Sono 56 mila i nuovi imprenditori agricoli. Giovani che spesso sfruttano opportunità – e fondi – per il recupero dei moltissimi terreni incolti o abbandonati. Ma lo sviluppo di un settore cruciale per l’Italia è ancora frenato dalla burocrazia.
Castel del Giudice, provincia di Isernia. Oggi il borgo, arroccato al confine tra Abruzzo e Molise, conta poco più di 300 abitanti, ma soltanto una manciata di anni fa sembrava destinato ad abbandono e spopolamento. A trasformarne il destino è stata la gestione di un sindaco, Lino Gentile, e soprattutto di un gruppo di ragazzi volenterosi. «Abbiamo creato una cooperativa e così recuperato tutti i terreni incolti della zona. Oggi produciamo grazie alla tecnologia, e alla stazione meteorologica che ci suggerisce i trattamenti bio da mettere in pratica, e grazie alle mele autoctone che distribuiamo anche fuori regione» spiega a Panorama uno dei giovani imprenditori, Emanuele Scocchera.
L’esperimento è andato talmente bene che sono stati convertiti altri territori: per la produzione di malto destinato a diventare birra agricola, per un apiario di comunità, per un albergo diffuso nato dalla ristrutturazione di vecchie stalle. Emblematico anche il caso di Pentedattilo, nel cuore dell’Aspromonte, dove la pastora Rossella ha abitato i suoi vicoli in solitudine per 30 anni: «Ora si stanno aggiungendo altri abitanti, magari per brevi periodi, molti giovani vogliono conoscere vecchi mestieri legati alla terra. Qui la vita è semplice, ciò che serve viene dalla natura e la decrescita è felice».
Secondo un’analisi di Coldiretti su dati Divulga sono quasi 56 mila i giovani in Italia che hanno scelto di costruirsi un futuro da imprenditori agricoli investendo nella terra, dalla coltivazione all’allevamento, dall’agriturismo alle vendite dirette, fino alle bioenergie e all’economia green. Pandemia prima, e guerra in Ucraina poi, si rivelano una spinta forte, e stanno sostenendo un ritorno delle nuove generazioni nelle campagne dove esprimere creatività e garantire l’approvvigionamento alimentare dei cittadini.
Nel 2021 (ultimo anno disponibile) sono nate in media ogni giorno 18 nuove imprese agricole giovanili, una in più rispetto alla media 2022. Come spiega Veronica Barbati di Coldiretti Giovani Impresa «per ridurre dipendenza dall’estero e garantire produzione di cibo, l’Ue ha accordato all’Italia la possibilità di recuperare 200 mila ettari di terreni lasciati incolti, ma la realtà è che ne sarebbero disponibili altri 800 mila inutilizzati per insufficiente redditività, aggressioni della fauna selvatica e siccità, senza dimenticare gli attacchi al suolo agricolo con il fotovoltaico selvaggio a terra». Un patrimonio pari per superficie a una regione come la Basilica e che sarebbe ancora più vasto. Una delle ultime stime parla di 3,5 milioni di ettari di terreni inattivi, che potrebbero essere riconvertiti a pascoli o coltivazioni. D’altronde, nella seconda metà dello scorso secolo in Italia si è verificata una vera fuga dall’agricoltura. Solo negli anni Ottanta hanno chiuso 245.826 imprese nel settore, per 929.140 ettari abbandonati. Di contrappasso, i processi di urbanizzazione hanno consegnato alla desolazione migliaia di terreni del tutto inaccessibili perché ancora appartenenti a privati. Negli ultimi anni, però, si sono moltiplicate le storie di buone pratiche, come quella emblematica dei tre fratelli Bilardi, fra 18 e 28 anni, che pur studiando all’università hanno rilevato l’azienda di famiglia per coltivare frutti tropicali alla periferia di Reggio Calabria: «Abbiamo voluto investire, deciso di promuovere i nostri prodotti, come la annona e il frutto della passione, attraverso i social e abbandonando la grande distribuzione per vendere direttamente ai consumatori, che cercano sempre più la qualità» commenta Paolo.
Gli esempi della svolta green si moltiplicano, ed evidenziano come l’Italia sia diventata leader in Europa per giovani imprese agricole di successo. Consultando i dati, si scopre come il valore della produzione generato dagli under 35 nostrani sia pari a 4.964 euro ad ettaro, oltre il doppio dei giovani agricoltori francesi (2.129 euro/ettaro) e spagnoli (2.008 euro/ettaro). «Negli ultimi tre anni» sottolinea Barbati «i ragazzi hanno capito che l’Italia per crescere deve puntare su asset di identità nazionale, capaci di garantire un valore aggiunto nella competizione globale come il cibo, oggi strategico». Da Nord a Sud, dunque, gli esempi si moltiplicano. Si va dal kit dell’orto casalingo ai concimi naturali ottenuti da alghe marine per compensare la carenza, legata al conflitto ucraino, di quelli chimici, ma anche serre hi-tech con fotovoltaico per produrre senza consumi.
Un giovane sardo di soli 25 anni, Andrea Liverani, si è inventato un sistema di agricoltura di precisione con un drone: «È un’idea nata all’insegna del risparmio economico ed energetico. Grazie al mio programma posso capire quale sia la singola pianta o l’albero che ha bisogno di acqua o concime» ci spiega. Mentre le nuove generazioni accelerano, però, ancora una volta è la politica ad arrancare. Perché se è indubbio che il ruolo dei bandi del Programmi di sviluppo rurale (Psr) e l’istituzione della Banca nazionale delle Terre agricole di Ismea (che periodicamente mette al bando migliaia di ettari abbandonati) siano fondamentali, è altrettanto vero, come conferma Coldiretti, che «spesso non si è riusciti ad alleggerire il peso della burocrazia, che ogni anno sottrae in media 100 giorni di lavoro alle aziende. Occorre anche migliore efficienza nell’impiego dei fondi europei e facilitare l’accesso alla terra e al credito». Una sfida cui è chiamato ovviamente per primo il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli.
Ma c’è di più. Perché recuperare terreni incolti significa arginare lo spopolamento. Secondo i più recenti dati rilasciati dall’Istat, sono oltre 6 mila i borghi spopolati e circa 5 mila i piccoli centri in fase di abbandono. «Purtroppo non si riempono i paesi con la retorica o con l’ideologia del pensiero lento» riflette lo scrittore Andrea Di Consoli. «La nostra è una società inquieta, sono davvero troppo pochi coloro che riescono ad accontentarsi di una vita silenziosa, monotona, contemplativa, spesso noiosa. Nei paesi poi, al di là della vulgata, non è vero che i rapporti sociali sono più umani. Al contrario, vi è diffidenza, invidia, rancore, soprattutto verso chi ha voglia di fare o ha successo. E questo blocca anche lo sviluppo economico. Tant’è che la gente va via in massa. Un motivo c’è, e bisognerebbe analizzarlo, senza scorciatoie edulcorate». E, manco a dirlo, il primo passo toccherebbe alla politica.
