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«Tre ore per un'ambulanza a Roma? Colpa del sistema»

Un turista caduto da una delle scale mobili della stazione Termini ha dovuto aspettare ben tre ore prima di essere soccorso dal personale delle ambulanze dell’Ares 118. Un ritardo eccessivo che non sembra essere un caso isolato.

Ad Anzio in provincia di Roma, una donna con sindrome di down sabato scorso è morta in seguito a una crisi cardiaca. L’ambulanza è arrivata con circa 50 minuti di ritardo, e il fratello della donna ha cercato di rianimarla seguendo le indicazioni del medico rianimatore al telefono perché le sue condizioni di estrema gravità, spiega l’Ares, non sarebbe state comunicate correttamente sin dall’inizio dalla famiglia.

Resta il fatto che i ritardi nei soccorsi sembrerebbero una costante della regione Lazio dovuti a dei problemi di gestione del servizio sanitario pubblico.

Il picco dei casi di influenza, l’incremento dei positivi al Covid e l’incendio dell’ospedale di Tivoli hanno messo in crisi l’Ares 118. La stessa azienda che avrebbe dovuto gestire l’emergenza sanitaria all’Expo (poi saltato) e che dovrà dovrà occuparsi del Giubileo di Roma ma che ad oggi non sembra riuscire a fronteggiare le emergenze previste nei periodi dell’anno più critici. A spiegarci come è andata è il direttore dell’Ares 118 Maria Paola Corradi che ha scaricato sulla regione le problematiche riscontrate.

«L’errore frequente, che si riscontra nel dibattito pubblico sui sistemi di emergenza-urgenza sanitaria, è quello di analizzare l’operato dei singoli attori senza inserirli in un’ottica di sistema», dichiara la Corradi.

Cosa intende?

«L’emergenza-urgenza sanitaria, per funzionare correttamente, necessita di un cittadino informato sui servizi, di una medicina territoriale che garantisca l’assistenza ai casi di medio-bassa urgenza clinica, di un servizio 118 capace di operare con velocità sui casi clinicamente rilevanti e di una rete ospedaliera che garantisca la rapida presa in carico dei pazienti.Se uno degli attori sopra riportati non funziona correttamente è tutto il sistema a risentirne ed è quello che sta accadendo in questi giorni nella regione Lazio, con particolare riferimento alla città di Roma e, in parte, alla sua provincia».

Si riferisce all’incendio dell’ospedale di Tivoli?

«L’ospedale di Tivoli è stato chiuso a seguito dell’incendio di sabato notte: questo significa che il sistema ospedaliero regionale ha dovuto far fronte alla chiusura improvvisa di 220 posti letto, che sono stati redistribuiti su altre strutture sanitarie. Con la chiusura dell’ospedale è stato inoltre cancellato dalla rete di emergenza sanitaria un DEA di I livello che aveva un bacino di utenza di circa 500.000 persone.Inevitabilmente, l’impatto di questa mole di pazienti si è riversata nelle strutture ospedaliere limitrofe: gli ospedali dell’area est e sud-est di Roma hanno raggiunto una rapida saturazione delle strutture di emergenza.Questo comporta il blocco delle ambulanze: i Pronto Soccorso sono in affanno e non riescono a liberare le ambulanze in tempi brevi per renderle nuovamente operative sul territorio. Fino a quando il paziente non viene preso in carico dall’ospedale, l’assistenza dello stesso rimane infatti in carico al servizio 118».

Che può dirci del blocco delle ambulanze?

«A questo proposito, mi dia la possibilità di sfatare un falso mito ancora purtroppo presente: se il cittadino accede in pronto soccorso con l’ambulanza non salta nessuna coda. Ciò che determina il tempo di presa in carico del paziente è la gravità della sua patologia, quindi un codice verde trasportato in ambulanza aspetterà di essere visitato quanto un codice verde che si reca in ospedale con mezzi propri. A Roma operano quotidianamente 145 mezzi di soccorso, che garantisco ogni giorno circa 1000 missioni sanitarie. Se, come in questi giorni, arriviamo a blocchi contemporanei di 60 ambulanze, ci troviamo a dover effettuare lo stesso numero di interventi con la metà dei mezzi a disposizione. Questo comporta inevitabilmente che la Centrale Operativa impieghi i mezzi disponibili per i codici di gravità superiore, ritardando quegli interventi in cui non è a rischio la vita del paziente. Come ARES 118 ci siamo già mobilitati per mettere in campo risorse aggiuntive, che comunque non riescono a coprire le attuali esigenze del sistema: ogni ambulanza bloccata in pronto soccorso sguarnisce il territorio di riferimento in cui opera, con il risultato che su quel luogo, in caso di altro soccorso, dovrà intervenire un mezzo sanitario da un’altra zona della città, con un fisiologico allungamento dei tempi di intervento».


I numeri dell’Ares

Le ambulanze dell’Ares 118 nella regione Lazio sono 250. Nel 2022 hanno effettuato 585.978 soccorsi di cui 404.119 a Roma e provincia; 112.207 area Lazio Sud (Frosinone, Latina); 68.652 area Lazio Nord (Rieti, Viterbo).

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