Armenia: metamorfosi tra memoria e identità

"La Storia non dimentica, non dimentica mai". Lo dice, occhi colmi di lacrime, Kevork Orfalian all'uscita del cinema Trevi a Roma, dove si è appena conclusa l'anteprima italiana del film The Cut del regista turco-tedesco Fatih Akin. A giudicare dai capelli bianchi, Kevork Orfalian è un figlio di sopravvissuti al genocidio armeno, che si è consumato in Turchia a partire dal 1915. Più di un milione e mezzo di persone, donne, uomini, bambini, anziani, massacrati dai Giovani Turchi, ultima malvagia espressione (e rappresentazione) dell'impero Ottomano che fu. 

Un genocidio a metà, quello del popolo armeno, perché ancora non è riconosciuto in tanti Paesi, a cominciare dalla Turchia di Recep Tayyp Erdogan, che - pur non avendo colpa del massacro compiuto dai Giovani Turchi - continua ostinatamente a negare il massacro armeno. Ma "la Storia non dimentica" e nell'anno in cui si commemora il centenario del genocidio, l'Italia si tinge di color melograno, con una serie di manifestazioni ed eventi che culmineranno con la messa solenne in memoria delle vittime del genocidio che Papa Francesco celebrerà il 12 aprile in San Pietro. 

Metz Yeghern, il grande Male. Così gli armeni chiamano la loro Shoah. E se in questo secolo la loro Storia è stata cancellata dai libri di scuola e messa sotto il tappeto per "necessità" politiche, oggi gli armeni non vogliono più stare zitti e parlano, parlano tanto. A Roma la settimana dal 23 al 28 marzo è dedicata interamente all'Armenia e alla sua metamorfosi tra memoria e identità.

Film, libri, dibattiti, mostre d'arte, per raccontare ad alta voce i tragici fatti del 1915 e per capire cos'è oggi l'Armenia, il "piccolo" Paese che stregò anche Tonino Guerra. In un documentario inedito che apre la rassegna cinematografica della settimana armena a Roma, il grande artista italiano ricorda in modo toccante il suo primo viaggio in Armenia, il Paese intriso di Storia che affonda le sue radici nella notte dei tempi, nell'arca di Noè finalmente approdata sul monte Ararat. Un viaggio "verticale nel tempo", come lo definisce Guerra, incantato dalla tensione alla spiritualità più profonda che si respira ancora oggi in Armenia. E dopo le sue parole, le straordinarie immagini restaurate del capolavoro del regista dissidente, Sergey Parajanov, che con il suo Il colore del melograno (film censurato dall'Unione Sovietica) sbarcò nel 1969 a Venezia. 

Ma non ci sono solo film nella settimana dei melograni a Roma. Una serie di incontri tracciano le linee della storia recente dell'Armenia e del congelamento che sembra essere eterno nei rapporti con la Turchia di Erdogan."1915-2015: Cronologia di uno stallo sociopolitico" è uno dei tanti dibattiti in agenda, che inizia con la proiezione di un documentario sul genocidio armeno prodotto da un gruppo di antropologi e studiosi dell’Associazione PopEye, nel quale vengono intervistati rappresentanti delle istituzioni e della società civile sia armeni che turchi.

Coordina l'incontro Luciano Violante che, con spunti di riflessione conduce per mano i relatori nell'affrontare il tema del centenario del genocidio armeno sotto diverse aspetti. Sargis Ghazaryan, ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, maneggia con cura lo spinoso tema della storia e dello status quo delle relazioni armeno-turche, sottolineando la lotta contro il negazionismo e l’impegno per la prevenzione e la repressione dei crimini contro l’umanità. Gli fa da controcanto Pietro Kuciukian, fondatore di Gariwo - La foresta dei Giusti, che racconta la figura di Armin T.Wegner, testimone oculare del genocidio armeno, e le vicissitudini dei Giusti turchi.

Enzo Maria Le Fevre Cervini, Direttore del Budapest Centre for the International Prevention of Genocide and Mass Atrocities, invece inquadra il genocidio armeno nel diritto internazionale, attraverso la figura di Raphael Lemkin, il giurista ebreo che codificò la fattispecie di "genocidio" alla fine della Seconda guerra mondiale, dichiarando di aver basato il suo lavoro sul massacro degli armeni nel 1915, il primo genocidio del Novecento, il genocidio dimenticato. 

E c'è grande emozione in sala per l'antemprima italiana del film di Fatih Akin, The Cut (Il Padre). Un lungometraggio che a Venezia ha riscosso molte critiche, ma che al di là della forma contiene un messaggio politico potente: per la prima volta un regista turco nato in Germania dedica un film al genocidio armeno, erodendo l'ultimo tabù ancora rimasto in Turchia.

Il film è stato trasmesso anche nei cinema del Paese della Mezzaluna e senza censure. Segno che la società civile turca, nonostante l'autoritarismo del presidente Erdogan, continua ad essere viva e attiva. E, se un film non si giudica solo dalla sua fattura, ma anche dalle emozioni che riesce a suscitare negli spettatori, The Cut ha poenamente colpito nel segno, emozionando tutta la sala del piccolo cinema Trevi della Cineteca nazionale di Roma.

La storia di un padre armeno che durante le deportazioni del 1915-1916 viene ferito gravemente tanto da perdere la voce (metafora cristallina della negazione del genocidio armeno), e che cerca in lungo e in largo le sue due figlie sopravvissute fino ad arrivare a Cuba e poi negli Stati Uniti, ha suscitato un'onda di commozione in sala. Per la prima volta tanti armeni hanno visto raccontata la loro Storia e il loro dolore sul grande schermo. E a farlo è stato un regista turco. Il cinema come memoria e come dignità restituita. La Storia non dimentica, non dimentica mai.

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