Boxe: 40 anni fa lo storico Ali-Foreman a Kinshasa

Fermate oggi un passante per strada, chiedetegli se è interessato allo sport e - in caso di risposta affermativa - domandategli a bruciapelo chi sia il campione del mondo dei pesi massimi. O vi guarderà stupefatto o vi butterà lì un incerto "Mike Tyson?", confidando in un miracoloso ritorno sul ring dell'invece ormai pensionato pugile. Quarant'anni fa, il 30 ottobre 1974, fu invece il mondo a fermarsi per sapere chi sarebbe stato il nuovo "re della boxe", chi sarebbe uscito vincitore dall'ormai mitica "The Rumble in the Jungle": ovvero "La rissa nella giungla", come fu subito battezzato dai creativi giornalisti dell'epoca il match tra il campione in carica George Foreman e lo sfidante Muhammad Ali in quel di Kinshasa, allora Zaire e oggi Repubblica Democratica del Congo.

Uno strano sponsor
Perché proprio lì? Perché quel combattimento, destinato a entrare nella leggenda, era anche il primo grande incontro organizzato da Don King: il manager cappellone, destinato a sua volta a diventare una (discussa) leggenda della boxe, aveva infatti promesso una borsa di 5 milioni di dollari a testa ai due sfidanti, senza però avere in tasca nemmeno una monetina... Ed ecco allora arrivare l'inaspettata soluzione: i sacchi di banconote sarebbero usciti dai forzieri del sanguinario dittatore Mobutu, disposto a tirar fuori l'intera cifra per ospitare un evento che avrebbe dato lustro al suo regime e allo Stato africano da lui ribattezzato Repubblica dello Zaire giusto tre anni prima. Unica condizione strappata da Don King per farci soldi a sua volta: l'inizio della sfida fissato alle 4 del mattino ora locale, così da consentire a 450 locali tra Stati Uniti e Canada di trasmettere l'incontro in diretta su grande schermo a circuito chiuso, così come fecero diversi cinema del Regno Unito, mentre in totale furono un centinaio i paesi collegati in Tv. Per uno spettacolo che non deluse le aspettative...


Il più forte pugile di sempre?
Campione in carica, George Foreman aveva tutto dalla sua, non solo i favori del pronostico: 24 anni contro i 32 di Ali, vantava un record di 40 vittorie e zero sconfitte, per complessivi 37 ko di cui 15 nei 17 precedenti combattimenti. Feritosi durante uno dei duri allenamenti ai quali entrambi i pugili si stavano sottoponendo dall'estate precedente in Zaire (il match era infatti originariamente previsto in settembre e venne spostato proprio per l'incidente), Foreman aveva pienamente recuperato ed era considerato da molti il più potente pugile mai esistito. Comunque abbastanza forte da mettere al tappeto un Ali costretto all'inattività per squalifica dal 1967 al 1970 per essersi rifiutato di combattere in Vietnam e considerato ormai a fine carriera a dispetto dei 15 successi su 17 incontri ottenuti da quando era finalmente risalito sul ring, incluso quello che l'aveva visto prevalere sull'altro ex-campione Joe Frazier il gennaio precedente a New York.

Decisivo l'effetto Africa
Giornalisti e scommettitori non avevano però fatto i conti con il fattore Africa: per un atleta che aveva sacrificato la sua carriera in nome di un diverso credo religioso (Cassius Clay divenne Muhammad Ali nel 1964, abbracciando la fede musulmana) e di idee politiche che lo avevano avvicinato a Malcolm X, quelle settimane passate nella terra degli avi, in mezzo a quella che considerava la "sua" gente, furono infatti un'incredibile iniezione di energia vincente, come rivelò più di vent'anni dopo il meraviglioso documentario "Quando eravamo re". Un'energia moltiplicata durante l'incontro dal ruggito dei 60 mila spettatori presenti allo "Stade du 20 Mai" di Kinshasa, la stragrande maggioranza dei quali ripeteva incessantemente quell'urlo politicamente scorretto poi entrato nella storia: "Ali, bomaye!", ovvero "Ali, ammazzalo!". Cosa che - sportivamente parlando - accadde all'8° round, quando lo sfidante - dopo aver incassato senza arretrare centinaia di colpi - colpì Foreman con un gancio sinistro al mento immediatamente seguito da un diretto destro al volto che mandò il campione in carica al tappeto, facendolo rialzare quando l'arbitro aveva ormai già scandito il fatidico "dieci".

Nemici amici
A seguire non mancarono le polemiche: testimoni dissero che Foreman si stava già rimettendo in piedi al "nove", ma che il direttore dell'incontro affrettò il conteggio per metterlo definitivamente ko; mentre lo sconfitto prima accusò l'entourage di Ali di aver allentato le corde del ring per penalizzare la sua potenza e quindi dichiarò in una vendutissima autobiografia di essere stato intossicato con dell'acqua "che sapeva di medicina". Lo scontrò continuò negli anni per poi, come nel più classico dei copioni, divenire una sincera amicizia: tanto che nel 1997, in occasione della consegna dell'Oscar a "Quando eravamo re", fu proprio George Foreman (che aveva riconquistato il titolo nel 1994, divenendo a 45 anni il più vecchio campione di sempre) ad aiutare a salire sul palco un Muhammad Ali già martoriato dai colpi del morbo di Parkinson. Fu quella la notte della definitiva consacrazione di un evento destinato ad andare oltre i confini della boxe e per questo celebrato non solo dagli appassionati a distanza di quarant'anni.

Quanto all'attuale campione dei massimi, alla fatidica domanda potete dare tre risposte diverse: l'ucraino Vladimir Klitcho è il super-campione in carica dal 2011, ma esistono anche un campione regolare Wba (il russo Alexander Povetkin) e uno Wbc (il canadese Bermane Stiverne). Perché nella boxe non è più tempo di re, ma al massimo di piccoli feudatari.

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