Estate in bianco: guida alla scelta del vino giusto

Fermi e frizzantini. Freddi quanto basta. Ghiacciati mai. Che l'estate sia la stagione dei bianchi è assodato, ma c'è una domanda che sorge spontanea quando si legge la carta dei vini: meglio autoctoni o internazionali? Un dilemma che incendia gli animi degli eno-maître à penser e anche di chi poco se ne intende. Per questo Panorama ha chiesto a Tonino Guzzo e Luca D'Attoma, due pezzi da 90 dell'enologia, di raccontare le caratteristiche degli uni e degli altri. Trattasi di incontro amichevole dove a vincere è il gusto personale.

Palla al centro, inizia D'Attoma, per l'occasione ct di vitigni internazionali. Schiera Pinot, Chardonnay e Sauvignon blanc, tre fuoriclasse che servono ai produttori assist per etichette da manuale. «Il Pinot grigio dà ampio ventaglio di bianchi, dai più approcciabili, leggeri e di pronta beva, ai più strutturati, colorati, rossicci, più carichi di sapori, profumi e longevi. Noi italiani a queste uve dobbiamo molto, anche in termini commerciali, poiché il Pinot grigio è il vino di riferimento per le esportazioni negli Usa».


LA TOP TEN DEI VITIGNI AUTOCTONI





LA TOP TEN DEI VITIGNI INTERNAZIONALI





E le uve di Pinot bianco? «Danno vini di altissimo profilo organolettico, capaci di invecchiare perfino 30, 40 anni». E se la patria di questo vitigno, come precisa D'Attoma, è l'Alto Adige (la cantina Terlano insegna, è stata la prima ad avere le Riserve), anche il Friuli ha le sue certezze: provate il Santarosa di Castello di Spessa e Zorzettig, Selezione Myò. Sono due tuffi nel frutto, la mela.

Poi lui, monsieur Chardonnay. «Il re dei vitigni internazionali. L'Italia ne ha in abbondanza» afferma l'enologo. Anche in luoghi inattesi: «In Sicilia già molti anni fa Planeta ha fatto cose meravigliose, ha aperto a questo vitigno orizzonti inimmaginabili». Si beve un ottimo Chardonnay anche nel Lazio. A Velletri, a un balzo da Roma, la famiglia Martella, al timone de La Giannettola, produce la Brezza. In Puglia, nel tarantino, la parte del leone la fa il suadente Edda di San Marzano. Al Nord, tra le eccellenze, svetta Toblino. Il suo Foll è intenso e ha profumi senza fine.


A chiudere la rosa di D'Attoma, il più difficile, e non a tutti simpatico, Sauvignon blanc: «Il luogo comune per cui saprebbe di pipì di gatto ha stancato» ammonisce l'enologo. «È un vino molto aromatico. Se imparassimo a dire che sa di peperone verde, pesca bianca, foglia di pomodoro, sciroppo di sambuco e frutto della passione, gli renderemmo più onore. La verità è che si degusta meglio dopo due anni di bottiglia, ma le leggi di mercato non aspettano».

Riprende il gioco Tonino Guzzo: a lui la narrazione di alcuni dei vitigni di casa nostra. Se dici Italia, dici Vermentino. «Ha enormi potenzialità, è versatile, fresco, semplice, mai banale. Un passepartout senza sovrastrutture» dice. Più inedita, per l'utilizzo che se ne fa oggi, la Malvasia. «Storicamente era impiegata per fare passiti e vini liquorosi. Ora, reinventata nella versione chiara e secca, dà vini sorprendenti. Come del resto lo Zibibbo che però a differenza della Malvasia è molto più intenso nei profumi».

Più recente, ma di grande spessore il Grillo, il Sauvignon del Mediterraneo: «È figlio del Catarratto madre e dello Zibibbo impollinatore» spiega Guzzo. «Ha preso i caratteri migliori di entrambi i vitigni. I produttori lo hanno capito e hanno iniziato a produrre vini straordinari». Due conferme: il Fileno di Cva Canicattì, fruttato, lungo e intenso e il Kebrilla di Fina, sapido, minerale. E poi il Catarratto, el pibe de oro dei vitigni del Sud. «Complesso a livello olfattivo, è difficile da lavorare, da interpretare, ma una volta assaggiato, crea sana dipendenza. Meglio non parlarne troppo. Bevetelo e basta» conclude. Andate sul sicuro con Trenta-Salmi di Fazio e Lu Bancu di Feudo Disisa. Sentirete la Sicilia in bocca.

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