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Economia

Colloquio di lavoro: tutto quello che c'è da sapere

Io nasco psicologo del lavoro: dopo alcune esperienze su altri fronti formativi (leggi: chimica), ho deciso che il mio destino sarebbe stato quello di lavorare con le persone, cioè di fare il Direttore del Personale. Per far ciò, ai miei tempi il primo step era prendersi un titolo in Psicologia del lavoro. Degli infiniti autori che ho studiato, però, nessuno mi è rimasto più impresso di Paul Watzlawick, che nel bel mezzo degli anni Settanta (mentre cioè nel mondo divampava la contestazione giovanile ed erano in voga i trend della ricerca spirituale a tutto tondo tipo “vado in India e trovo me stesso”) utilizzò una massima tanto nuova quanto sacrosanta. La massima era: “Non si può non comunicare.”

Cioè: qualunque cosa noi decidiamo di fare (o non fare) racchiude in sé un messaggio diretto all’altro, ovvero a chiunque ci troviamo più o meno attorno. Da bravi esseri umani, quindi, noi tutti comunichiamo in qualunque momento della nostra giornata, e lo facciamo in modo:
- verbale (utilizzando parole e contenuto);
- paraverbale (tono di voce e ritmo delle parole);
- non verbale (gesti, postura, prossemica, mimica).

Chiunque sarebbe portato a pensare che il canale che va per la maggiore sia quello verbale; in realtà la nostra comunicazione è verbale solo per il 7%. Così, elementi connessi al verbale che fanno invece parte del para-verbale prendono appena il 38%, mentre il podio spetta decisamente (55%) al non verbale. Significa che possiamo “essere letti” dai gesti che facciamo, da come camminiamo o stiamo seduti, dalle espressioni (anche minime) che ci suscita ciò che ci accade intorno. Iniziate a capire quanto la cosa sia importante lavorativamente parlando?

Vi faccio un esempio più diretto e “di prima mano”. Ho un collega che è un autentico fenomeno: meticoloso, colto, veloce, resiliente (cioè capace di perseverare nelle cose che fa) e dotato di buona memoria. Un talento, insomma. Eppure, proprio come a scuola o nella pellicola “Will Hunting”, questo ragazzo che non ha ancora passato la quarantina è nato e cresciuto con una propensione che fa sì che si mostri assolutamente trasparente al prossimo. Un pregio, direte voi. Non sempre, vi risponderò.

Perché nella vita come sul lavoro conta anche (e molto) la condotta, che qui significa diplomazia: il sapersi mostrare pacati nonostante tutto e tutti. È quello che gli rimprovero sempre (ed anche lui ne è consapevole), e si tratta del pezzo che chiuderebbe a meraviglia il suo puzzle personale da professionista a 360gradi. Speriamo possa metterci mano.

Ma torniamo al lavoro ed alle nostre percentuali. Se è vero che la nostra comunicazione è per la massima parte non verbale, allora durante un colloquio non contano soltanto le parole, ma anche l’uso della voce e del tono, e soprattutto:
- gesti;
- pause;
- sguardo e, ca va sans dire,
- abbigliamento.

Tutti elementi che rivelano assai più di quanto sospetteremmo. Come possiamo far sì che la prima impressione che trasmettiamo in sede di colloquio risulti allora un buon viatico per ciò che verrà dopo? Anzitutto, ricordando Oscar Wilde, che era solito dire che “non c’è mai una seconda occasione di fare una prima, buona impressione.” Cioè: ci giochiamo tutto da subito, e dobbiamo puntare a lasciare immediatamente un buon segno perché chi ben comincia è chiaramente a metà dell’opera.

All’atto pratico:
- manifestiamo quanta più naturalezza possibile (è ovvio che un minimo di adrenalina è consentita e benvenuta, anche perché massimizza la nostra concentrazione, evitiamo però l’effetto ingessatura…);
- cerchiamo di essere sufficientemente spontanei del soggetto (vi piacerebbe discorrere con qualcuno che sembra infastidito dalla vostra presenza?);
- cerchiamo il contatto visivo col nostro interlocutore (non siamo sotto esame e non abbiamo nulla da nascondere);
- manteniamo una postura a lui/lei diretta, evitando di sembrare sul punto di andar via o indirizzarci alla porta (e quindi alla fuga!);
- dedichiamo un minimo d’attenzione alla stretta di mano: ferma e “condita” da un buon sorriso; salda e sicura ma mai assassina (ciao Bud, ci mancherai!), gentile ma non molle (indice di insicurezza esistenziale).

Un capitolo a parte merita il fronte della postura. Se siete in piedi:
- niente braccia incrociate (non è un sit-in e non state protestando);
- guai ad inserire la mani in tasca (non siete al bar con gli amici e non state bighellonando sul Corso!);
- evitate anche, se possibile, atteggiamenti da concierge di sala a braccia conserte dietro la schiena (non state servendo ma sostenendo un colloquio);
- evitate anche posture di mussoliniana memoria (mento alto, braccia piegate sui fianchi), indirizzano a pensare ad un atteggiamento di sfida che depone a vostro sfavore;
- ottima la postura “da chiesa”, con le braccia raccolte (ma non conserte) davanti.

Da seduti:
- ok per il busto leggermente chinato in avanti (indice che si ha a cuore quanto si sta condividendo con l’altro), ma mai esagerare scadendo nell’aggressivo (è la stessa postura che si adotta con un cane per minacciarlo!);
- niente busto sbilanciato sullo schienale (troppa rilassatezza e vi leggerebbero come non interessati al colloquio…);
- ok per il busto eretto, eventualmente con mani appoggiate sulle gambe.

Tono della voce: il nostro obiettivo, ovviamente, è garantirci un’attenzione costante ed evitare silenzi da imbarazzo. Allora, cerchiamo di assumere semplicemente un tono adeguato:
- non troppo alto;
- non troppo basso;
- niente voce monotona (il Rosario lo recitate poi a casa);
- cambiando, perché no, il ritmo in base agli argomenti che di volta in volta tocchiamo; ed
- evitando (per carità!) di schiarirci la voce ogni 5secondi.

Ultima nota, visto che ci siamo, riguarda il cosiddetto dress code. In questo caso, al netto delle varie specificità legate all’azienda ed alla posizione (quelle le lascio a voi, sappiatevi regolare di volta in volta ricordando che chi vi seleziona lo fa non solo perché siete voi, ma anche per quanto potreste “funzionare” all’interno di quello specifico ambito!), ricordiamo sempre di mostrarci professionali (siamo lì per un lavoro) e semplici (un po’ di stile va bene, ma la sofisticazione la lasciamo alle maison di moda parigine, giusto?).
Direi che ci siamo, che aspettate allora? In bocca al lupo - e nervi saldi!

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