Facebook: mezzo nuovo, male antico

E’ singolare notare come il processo evolutivo delle relazioni sociali, che oggi passa anche attraverso mezzi come facebook, non produca effetti significativi quanto al superamento delle barriere comunicative che gli appartenenti al moderno consorzio civile sono soliti frapporre tra se e gli altri. Anzi.

Si assiste, drammaticamente, al progressivo replicarsi sul web di quelle dinamiche di interazione personale tratteggiate da un’insopprimibile primazia dell’ego che ha, su ogni velleità amicale, l’effetto di un diserbante.

La naturale curiosità che avvicina milioni di persone a FB nasce, sostanzialmente, da due esigenze separate dall’anagrafe: nell’età adolescenziale e primogiovanile FB è visto come il mezzo per emanciparsi dalla censura preventiva talvolta operata dalla famiglia sulle amicizie dei figli ovvero quale strumento di contatto senza vincoli temporali con il gruppo di appartenenza. Tra enta ed anta prevale l’idea di poter riscoprire un mondo che si riteneva definitivamente perduto. Compagni di scuola, di università, di vacanze protagonisti di un album di fotografie spesso conservato più nella mente piuttosto che tra diligenti copertine. Una sorta di ritorno al futuro capace di instillare un adrenalinico desiderio di spaziare qua e là a raccogliere adesioni a richieste di amicizia il cui numerò stabilirà la nostra personale popolarità.

Lo devono avere capito anche i personaggi dello star system e della politica che, assai numerosi, hanno aperto un profilo talvolta affidato alla gestione di solerti collaboratori. Anche qui, infatti, l’apparire prevale sull’essere ed è poco importante se dietro l’immagine di Barak Obama lavora una schiera di giovani attivisti pagati a cottimo. Ma ho il presidente degli Stati uniti tra gli amici. E questo basta.

Un abbattimento verticale di regole sociali, consuetudini e maniere che fa sembrare possibile tutto. Anche un aperitivo virtuale con uno scrittore in voga o una serata in compagnia della starlette di turno. Ma in fondo, il leit motiv di FB dovrebbe essere proprio questo: una condivisione di spazi ed umori priva di quelle imposizioni posturali che la quotidianità richiede. Una open source di umanità alla quale attingere a piene mani senza norme protocollari o ansie da prestazione.

Qualcuno ha detto: “e se dietro a chi dà questa dignità a FB poi c’è tanta solitudine che male c’è?” Nessuno è la risposta. E ancor meno rimarchevole sarebbe l’utilizzo di FB quale vetrina per dare e ricevere pulsioni intellettive o pruriginose. O, ancora, per sguinzagliare una propria personalità supplente. Questo se il ciberspazio non venisse violentemente attaccato da quel virus auto immune che è la sindrome da desperate housewives che qui si replica in forma marcatamente androgina.

E così, via via, la leggerezza delle argomentazioni e delle empatie createsi tra internauti viene soffocata da quei vizi antichi capaci di aggredire e smantellare, come nella vita di tutti i giorni, anche le amicizie più solide. E di costruire argini invalicabili per lo sviluppo di dialettiche spensierate, prive di rancori e pregiudizi.

Sembra proprio che il bachechista medio, una volta radunato intorno a sé un variabile numero di amici, non possa fare a meno di ricorrere all’esercizio del chiacchiericcio da comare, anticamera dell’uso dell’artiglieria verbale contro quelle che, da destinazioni di corrispondenza soft, si trasformano in vere e proprie postazioni nemiche.

Dal modello reale si mutuano il gioco degli schieramenti, le confidenze posticce e maliziose, l’isolamento del reietto o dell’assoggetato, finanche triangoli d’amore e d’amicizia con un lato sempre pronto ad ottundersi. Con un condimento agro di luoghi comuni e steccati ideologici che, almeno in questa terra di tutti e di nessuno potrebbero essere risparmiati. E giacchè Napoleone Bonaparte insegnava a non combattere mai contro lo stesso nemico poiché in breve imparava tutte le tattiche, le battaglie personali cercano sempre nuovi partiti contrapposti, con un gusto un po’ pulp dell’estetica relazionale.

In principio FB è stato l’elogio dello sdoganamento dal vincolo d’origine ed il proscenio per un cazzeggio a volte colto a volte privo di apparente sostanza. Una prateria dagli spazi illimitati dove branchi di purosangue, stalloni e ronzini sparigliati hanno lanciato le loro corse sorde ai richiami all’ordine naturale delle cose costantemente proclamato al di qua dello schermo. Poi, quasi in sordina, il marchio d’origine ha cominciato a reclamare il suo ruolo. E si è dovuto assistere all’inesorabile imbarbarimento della discussione con picchi di isteria da far rimpiangere la propria, deprimente, quotidianità. Ed il teatrino si è consumato tra gustosissimi siparietti del tipo “ora ti elimino” “nò sono io che elimino te” “se non elimini lei io elimino te e dico a lui di eliminarti” in un crescendo rossiniano di regressioni infantili che hanno messo a nudo l’indole virtuale di molti dei naviganti. E quando quest’ultima è coincisa specularmene con quella reale il gioco di ruolo è finito.

Il vizio ha sostituito la virtù. E la turris eburnea dove era stato concentrato l’innocente desiderio di evasione è crollata fragorosamente lasciando molti sotto le macerie. Ecco perché, un periodo sabbatico da facebook può essere salutare.

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