Caro Stato abbassami le tasse e incasserai di più

Alla fine ti guarda con un sorriso mesto: "Ora lo capisce perché otto imprese su dieci chiudono i battenti? E perché in tante vanno a produrre fuori dall’Italia? Così non ce la possiamo fare". Vede nero Fabrizio Castoldi. Nero come la copertina dello studio che ha condotto sull’industria metalmeccanica italiana e che gli ha permesso di scoprire due sconvolgenti verità, una di interesse generale e una che lo tocca un po’ più da vicino, cioè quanto paga davvero la sua azienda: la prima verità è che la tassazione sulle imprese manifatturiere arriva tranquillamente al 90 per cento dell’utile, senza considerare gli oneri sociali; la seconda è che la sua società, la Bcs di Abbiategrasso (Milano), ha subito negli ultimi 5 anni una pressione fiscale media dell’85 per cento.

Già, perché spesso neppure l’imprenditore sa esattamente quanto paga di imposte, data la complicazione del sistema fiscale italiano. Ma l’indagine di Castoldi non si è fermata qui: ha sbugiardato le classifiche internazionali secondo le quali la tassazione sulle imprese italiane sarebbe pari al 31,4 per cento. E ha dimostrato, usando come laboratorio la propria azienda, che se riducesse la pressione fiscale lo Stato, invece di perderci, ci guadagnerebbe.

E dire che tutto è incominciato dalla Cina. Fabrizio Castoldi, 70 anni, guida il gruppo Bcs, una società da oltre 100 milioni di fatturato e 700 dipendenti che produce macchine agricole come trattori e motofalciatrici con tre impianti in Lombardia ed Emilia, e filiali in Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Cina e India. Come molti imprenditori partecipa alle attività confindustriali e un paio di anni fa propose all’Assolombarda di creare un gruppo di lavoro per studiare l’impatto delle economie asiatiche, e in particolare di quella cinese, sul settore metalmeccanico, uno dei più importanti dell’economia lombarda e nazionale. «Scoprimmo, tra le altre cose, che in Cina le aziende meccaniche pagano in tasse un’aliquota unica del 25 per cento» racconta Castoldi. «Aliquota che scende al 15 per cento se l’impresa reinveste almeno il 30 per cento degli utili in ricerca e sviluppo». Raccolti questi dati, per proseguire lo studio e capire quali svantaggi hanno le società come la Bcs rispetto ai concorrenti asiatici, Castoldi vuole sapere quanto pagano le aziende italiane in tasse. Ed è grande il suo stupore quando neppure in Assolombarda gli sanno dare una risposta precisa: «Non si sa, dipende da tanti fattori, la tassazione è molto variabile...» gli dicono allargando le braccia.

L’imprenditore chiede allora all’Assolombarda di esaminare i bilanci di una dozzina di imprese manifatturiere meccaniche, compresa la Bcs. Il risultato, rielaborato dal gruppo di lavoro di Castoldi, lo fa saltare sulla sedia: la pressione media su questo campione è pari al 71,9 per cento! Ma questa percentuale non comprende l’Ici, che nel campione pesa per l’8 per cento del reddito aziendale. Quindi la pressione fiscale totale sale addirittura all’80 per cento. Senza contare gli oneri sociali. E siamo nel 2011, non è ancora arrivata l’Imu che rispetto all’Ici raddoppia. A questo punto Castoldi, con il piglio dell’imprenditore pragmatico, si appassiona e vuole vederci chiaro. «Mi viene in aiuto un’indagine effettuata da Assolombarda, Prometeia e Università Bocconi su un campione ben più ampio, 5.989 imprese di vari settori sparse tra Milano, Lodi e Monza».

Il risultato non fa che confermare la grande dispersione del carico fiscale in Italia, come facevano sospettare le risposte vaghe ricevute all’inizio dall’imprenditore: dall’indagine su dati 2011 emerge infatti che circa un quarto delle aziende ha una pressione fiscale inferiore al 40 per cento; il 27,7 per cento del campione paga tra il 40 e il 60 per cento di tasse; il restante 46 per cento supera il 60 per cento. «Semplificando» sostiene Castoldi «si può dire che metà delle imprese italiane ha una pressione fiscale media intorno al 35 per cento, l’altra metà una pressione fiscale intorno all’85 per cento, senza considerare l’Imu».

Ma perché questi dati non coincidono con l’aliquota dell’80 per cento sul reddito sopportato da quella dozzina di imprese metalmeccaniche del primo campione? E perché ci sono i due gruppi con pressioni fiscali tanto diverse nel secondo campione? «La risposta è semplice: le tasse che colpiscono le aziende » spiega Castoldi «cioè l’Ires (imposta sul reddito delle società), l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) e l’Imu (imposta municipale unica), non sono calcolate solo sul reddito ma pure sui capannoni, sui macchinari, sui lavoratori, anche se con la Legge di stabilità finalmente la componente lavoro viene azzerata. L’effetto quindi è questo: le aziende che non producono e non hanno grandi immobili e si limitano a offrire servizi o a commercializzare appartengono a quel gruppo che paga il 35 per cento di tasse. Se invece la società ha impianti e quindi terreni e capannoni, arriva a pagare l’85 per cento.

Il paradosso è che se il reddito di quest’ultima impresa scende, ma ha un costo del lavoro alto, la pressione fiscale diventa più pesante. Insomma, il nostro sistema fiscale penalizza gravemente le aziende che producono in Italia. Un’impresa con una pressione fiscale media dell’85 per cento non può sopravvivere a meno che non sposti all’estero la produzione e mantenga qui solo le attività di direzione, ricerca, commercializzazione». Eppure in studi internazionali come quello realizzato dalla Kpmg il «corporate tax rate» dell’Italia è indicato al 31,4 per cento, più basso di quello americano e francese e in linea con quello tedesco: come mai? L’imprenditore di Abbiategrasso prende un foglietto elaborato dal suo ufficio contabilità e mostra un paio di numeri: «Vede, se io sommo l’Ires al 27,5 per cento e l’Irap al 3,9 ottengo proprio il 31,4 per cento. Peccato che mentre negli altri paesi questo tipo di tasse si applica sul Rai, il reddito ante imposte, in Italia l’imponibile comprende anche il costo del denaro, il costo del lavoro (almeno fino a ora), i costi auto, accantonamenti vari e perfino l’Imu.

Così la pressione fiscale reale è molto più alta. E poi» aggiunge con un sorrisetto «lo sa qual è la fonte di queste classifiche internazionali? L’Agenzia delle entrate. E ho detto tutto». Dipinto il quadro, Castoldi ha cercato anche di trovare una soluzione. E secondo lui l’unica via d’uscita è una tassa più bassa, uguale per tutti: «Fissiamola pure al 50 per cento del reddito imponibile, sia per chi produce sia per chi si limita a commercializzare. Si eviterebbe così di spingere gli imprenditori a delocalizzare la produzione.

Naturalmente il 50 per cento dovrebbe essere solo l’inizio perché la tassazione dovrebbe rapidamente portarsi al 30 uniformandosi alla media europea». Il presidente della Bcs non si limita a dirlo, ma lo ha fatto: nel senso che ha condotto una simulazione sull’arco di 8 anni provando ad applicare un’aliquota del 30 per cento sul reddito della sua azienda ottenendo questo risultato: meno tasse pagate, quindi più investimenti in ricerca e sviluppo da cui la messa in produzione di tre nuovi modelli con conseguente assunzione di circa 60 operai. Grazie all’aumento degli occupati e del fatturato (circa il 12 per cento) lo Stato alla fine guadagnerebbe di più. Infatti con l’aliquota al 70,7 per cento (media degli 8 anni presi in esame) la società ha pagato tasse per un valore annuo di 2.231.000 euro, mentre con l’aliquota del 30 per cento su più ricavi e più produzione, avrebbe pagato tasse per 2.206.000 euro, più le imposte generate dall’incremento dei posti di lavoro pari a 250 mila euro, più il risparmio effettuato dallo Stato sulla cassa integrazione pari a 750 mila euro per un valore totale quindi di 3,2 milioni. «In conclusione: lo Stato anziché incassare 2,23 milioni annui rovinando le imprese avrebbe incassato 1 milione di euro in più favorendo l’espansione delle aziende e creando nuovi posti di lavoro». Matteo Renzi, facci un pensiero!

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