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In lode delle fake news

Chi di noi, diciamolo senza timore, non ha avvertito, solo anche per pochi secondi, un senso di incredulità, una vaga percezione di straniamento che ci ha colti nel leggere i risultati dell’ultimo rapporto della Commissione Europea sulle attività semestrali delle Big Tech, impegnate a ridurre la disinformazione sulle loro piattaforme. Per molti è stato sorprendente sapere che Italia abbiamo il record negativo delle fake news in circolazione in rete. Solo nel primo semestre dell’anno, infatti, Meta ha cancellato in totale di 140.000 contenuti relativi ai 27 Stati membri da Facebook e altri 6.900 da Instagram che per ragioni diverse violano le norme sulla disinformazione. Di questi, circa 45.000 solo in Italia. Un numero abbastanza corposo, poco meno di un terzo, e comunque ben distante da quelli pubblicati e rimossi in Germania, circa 22.000, e in Spagna dove i contenuti cancellati sono stati, appena, 16.000.

È questa stessa sensazione la riproviamo ogni volta che leggiamo un post, un articolo o quanto in televisione seguiamo un dibattito sul tema con i relatori pronti a censurare fermamente lo tsunami delle fake news, con annesso il suo catalogo dei pericoli per le democrazie o per la salute delle persone. Così, tutte le volte, ecco ripresentarsi quella medesima sensazione di totale estraneità che ci porta a credere che in rete, nascoste nelle profondità del dark web, ci siano cellule di troll e di hacker-untori pronte a rilasciare nelle nostre camere dell’eco ogni genere di post-verità. Flussi inesauribili di informazioni non verificate che alimentano discussioni estenuanti e che ci rendono più deboli e fragili, che ci inducono ad arruolarci volontari nelle truppe del complottismo e dell’odio che cresce e divide le tribù cognitive che popolano la geografia della rete.

Volendo parafrasare Francesco Cossiga, che amava sottolineare come “gli italiani sono sempre gli altri” per biasimarne la diffusa tendenza alla deresponsabilizzazione, potremmo dire adesso che le fake news sono sempre e solo quelle degli altri e mai le nostre. Invece, è arrivato il momento di acquisire coscienza che ciascuno di noi è un portatore sano di disinformazione, molte delle nostre interazioni digitali, delle nostre condivisioni dettate dalle emozioni visive, sono le cellule vitali della disinformazione. Justin Cheng, assieme ai suoi colleghi della Stanford University, ci ricorda che Anyone could become a troll, ovvero che ciascuno di noi in rete può tirare fuori il peggio di sé, anche se è per tutti la persona più tranquilla, moderata e cauta che ci sia.

La rete e le piattaforme ci hanno donato un sovraccarico informativo che siamo portati a ridurre applicando due filtri principali: da un lato il pregiudizio di conferma, che ci spinge a selezionare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni di partenza, dall’altro c’è la profilazione dell’algoritmo, che sceglie in base alle nostre impronte digitali precedenti. È chiaro che in questo eco-sistema mediatico ognuno di noi è, volente o nolente, uno scafista della disinformazione, ogni giorno trasportiamo da una sponda all’altra della rete centinaia di fake news.

Una migrazione inarrestabile che possiamo provare a combattere non più puntando il dito contro la Spectre della disinformazione, l’entità misteriosa, ma semplicemente iniziando a vivere con maggior lentezza il rapporto con il singolo contenuto digitale, passando da un approccio quantitativo a uno qualitativo, misurando la notizia con il metro della ragione e non solo con quello dell’emozione.

È arrivato il momento di scontrarci con una verità funzionale: le fake news non esistono, se non nella nostra ingordigia di informazioni, nella bulimia emotiva che ci tiene legati in uno binomio incestuoso alla rete.

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