si era assunta la responsabilità di smantellare l'arsenale chimico del macellaio di Damasco in cambio dell'annullamento dell'altro raid americano, quello ordinato da Barack Obama. Erano i russi che andavano "ammoniti", semmai: e nei loro confronti un inasprimento delle sanzioni economiche sarebbe stato molto più efficace che il lancio di quattro petardi sulla Siria.

Perché il regime siriano ora è più forte di prima

Ora il regime è più forte di prima, gli è stata regalata una vittoria propagandistica e ha potuto testare l'efficacia della difesa antimissilistica siriana. Soprattutto, quel che è più grave, la Russia ha potuto "leggere le carte" dell'Occidente atlantico, constatare fin dove è disposto a spingersi, che cosa è davvero disposto a rischiare di fronte al superamento della "linea rossa" rappresentata dall'impiego del gas: e ne ha visto il bluff.

Da più parti si parla di "escalation evitata e da evitare". Non c'è dubbio che né Washington né Mosca vogliano giungere a uno scontro diretto o a un confronto ancora più aspro in Medio Oriente. Ma basta questo a rassicurarci? Ovviamente no. Ciò che ci deve preoccupare è il comportamento dei rispettivi alleati regionali di Russia e Usa, soprattutto di quelli che né la Casa Bianca né il Cremlino possono effettivamente controllare. E non penso a Damasco, che Mosca, letteralmente, telecomanda.

Russia, Turchia & Iran vs Usa, Arabia Saudita & Israele

Non dovremmo dimenticare che alla "triplice (e instabile) alleanza" rappresentata da Russia, Turchia e Iran, se ne contrappone una (altrettanto nervosa), composta da Usa, Arabia Saudita e Israele. E Teheran e Tel Aviv hanno già "parlato" nei giorni scorsi: Israele bombardando, prima del raid occidentale, la base siriana "nr. 4", dove sono stati uccisi anche ufficiali iraniani, e l'Iran minacciando vendetta. Non è possibile alcuna conciliazione tra gli interessi di sicurezza dello Stato ebraico e la Repubblica Islamica, che si ritengono entrambi minacciati dalla reciproca potenza. E se Mosca non esercita nessun controllo su Teheran (e neppure su Ankara, peraltro), Washington accetta e tutela sistematicamente da decenni ogni azione di Tel Aviv, comprese quelle contrarie agli interessi regionali degli Stati Uniti.

Ecco a cosa allude Putin sulle conseguenze del raid

È lì che si annida il rischio di un'escalation, è questo ciò a cui Putin allude quando parla delle "conseguenze" che il raid produrrà. Del resto sia Riad (con il sostegno di tutte le capitali sunnite) sia Tel Aviv hanno detto chiaramente e ripetutamente che sono disposti a combattere pur di ridimensionare l'Iran, che a sua volta non può certo tirarsi indietro, convinto com'è (e con qualche ragione) di essere sempre nel mirino dei vicini.

Anche ammesso che né Donald Trump, né Theresa May, né Emmanuel Macron intendano operare per un regime-change in Siria, lo sconclusionato raid del 14 aprile ha reso molto più probabile l'innesco di un'escalation a opera degli alleati regionali e incontrollabili di Russia e Usa, che rischiano così di finire intrappolati nelle azzardate strategie di Teheran e Tel Aviv (e in misura minore di Ankara e di Riad). 

(Articolo pubblicato sul n° 18 di Panorama, in edicola dal 19 aprile 2018, con il titolo "Si dice Damasco, ma si legge Teheran")


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