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Covid ed Rsa, i racconti dall'inferno

In Italia un terzo delle vittime per coronavirus si è registrato nelle Rsa. Un dramma che ha cambiato la vita di migliaia di persone. Abbiamo raccontato il numero dei decessi e le cause che hanno fatto si che il covid si diffondesse rapidamente, senza trovare resistenze. Molti di quelli che hanno vissuto in prima persona la morte dei loro cari,
cercano giustizia nelle aule di tribunale. Le procure d'Italia continuano a raccogliere elementi e testimonianze. È caccia ai responsabili della strage che hanno permesso a queste strutture durante la pandemia di diventare degli obitori.

Il caso più famoso e più discusso è quello del Pio Albergo Trivulzio dove oggi addirittura i parenti delle vittime si sono organizzati ed hanno creato un comitato.

"Nella seconda metà di marzo- a parlare è Alessandro Azzoni uno dei membri e fondatori del comitato - uno sconosciuto ci ha informato al telefono che alcuni ospiti del Pio Albergo Trivulzio avevano la febbre, ma siamo stati subito rassicurati. Mia madre 75 anni, affetta da Alzheimer erano due anni che era ricoverata al Pat, ha preso il covid e invece di essere isolata è stata messa in una stanza doppia. Mi è stato detto che stava bene, mentre a pasquetta quando ho chiamato mi si è presentato uno scenario diverso. Era allettata, senza mangiare, né bere, con l'ossigeno a 90 da diversi giorni e nessuno le aveva fatto il tampone. L'ho fatta trasferire al San Paolo di Milano l'8 maggio in fin di vita. Aveva un blocco renale ed una gravissima infezione. L'hanno salvata, ma è rimasta sotto shock, non riconosce nemmeno più il cibo ed ora si alimenta attraverso una cannula nello stomaco. I tamponi nella struttura non erano disponibili, che dalla seconda metà di aprile e fino al 23 marzo erano vietati i dispositivi. Gli operatori che ne facevano uso erano minacciati e sospesi. Luigi Bergamaschini geriatra di Milano e dipendente del Pat è stato sospeso anche lui, perché in contrasto con la dirigenza che vietava l'uso delle mascherine ad infermieri e oss. Chi doveva proteggere gli anziani, non ha messo in atto le misure necessarie. Con il comitato costituito da 150 famiglie, abbiamo presentato un esposto alla procura della Repubblica e siamo in attesa di avere giustizia. Da gennaio a marzo sono morte 435 persone, ma i veri numeri dei deceduti per covid non si conoscono ancora. Il clamore mediatico del Pat, ci ha fatto contattare da tanti parenti di vittime nelle Rsa, così abbiamo fondato l'associazione Felicita per fare chiarezza su quanto è accaduto."

Diversa l'opinione di chi come Giacomo Lanzara infermiere al Pio Albergo Trivulzio, ha lavorato anche durante l'emergenza covid:

"Sono un infermiere del Pio Albergo Trivulzio da 6 anni. Attualmente sono caposala al reparto Schiaffinati 1 per pazienti con Alzheimer. Tutto quello che vogliono far apparire i media sulle morti degli ospiti è falso. La metà del personale, è rimasta a casa per malattia e per paura di prendere il virus. Alcuni anche con un semplice raffreddore prendevano dal medico curante 14 giorni di malattia e non potevano rientrare senza i due tamponi previsti. Noi abbiamo lavorato con il personale ridotto e gli stessi pazienti. I dispositivi all'inizio di febbraio non c'erano in tutti i reparti, ma solo in alcuni setting dove c'era l'aerosol e i pazienti con tracheostomia. Purtroppo le mascherine sul mercato erano introvabili, le abbiamo avute per tutti i reparti solo verso l'8 marzo. Il mio reparto ha 29 pazienti e non c'è stato nessun morto per covid e nessun contagiato. Ho dovuto mantenere il gruppo unito, facendo anche un lavoro psicologico e pesante con turni lunghi per mancanza di personale. Abbiamo festeggiato due compleanni uno da 99 anni e l'altro da 100 anni. Non si deve fare di tutta l'erba un fascio eravamo impreparati come tutte le Rsa d'Italia. Qualche errore è stato fatto come tutti certamente."

Quanti morti per covid avete accertato?
"Nella prima fase da febbraio a marzo non sono stati fatti i tamponi e ci sono stati un centinaio di morti come negli altri anni. Ad aprile accertati covid con i tamponi circa 40 morti."

Quanti ospiti c'erano prima dell'emergenza e quanti ce ne sono oggi ?
"Erano 1300, ora sono 800 ma non sono morti tutti di coronavirus, ci sono pure quelli usciti dopo la fisioterapia e gli ospedalizzati circa 70."

A confermare che il problema maggiore sia stato la chiusura tardiva delle Rsa, il racconto di quanto è avvenuto un operatore sanitario in provincia di Roma, che ha vissuto tutta l'emergenza in una delle strutture San Raffaele a Rocca di Papa, finita nell'occhio del ciclone.

"Mi chiamo Emiliano sono un infermiere del San Raffaele. Solo il 5 aprile sono state vietate le visite dei parenti nella struttura e a metà marzo abbiamo ricoverato 64 pazienti, afferenti da tutte le asl della regione Lazio. In tutto avevamo 180 ospiti ed abbiamo chiesto in data 25 marzo di poter fare i tamponi, ma ci è stato risposto che era tutto sotto controllo e che non c'erano cluster. In data 3 aprile dopo aver trovato un caso, abbiamo fatto 87 tamponi inviati poi al campus biomedico di Roma, perché la regione non ha voluto autorizzare il nostro laboratorio. A metà aprile di 180 ospiti, ci sono stati 100 anziani contagiati e 40 operatori positivi al covid. La verità è che non c'è mai stato un coordinamento nazionale, le regioni hanno dato libera interpretazione alle disposizioni di governo. Molto miei colleghi lavorano in molti ospedali pubblici dove gli ultimi tamponi sono stati fatti il 15 marzo e poi non sono stati mai ripetuti, è tutto sbagliato. Noi avevamo tutti le mascherine, ma non eravamo preparati al coronavirus come tutte le strutture d'Italia."

Io mi sono ammalato e sono stato isolato per 54 giorni, ci conferma Giulio infermiere di una Rsa di Trento, che vive e lavora tutti i giorni a contatto con questa realtà. Abbiamo combattuto contro un nemico invisibile completamente disarmati. Io sono rimasto scioccato ed ho dovuto prendere dei psicofarmaci."

Ci sono per fortuna strutture dove si è riusciti ad evitare la strage, come nel caso dell'Istituto religioso Maccolini nel centro storico di Rimini che ospita 141 anziani e nel quale lavorano 100 operatori sanitari.

Noi abbiamo seguito tutte le disposizioni di governo e quelle regionali-ci dice il direttore amministrativo laico Matteo Guaitoli- così il 5 marzo l'ingresso ai visitatori è stato vietato. Ci siamo chiusi dentro fino al 31 marzo per tutelare gli ospiti e le nostre famiglie. Una quarantena volontaria di 45 operatori. Abbiamo trasformato la chiesa e la palestra in postazioni letto. I dispositivi individuali li abbiamo sempre avuti. Erano nelle nostre scorte e appena è iniziata l'emergenza ne abbiamo acquistati subito degli altri, a prezzi molto elevati purtroppo, ma così facendo non ci è mancato nulla. Eravamo tutti negativi al covid e abbiamo sempre fatto i tamponi. Il nostro è stato un tentativo di arginare l'ingresso del coronavirus, siamo stati fortunati poteva entrare con qualche operatore asintomatico. Chiudersi dentro é stato un tentativo contro questo virus subdolo, che ha funzionato facendo registrare zero contagi."

"Il vero rischio commenta- la madre superiora Rita Benigni della congregazione delle suore di Maria Bambina- era sottovalutare il covid, perché tutti pensavano che fosse un'influenza. Non ci si è resi conto da subito della gravità del virus. Noi avendo delle strutture in Lombardia, che hanno avuto dei casi abbiamo capito in anticipo il pericolo. Dovevamo affrontare il virus, non inseguirlo. La lungimiranza del nostro direttore, nel chiuderci dentro è stata fondamentale. Così in 48 ore abbiamo chiesto agli operatori la loro disponibilità, senza promettere nessun compenso aggiuntivo, trovandoci con 45 persone pronte come soldati per affrontare l'emergenza. Siamo stati contagiati dall'amore verso i nostri ospiti e non dal virus. Ad aiutarci sicuramente è stata anche la grazia di Dio. L'azienda ospedaliera ci ha seguito molto. Ora da quando sono state riaperte le visite, controlliamo che i parenti rispettino il distanziamento sociale ma sappiamo che non è ancora finita."

Perché quello da capire oggi è come intervenire nelle rsa in caso arrivasse la tanto temuta seconda ondata in autunno.

"È un fatto - spiega il viceministro alla Salute, Pierpalolo Sileri - che le Rsa vadano riviste e maggiormente protette, anche in considerazione dei controlli che vi sono stati non solo durante l'emergenza Coronavirus ma anche nei mesi precedenti: se si guarda ai report dei controlli dei Carabinieri dei NAS degli ultimi due anni, una Rsa su cinque presentava criticità nelle misure di sicurezza, nella gestione organizzativa e/o nell'assistenza agli ospiti-pazienti. In virtù di questo, all'ombra della tragedia che ha colpito migliaia di famiglie durante l'epidemia, di cui il Pio Albergo Trivulzio è stato un esempio drammatico, gli accreditamenti andranno fatti con maggior cura e cognizione. A tal proposito, fin dagli esordi della problematica, mi sono speso e continuerò a farlo per l'introduzione di un modello di struttura maggiormente inclusiva e monitorata, come il "budget di salute", già realtà in Campania, Friuli Venezia-Giulia ed Emilia Romagna. Accanto allo sviluppo del modello, andrà rafforzata la formazione degli operatori, anche per consentire una maggiore protezione di chi lavora all'interno delle strutture.

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