L'Europa vuole cancellare il Natale (poi ci ripensa)

A Bruxelles succedono cose strane, come ieri. Tra una trattativa sul Recovery Fund, e una riunione d’emergenza sulla pandemia, gli instancabili burocrati dell’Unione Europea hanno trovato un quarto d’ora libero per venirci a spiegare che la parola “Natale” è in realtà una parolaccia. Un termine da “bippare” con la censura. Roba vietata ai minori, quasi da tappare le orecchie ai bambini.

Che il politicamente corretto fosse il nuovo male del secolo, ormai onnipervasivo nelle sue ramificazioni culturali, lo sapevamo già. Ma vederselo mettere per iscritto, per giunta su carta ufficiale, fa indubbiamente un certo effetto. E fu così che la Commissaria europea all’eguaglianza Helena Dalli, anziché scrivere una letterina a Babbo Natale, ha scritto una letteraccia perché il Natale intende abolirlo. Abolirlo dalla lingua parlata e scritta, e dunque, conseguentemente, anche dalla nostra vita.

La novità rivoluzionaria che spedisce in esilio Babbo Natale, il bue e l’asinello, è contenuta nelle “linee guida per la comunicazione inclusiva”, un documento dalle buonissime intenzioni in cui si spiega come non discriminare le persone. Trattasi dell’ennesimo papiro del buon parlare, che stavolta – per dire- ci informa che la parola “omosessuale” è superata: meglio “persona gay”. “Signore e signori”? Discriminante: meglio “cari colleghi”. Ma oggi i sacerdoti del vocabolario si sono spinti più in là: le risorse umane dell’Unione sostengono che, a dicembre, certe parole “festive” è meglio evitarle: altrimenti qualcuno potrebbe offendersi. Si consiglia in particolare di evitare la parola “Natale”, sostituendola con la più neutra “vacanze”. Ragion per cui Gesù Bambino, secondo il lessico approvato a Bruxelles, è venuto alla luce nel giorno delle “sante vacanze”.

Il punto è che secondo le autorità europea, certi termini sono “sconvenienti”, “perché la gente ha tradizioni e calendari religiosi differenti”. Dunque, per essere “inclusivi”, occorre escludere il 25 dicembre: cestinare il Natale, accantonare il presepe, segare l’albero e arrestare i re Magi. Non solo: nel prontuario redatto dalla Commissione, che evidentemente è già in vacanza e dispone di molto tempo libero, si consiglia addirittura di non pronunciare nomi propri “tipici di una religione”. Anziché “Maria e Giovanni”, questi fenomeni suggeriscono di adoperare “Malika”, un nome di origine araba. Così, d’un sol colpo, persino Maria, simbolo della tradizione occidentale, finisce nel cassetto. Se questa è “eguaglianza”, che Dio ce ne scampi, ammesso che il nome del padreterno si possa ancora pronunciare.

Possiamo rassegnarci al fatto che il virus della “cancel culture” ha dunque invaso i palazzi del potere europeo, arrivando al punto di dichiarare il Natale, se non fuorilegge, sicuramente fuori dalla buona creanza, e dal rispetto delle altrui sensibilità. Se fuori dagli edifici della commissione ci fosse una statua dedicata alla Natività, probabilmente qualche solerte funzionario l’avrebbe già abbattuta. Così, a furia di tagliare le nostre radici nel nome di una malintesa “inclusività”, in Europa non è rimasto in piedi nulla. E il paradosso è che quest’opera di disboscamento delle tradizioni arriva da persone che dovrebbero rappresentare un continente che proprio sulla cristianità troverebbe le sue fondamenta culturali e storiche. E dico “troverebbe” usando il condizionale, perché in questi mesi il vento spira da tutt’altra parte.

La notte però ha portato consiglio. Dopo l'attacco al Natale ecco la marcia indietro. «Il testo va rivisto» hanno spiegato da Bruxelles. Per quest'anno siamo salvi, per il prossimo si vedrà.

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