L'attentato di Sarajevo: le cose da sapere 100 anni dopo

Ecco ci siamo. Sono 100 anni giusti dal 28 giugno del 1914, era una domenica, il giorno che diede davvero il via al Ventesimo secolo: l'attentato di Sarajevo dove vennero uccisi Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico e sua moglie Sofia.
Ecco alcune cose da sapere per rileggere quell'avvenimento che nel giro di cinque settimane trascinò l'Europa nella prima guerra mondiale.

Terrorismo serbo
1) Qualsiasi cosa pensiate dell'impero asburgico, l'attentato di Sarajevo fu un atto di terrorismo ispirato dal nazionalismo pan-serbo.
I giovani nazionalisti serbo-bosniaci che erano lungo le strade di Sarajevo per uccidere Francesco Ferdinando erano convinti di punire l'Austria, "colpevole" di impedire alla Serbia di compiere la propria missione: unire in una Grande Serbia tutti i "fratelli", indipendentemente da dove si trovassero e senza curarsi del prezzo che chi stava fuori dal cerchio avrebbe pagato. Come alcune azioni di "pulizia etnica" dell'esercito serbo e delle milizie irregolari, durante e subito dopo le guerre balcaniche, avevano ampiamente dimostrato nei territori conquistati da Belgrado.
Insomma, un po' la stessa idea tribale che spinse 80 anni dopo, negli anni '90 del '900, i serbi ad aggredire i musulmani colpevoli di abitare zone della Bosnia Herzegovina che andavano "ripulite".

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La copertina del numero del 5 luglio 1914 de "La Domenica del Corriere" riporta l'interpretazione di Achille Beltrame dell'attentato di Sarajevo.


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GAVRILO PRINCIP (1894-1918)

Bosniaco di Obljaj, una cittadina dell’interno, nacque nel 1894 durante l’amministrazione austro-ungarica della Bosnia-Erzegovina. 

Di famiglia poverissima, Gavrilo fu uno dei tre fratelli sopravissuti alla morte di sei fratelli durante l’infanzia.

Si stabilisce presto a Sarajevo presso il fratello maggiore dove diviene uno studente modello, pur mostrando una precoce irrequietudine comportamentale.

Dopo l’espulsione dalla scuola di Sarajevo, si trasferisce a Belgrado per completare gli studi. 

Durante le guerre balcaniche tentò di farsi arruolare dalle milizie segrete cetniche e dalla società segreta “Mano Nera”, che tuttavia lo congedarono a causa della scarsa prestanza fisica e della salute precaria. 

In seguito, deciso a compiere qualche gesto clamoroso per l’indipendenza della Bosnia, si esercitò all’uso di bombe e armi da fuoco fino al giorno fatidico dell’assassinio dell’Arciduca.

Dopo l’attentato cercò di uccidersi prima col cianuro e quindi con la pistola, ma entrambi i tentativi fallirono. Fu poi sottratto al linciaggio della folla e portato in carcere. Processato a Sarajevo, non fu condannato a morte a causa della giovane età. 

Passò gli ultimi anni della sua vita nel carcere austriaco di Theresienstadt dove morirà di tubercolosi ossea il 28 aprile 1918.


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Sarajevo, mattina del 28 giugno 1914. Francesco Ferdinando e la moglie Sophie scendono dal treno assieme alla Guardia.


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L’ AUTOMOBILE DELL’ ARCIDUCA.

L’automobile sulla quale viaggiavano l’Arciduca e la Moglie Sofia era una Graf und Stift “Double Phaeton” immatricolata il 15 dicembre 1910 con targa “A III 118” e consegnata al comandante della guardia dell’arciduca, conte Franz von Harrach. 

Si trattava di una limousine convertibile dotata di un motore De Dion (numero di serie 287) a 4 cilindri di 5.800 cc erogante la potenza di 32 HP. Il cambio era a 4 marce. La produzione della prestigiosa marca viennese si attestava attorno alle 100 unità all’anno.


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I genitori di  Gavrilo Princip.

A sinistra la madre, Marija Micic e ,a destra, il padre Petar di professione postino.


La prima pagina de "La Stampa" titola a 5 colonne la notizia dell'attentato di Sarajevo il giorno seguente ai fatti.


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LA MOBILITAZIONE SERBA E LO SCOPPIO DELLA GUERRA.

Il 28 giugno Gavrilo Princip uccide l’arciduca Francesco Ferdinando. 

Il 25 luglio il governo serbo dirama l’ordine di mobilitazione contro la minaccia di invasione austriaca e dopo aver rifiutato le inaccettabili clausole dell’ultimatumviennese.

Richiamati tutti i maschi abili dai 25 ai 45 anni di età, il 9 agosto l’esercito di Belgrado poteva contare su una forza di circa 250.000 uomini divisi in 11 divisioni di fanteria e una di cavalleria.

Uscito stremato dalle guerre balcaniche degli anni 1912-13, l’esercito serbo non riuscì mai a mantenere un organico sufficiente, date le consistenti perdite subite nei primi mesi e l’impossibilità di rimpiazzarle con forze di rincalzo. 

L’industria bellica era pressoché inesistente e per le forniture  di armi e munizioni, Belgrado dipendeva totalmente dalla Francia e dalla Russia. 

Per questi motivi , la resistenza serba durò brevemente, fino all’invasione austro-ungarica avvenuta 

pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità. 

Per la popolazione serba, la resistenza contro Vienna sarà un olocausto. I dati parlano di perdite attorno al 60% della popolazione maschile  e di un totale, comprensivo di civili e militari, di 1.100.000 morti.

Nella foto, Un richiamato serbo è accompagnato dalla moglie alla tradotta nel luglio 1914.


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Il momento dell’arresto di Gavrilo Princip, pochi minuti dopo aver esploso i colpi mortali.


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Fotografia dal processo a Gavrilo Princip e ai suoi compagni coinvolti nell’attentato del 28 giugno 1914. La prima udienza si svolse il 12 ottobre 1914 in un carcere militare a Sarajevo.


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Il luogo del delitto.

L’incrocio di Sarajevo dove avvenne l’attentato, in una ricostruzione del 1955. 

A sinistra, il calco dei piedi nell’asfalto indica la posizione esatta di Princip quando esplose i colpi mortali. La chiazza al centro dell’incrocio, a circa 1,5 metri dalle impronte, il punto dove i proiettili colpirono a morte la coppia imperiale.


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LA PISTOLA 

Se  si considera l’assassinio di Sarajevo il casus belli che portò all’inizio del primo conflitto mondiale, i primi colpi partirono il 28 giugno 1914 dall’arma di Gavrilo Princip, una Browning modello FN del 1910.

Si trattava di un’arma semiautomatica prodotta su licenza in Belgio, registrata con la matricola 19074. Il calibro dell’arma era 7.65 e pesava 590 grammi. Un evoluzione del modello FN rimase in produzione sino al 1983. 

L’arma originale si trova oggi al Museo di Storia Militare di Vienna.


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Esecuzioni sommarie di serbi sospettati di essere collegati con il movimento irredentista antiasburgico in Bosnia poco dopo l’attentato di Sarajevo.


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Gavrilo Princip con il padre Petar.


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L’arciduca Francesco Ferdinando con la moglie e i figli Ernst, Maximilian e Sophie.




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L’ATTENTATO DI SARAJEVO

Poco prima delle 11 del mattino del 28 giugno 1914,  nel  centro di Sarajevo echeggiano due spari che cambieranno per sempre la vecchia Europa.

Gavrilo Princip, uno studente bosniaco irredentista, colpisce a morte l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Ungheria e la moglie Sophia, in visita ufficiale nella Bosnia amministrata dagli austriaci. 

L’attentato avviene quando la macchina dove viaggiano l’arciduca e la moglie è costretta ad arrestarsi per un errore di direzione dell’autista. I due colpi vanno a segno e poco dopo Francesco Ferdinando e la moglie cessano di vivere.

Nella stessa mattinata la colonna degli austriaci era già stata bersaglio del gruppo di irredentisti. 

Fu il compagno di Princip, Nedeljiko Cabrinovic, a scagliare un ordigno che avrebbe dovuto colpire l’arciduca. La bomba colpì invece una delle auto di scorta, provocando il ferimento di alcuni membri della guardia. Nonostante il grave antefatto, il corteo continuò la parata fino al municipio e quindi, sulla via del ritorno, verso il fatale destino.

L’impressione scatenata dall’attentato è altissima e contribuisce ad accendere le polveri di una guerra già annunciata tra le grandi potenze mondiali. 

Le ceneri mai spente delle guerre balcaniche, la crisi dei vecchi imperi centrali, gli opposti nazionalismi, gli spiriti di rivincita nati dalle ultime guerre ottocentesche, incendieranno l’Europa per i successivi 5 anni, generando un conflitto segnato da un immane sacrificio umano, causato dalla devastazione generata da antichi rancori di imperi al tramonto. 

Ma combattuta per la prima volta con micidiali armi moderne.


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Timbro della società segreta "Mano Nera".

Capeggiato dal motto “Ujedinjenje ili Smrt”, (“Unità o Morte”.) era costituito da una mano reggente una bandiera con teschio e tibie incrociate.

Sulla sinistra sono visibili una bomba a mano ed un gladio.


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Colonnello Dragutin Dimitrijevic "Apis" (1877-1917)

Militare di carriera, fu soprannominato dai suoi compagni di accademia "Apis", in serbo "l'ape", per la sua eccezionale operosità.

Fervente ideologo del panslavismo, fu tra i fondatori della società segrata militare "Mano Nera" e tra i responsabili dell'attentato del 1903 che costò la vita al re Alessandro e alla sua consorte.

Il riformismo di Francesco Ferdinando fu da lui interpretato come una minaccia alle aspirazioni di indipendenza irredentiste, tanto da portarlo a concepire e ad organizzare l'attentato di Sarajevo.

Sarà giustiziato a Salonicco nel 1917 per volere del governo serbo in esilio.


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FRANCESCO FERDINANDO D’ASBURGO-ESTE (1863-1914).

Francesco Ferdinando in uniforme di gala nel 1914.

Nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe, nasce a Graz nel 1863.

Erede al trono austro-ungarico, segue la tradizionale carriera militare riservata ai cadetti delle famiglie aristocratiche, che lo vide raggiungere il grado di tenente a soli 14 anni. 

Divenuto maggiore  generale a 31 anni, alla vigilia del suo assassinio ricopriva la carica di ispettore generale militare dell’ Impero d’Austria Ungheria. Proprio in questa veste, il 28 giugno 1914 l’arciduca giunse a Sarajevo, capitale della Bosnia sotto l’amministrazione austriaca, per un incontro con le autorità cittadine.

Di carattere spigoloso ed iracondo, mostrò tuttavia una propensione alla modernità che gli alienò gran parte della corte viennese. Aveva  inoltre scandalizzato per il suo matrimonio contratto in rito morganatico con una donna di rango assai inferiore e per di più di origini boeme, Sophia Chotek Von Chotkowa. 

Anche le sue idee geopolitiche gli avevano creato non pochi attriti con i conservatori dell’ Impero. Egli fu un “trialista”, ovvero un sostenitore di una sorta di riforma federalistica dell’Impero con la creazione di un “terzo regno” slavo. Da queste posizioni nascono anche alcune teorie complottistiche riguardo alla sua tragica fine, alimentate dalla scarsa attenzione alla sicurezza mostrata il giorno dell’attentato da parte della sua guardia, specie in seguito al fallito attentato della mattina stessa. Il viaggio di ritorno dal municipio di Sarajevo fu infatti affrontato con la sola protezione della inadeguata polizia della capitale bosniaca.


Flickr/gzgpf

Francesco Ferdinando, erede al trono degli Asburgo, a Sarajevo il 28 giugno del 1914
L'auto dell'Arciduca la mattina del 28 giugno 1914
Wikimedia Commons
Erano convinti di punire l'Austria, "colpevole" di impedire alla Serbia di compiere la propria missione

La Mano nera, Apis
2) D'altra parte, qualsiasi cosa pensiate dell'ultimatum del governo di Vienna alla Serbia, è innegabile che dietro l'attentato del 28 giugno ci fosse una rete terroristica semiclandestina ma ispirata, finanziata, organizzata e favorita da una parte dell'esecutivo serbo e soprattutto guidata da alcuni circoli dell'esercito.
La "Mano nera", l'organizzazione degli assassini di Sarajevo, e molti dei suoi progetti per uccidere politici austriaci ma anche esponenti non estremisti serbi, erano conosciuti da anni, dal governo di Belgrado e alla stampa (oltre che dai servizi segreti austriaci). In realtà, già nel 1912 la Mano nera era una organizzazione "quasi ufficiale", al punto che, come ricorda Cristopher Clark ne "I sonnambuli" , era risaputo che il ministro della Guerra serbo ne fosse un protettore. Anche Nikola Pašić, il primo ministro serbo, un moderato, era certamente informato del piano per uccidere l'Arciduca.
L'architetto dell'attentato di Sarajevo fu Dragutin Dimitrijević, detto Apis, capo dell'intelligence militare serbo, vera guida della Mano Nera e fra gli ufficiali più estremisti dell'esercito (nel 1903 fu uno degli assassini del re Alessandro Obrenović e della regina Draga).

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Due colpi di pistola, Gavrilo Princip
3) Il fatto che fosse Gavrilo Princip a uccidere Francesco Ferdinando e Sofia fu il risultato di una combinazione di eventi casuali che consegnarono proprio lui alla storia invece che i suoi compagni di complotto. Erano in sette i terroristi, la mattina del 28 giugno 1914, disposti lungo la Appel Quay (oggi Obana Kulina bana), la via che costeggiava il fiume Milijacka, parte principale del percorso del corteo di auto dell'Arciduca.
Il primo che avrebbe potuto agire fu Muhamed Mehmedbašić: aveva una bomba a mano pronta da lanciare ma la paura lo paralizzò.
Poi fu il turno di Nedeljko Čabrinović: lui ci andò vicino; sbagliò il tempo del lancio della bomba a mano che esplose sotto un'altra auto del corteo imperiale ferendo un militare, il colonnello Erik von Merizzi.
Francesco Ferdinando a questo punto decise di continuare la visita nonostante l'attentato fallito, con una leggera modifica del percorso, per poter visitare von Merizzi e sincerarsi delle sue condizioni.
Gli altri attentatori rientrarono in gioco. Vaso Čubrilović però non sparò: pare che a fermare la sua mano fosse stata la vista della Duchessa Sofia accanto a Francesco Ferdinando. Cvijetko Popović non lanciò la sua bomba per la paura.

Ed ecco Gavrilo Princip. Dopo la bomba lanciata da Čabrinović corse verso l'assembramento, convinto che l'attentato fosse stato portato a termine con successo. Qui si rese invece conto del fallimento e vide il compagno arrestato - pare che avesse anche pensato di sparargli per evitare che parlasse, dato che il veleno che l'attentatore aveva ingerito per suicidarsi non aveva causato altro che forti dolori.

Vaso Čubrilović però non sparò: pare che a fermare la sua mano fosse stata la vista della Duchessa Sofia accanto a Francesco Ferdinando

Princip però cambiò idea e riportò la sua attenzione sull'Arciduca. Ma era troppo tardi: l'automobile era di nuovo in corsa e lui non si fidò della sua mira.
E a questo punto la fortuna e l'intuito consegnarono il suo nome alla storia. Infatti Princip decise di andare sulla Franz Joseph, lato destro, semplicemente perché era previsto che il corteo di auto passasse di lì prima di lasciare la città.

Nel frattempo l'Arciduca, Sofia e gli altri fecero quanto previsto, con qualche cambiamento al protocollo. Visita al municipio, discorso del sindaco (che non ebbe la presenza di spirito di modificare a braccio il testo dicendo cose grottesche su quanto la popolazione di Sarajevo accogliesse con felicità la visita imperiale, scatenando l'ira, a stento controllata, di Francesco Ferdinando).

A questo punto, insieme con i responsabili delle misure di sicurezza, l'Arciduca decise di ridurre i rischi accorciando il percorso del corteo. Tuttavia, invece di andare direttamente fuori città, l'erede al trono volle passare all'ospedale della guarnigione per salutare l'ufficiale ferito dalla bomba di Čabrinović. Fu allora predisposto che venisse ripercorso l'Appel Quay a ritroso, senza passare dalla Franz Josef, via prevista dal programma ufficiale e, via dove aspettava Princip.
A questo punto la Mano nera aveva virtualmente fallito.


Provò con la bomba a mano che rimase però attaccata alla cintura; allora passò alla pistola: due colpi ravvicinati

Invece, nel concitato susseguirsi di decisioni, nessuno aveva pensato di avvertire gli autisti delle auto del corteo imperiale. Che quindi percorsero le strade previste dal programma iniziale: quindi entrarono in Franz Josef.
Proprio davanti al punto dove aspettava Princip, l'auto di Francesco Ferdinando addirittura si fermò. Questo perché Oskar Potiorek, governatore della Bosnia Herzegovina e responsabile delle misure di sicurezza per la visita, urlò all'autista dell'auto sulla quale si trovava - e che era proprio quella dell'erede al trono degli Asburgo - che avevano sbagliato strada.
Quello fu il momento di Princip e il momento che segnò in modo catastrofico la storia del XX secolo: provò con la bomba a mano che rimase però attaccata alla cintura; allora passò alla pistola: due colpi ravvicinati. Il primo colpì la Duchessa Sofia all'addome, il secondo l'Arciduca al collo.
Guardando la moglie sanguinante, Francesco Ferdinando pronunciò le parole che nel giro di poche ore avrebbero fatto il giro dell'intera duplice monarchia, rilanciate da ogni giornale e gazzetta e ripetute a voce per chi non poteva leggere: "Sofia, Sofia, non morire, resta in vita per i nostri figli". Appena dopo le 11 di quella mattina del 28 giugno 1914, Francesco Ferdinando morì.

Gli attentatori di Sarajevo nella prima udienza davanti alWikimedia Commons

Una data sbagliata
4) Il 28 giugno comunque era una data sbagliata per una visita in Bosnia. Almeno per chi tenesse nel dovuto conto il pericolo rappresentato dall'ultranazionalismo serbo e di quella che il filosofo Jonathan Glover in "Humanity", ha definito "una visione della storia così ridicolmente semplicistica".

Perché il 28 giugno è una data fatidica per il nazionalismo serbo, la data di una sconfitta cruciale nel 1389 ad opera dei Turchi nel Kosovo, sul Campo dei merli, che pose fine all'impero serbo nei Balcani e preparò l'integrazione successiva delle terre serbe nell'Impero Ottomano.

Per Princip e la Mano Nera quella visita proprio quel giorno era un deliberato insulto da parte del "tiranno". Tanto più che Francesco Ferdinando aveva in mente un nuovo assetto dell'impero che avrebbe dato maggiore peso agli Slavi e avrebbe ostacolato il disegno panserbo.

Princip pare avesse cercato arruolarsi nell'esercito serbo per combattere nella prima guerra balcanica ma venne scartato per la bassa statura. Leggeva ammirato Nietzsche e declamava ad alta voce brani di Ecce Homo.

Ma il 28 giugno 1914 era anche il quattordicesimo anniversario del matrimonio fra Francesco Ferdinando e Sofia. E l'Arciduca ci teneva a offrire alla moglie qualche giorno di vacanza a Ilidze, vicino a Sarajevo, unendoli alla visita ufficiale alla capitale della regione che Vienna aveva annessa nel 1908, altro evento cruciale nella corsa verso la prima guerra mondiale.

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