Home » Attualità » Cronaca » La tratta dei cuccioli che vengono dall’Est

La tratta dei cuccioli che vengono dall’Est

La tratta dei cuccioli che vengono dall’Est

Bulldog, chihuahua, bassotti, husky «trafficati» come fossero droga o armi. È in crescita il nuovo affare della criminalità. Una speculazione su centinaia di cani che, prima di essere venduti sul mercato italiano, sono vittime di sevizie e violenze.


Cagnolini pagati poche decine di euro. Ammassati in piccole scatole come fossero oggetti. Curati con farmaci e vaccini di provenienza illecita. Figli di fattrici dopate per andare in calore più volte l’anno. Trasportati per oltre mille chilometri in portabagagli, e poi smerciati in Italia. È accaduto a Piubega, in provincia di Mantova, dove una donna custodiva in casa oltre 60 cuccioli provenienti dall’Est Europa, tra bulldog francesi, bassotti tedeschi e chihuahua. Ed è accaduto fra Lodi e Milano, dove un’altra recentissima indagine dei Forestali ha portato all’arresto di quattro italiani. Esattamente come capita anche nella tratta che dall’Est Europa porta in Friuli e poi nel resto d’Italia tramite l’A4: solo nell’ultimo mese tre diversi blitz hanno portato al sequestro di 115 cuccioli di varie razze pregiate.

Gli episodi sono l’ennesimo esempio di un business, quello legato alla tratta dei cuccioli, che secondo gli ultimi dati vale 300 milioni di euro l’anno e costituisce uno dei mercati più floridi dell’illegalità. «È un fenomeno in espansione costante» commenta Lorenzo Bazzana, responsabile economico della Coldiretti. «Laddove c’è un settore in crescita, le mafie si inseriscono perché hanno la possibilità di fare profitto facile e, soprattutto, di riciclare denaro». Chihuahua e bulldog, dunque, accanto a cocaina e kalashnikov. Gatti persiani in alternativa all’eroina.

Solo nel 2019 – secondo gli ultimi dati forniti dalla Lav (Lega anti-vivisezione) – sono stati sequestrati 457 cani (309 nel 2018), per un valore di mercato di circa 370 mila euro (52 le persone denunciate). Dal 2010, anno in cui è entrata in vigore la legge contro la tratta dei cuccioli, in otto anni sono stati requisiti 5.609 cani e 86 gatti, il cui valore complessivo sfiora i 5 milioni di euro.

«Si tratta di un business recente e anomalo» commenta un investigatore dell’Antimafia che preferisce resta anonimo «che vede una collaborazione delle varie mafie. Diverse inchieste parlano di interessi della camorra. I trasportatori spesso si appoggiano, in Lombardia o in Emilia Romagna, presso luoghi controllati dalla ‘ndrangheta prima di scendere al Sud». Le operazioni segnalano un forte interesse del clan Moccia di Afragola, nonché dei clan napoletani Di Lauro e Vanella Grassi. Una delle ultime indagini, connessa al maxi-processo Aemilia, ha svelato anche gli interessi della ‘ndrina Grande Aracri che importava cani dalla Repubblica Ceca: quelli che sopravvivevano al viaggio dell’orrore venivano rivenduti con libretti sanitari falsi e microchip rubati, per un volume d’affari di circa un milione di euro.

Non a caso la scorsa Commissione d’inchiesta sulle criminalità organizzate, presieduta da Rosy Bindi, ha per la prima volta dedicato nella sua relazione conclusiva un paragrafo alla zoomafia, ricostruendo la principale linea direttrice che lega Paesi come Ungheria e Repubblica Ceca all’Italia per «l’importazione clandestina di cuccioli di razze pregiate, utilizzando i valichi del nord-est quale porta d’ingresso per il territorio nazionale, già collaudati per altri traffici illeciti».

Nonostante questo, «sul tema c’è omertà» sottolinea Roberto Sena, allevatore di lungo corso di labrador. «Acquistando nei negozi di animali, che spesso sono i luoghi prediletti per smerciare questi cuccioli, o comprando su internet, non si ha la certezza della provenienza del cucciolo, né della correttezza operata nella selezione della razza».

Online, tanto sui siti specializzati quanto su quelli di annunci generici, è un proliferare di proposte di animali: basta contattare un numero di cellulare per venire sommersi da fotografie e informazioni, con la garanzia di ricevere anche a casa – grazie all’aiuto di compiacenti staffettisti, che richiedono per la consegna a domicilio cifre dai 100 ai 200 euro rigorosamente in contanti – l’animale.

Se, come nel nostro caso, si porgono domande troppo insistenti sulla provenienza dell’animale, o si chiede di vedere i genitori, le comunicazioni vengono bruscamente interrotte. «Questo perché» prosegue Sena, che è membro anche del gruppo cinofilo partenopeo «spesso si ha a che fare con dei “pezzotti”, ovvero animali di origine incerta».

Secondo la legislazione italiana è vietato vendere come «di razza» cani privi di pedigree, eppure questo accade di continuo. «In Europa dell’Est» continua Jari Spagna, veterinario e allevatore salentino «è usanza comune far accoppiare cani spacciati “di razza”, che poi si tengono in gabbia. I cuccioli a 30 giorni vengono svezzati, e subito dopo venduti a prezzi irrisori, se paragonati a quelli di un allevamento italiano».

La vera direttrice della malavita resta quella con l’Est Europa: i cani arrivano in Italia soprattutto passando dalle frontiere del Friuli, e viaggiando in auto o furgoncini. «I cuccioli» spiega Cristiano Giannessi, guardia zoofila in Toscana «spesso provengono da Paesi ormai comunitari e dunque dell’area Schengen: viaggiano in auto senza bisogno di bolle, o in camion con doppifondi. Alcuni esemplari hanno code o orecchie mozzate, pratiche che in Italia costituiscono reato».

Il sistema segue quasi sempre lo stesso copione: furgoni italiani arrivano in Paesi dell’Est con mediatori del posto. Inizia la contrattazione con i «produttori» locali. Ogni cucciolo viene acquistato a un prezzo che oscilla tra i 50 e i 100 euro. I documenti di espatrio, sostengono alcune associazioni animaliste, vengono fatti al momento dal veterinario, che spesso timbra libretti di vaccinazione mai fatte.

Ci sono poi da pagare lo stesso veterinario e il mediatore, circa 2-300 euro per chiudere ogni trattativa. A questo punto comincia il viaggio, che sovente diviene un’ecatombe: la mortalità dei cuccioli spesso supera il 50 per cento. E chi non muore, dopo giorni imballati dentro cassette di cartone o di legno, senza acqua o cibo, arriva in condizioni disperate. Ecco perché vengono dopati con farmaci illegali o tranquillizzanti, per renderli più appetibili. Salvo poi, come spiega ancora Giannessi, morire qualche settimana o mese dopo. «Per quelli che sopravvivono» riflette l’etologo Biagio D’Aniello dell’Università di Napoli, «il trasporto resta un trauma indelebile, che si somma all’allontanamento precoce della madre, impedendo di fatto una maturazione psicologica adeguata». I fortunati che riescono ad acquistare un cane in salute, difficilmente avranno un animale dal comportamento equilibrato.

Negli ultimi anni, però, anche dalla Cina e dalla Russia si è sviluppato un florido commercio, con un punto di smercio prediletto: la città di Prato. Secondo quanto rivelano gli investigatori, «numerosi capannoni tessili in mano ai cinesi hanno sul retro gabbie di animali: cani da compagnia di piccola taglia, ma anche molossi da difesa. Sono rivenduti innanzitutto alla comunità cinese sparsa su tutto il territorio nazionale. I controlli effettuati a Roma dimostrano, per esempio, che la maggior parte dei cani proviene proprio da lì».

Un commercio parallelo che parte da una curiosa importazione: «Gli animali arrivano dalla Cina in aereo. È sufficiente che un solo passeggero porti 2-3 cani o gatti, e il gioco è fatto».

A garantire impunità sono sufficienti le leggi interne dei vari Paesi, molto più permissive di quelle italiane. Non a caso lo scorso febbraio il Parlamento Ue ha approvato una risoluzione (607 sì, 3 no e 19 astenuti) in cui si chiede alla Commissione un sistema obbligatorio unico di identificazione per cani e gatti, e sanzioni più severe per il commercio illegale. «Bisognerebbe aumentare i controlli» nota l’onorevole Michela Vittoria Brambilla, che ha presentato diversi disegni di legge sul tema. «Fondamentale dovrebbe essere l’autorizzazione a usare agenti sotto copertura anche per combattere reati zoomafiosi. Ma anche l’istituzione, nella banca dati delle Forze di polizia, di un’apposita sezione riguardante i reati contro gli animali». La proposta di legge, presentata appena le Camere si sono insediate il 23 marzo 2018, è stata assegnata alla Commissione giustizia sei mesi dopo, l’8 ottobre, e lì è rimasta ferma. Senza mai essere discussa.

© Riproduzione Riservata