Da una parte la Giornata del Ricordo per rendere omaggio alla tragedia che si è consumata in Istria, con migliaia di morti. Dall’altra, i tentativi di «contestualizzare» la repressione dei partigiani di Tito compiuti da intellettuali e studiosi per depotenziarne la drammaticità. Un riesame critico e documentale della famigerata Circolare Roatta dimostra come l’accanimento contro la Resistenza non fosse mirato alle zone dell’ex Jugoslavia ma riguardasse l’Italia intera.
Alcuni intellettuali e storici italiani, tra i quali spiccano Tomaso Montanari ed Eric Gobetti, hanno aspramente criticato il «Giorno del Ricordo». Quella ricorrenza, istituita per legge nel marzo 2004, cerca da allora di trasformare il 10 febbraio di tutti gli anni in un appuntamento che possa porre rimedio alla negazione di verità che per decenni ha indegnamente oscurato la spaventosa tragedia delle foibe istriane: un tardivo riconoscimento alle migliaia di morti innocenti, ferocemente uccisi nell’immediato dopoguerra per mano dei partigiani titini.
Quegli intellettuali e storici hanno richiamato l’opinione pubblica a ricordare come le foibe in realtà abbiano avuto un antefatto in qualche modo «giustificativo» nella feroce repressione della Resistenza che, durante ma anche dopo il fascismo, dal 1941 al 1943, l’esercito italiano aveva messo in atto sia nelle zone annesse negli anni della guerra nei Paesi confinanti a Est, sia in quelle sotto l’occupazione diretta militare avvenuta dopo la guerra.
A dimostrazione della durezza della repressione italiana è stata spesso citata come emblematica la famigerata «Circolare numero 3 C» firmata il 27 luglio 1943 dal generale Mario Roatta, comandante della Seconda Armata e – dopo la caduta del fascismo – capo di Stato maggiore dell’Esercito italiano. In quel periodo di terribile confusione, la Circolare Roatta dettava le regole d’ingaggio alle forze armate italiane.
Ecco alcuni passaggi: «Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula “dente per dente”, bensì da quella “testa per dente”»; per tutelare l’ordine pubblico «bisogna internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, famiglie, categorie di individui delle città o campagna e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali»; bisogna «fermare ostaggi tratti ordinariamente dalla parte sospetta della popolazione e, se opportuno, anche nel suo complesso, compresi i ceti più elevati»; in genere bisogna «considerare corresponsabili dei sabotaggi gli abitanti di case prossime al luogo in cui esse vengono compiuti»; «gli ostaggi possono essere chiamati a rispondere con la loro vita (…) nel caso in cui i colpevoli non vengano identificati entro ragionevole lasso di tempo»; «gli abitanti (delle case più prossime ai sabotaggi, ndr) possono essere internati a titolo repressivo, e in questo caso il loro bestiame verrà confiscato e le loro case distrutte».
La Circolare Roatta terminava con una garanzia d’impunità per chi usava la mano dura. È una clausola che oggi suona a dir poco atroce: «Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti». Con un’appendice alla Circolare, da tenere «riservata», si disponeva infine la «fucilazione sul posto di tutti i partigiani catturati con le armi in mano».
Allo stesso modo dovevano finire quelli «catturati in prossimità anche senza armi, ma che si riteneva avessero partecipato agli scontri», e anche «quelli catturati non in prossimità ma identificabili dal vestiario come partigiani». Le uniche eccezioni erano i minori di 18 anni, le donne e i feriti.
La ferocia della repressione italiana nel 1943 era determinata da una precisa volontà di pulizia etnica e dalla volontà di repressione della Resistenza titina, come oggi sostengono alcuni nostri storici sventolando la Circolare Roatta? La risposta è no, per nulla: dopo 78 anni, il documento ai nostri occhi mostra semmai quale fosse la spietata logica militare post-bellica, ma non ha alcuna motivazione ideologica. La Circolare, infatti, non disponeva affatto i criteri da adottare nella repressione dei partigiani combattenti nelle zone di guerra, magari e soprattutto nel Friuli-Venezia Giulia, come oggi lasciano intendere i nostri storici negazionisti, ma indicava più in generale le regole per il mantenimento dell’ordine pubblico in tutta Italia dopo il 25 luglio 1943, il giorno in cui il re aveva destituito e fatto arrestare Benito Mussolini e aveva nominato Pietro Badoglio a capo del governo.
Nella Circolare, che indicava alle truppe come comportarsi nei confronti di cittadini italiani inermi, il generale Roatta scriveva: «Nella situazione attuale, con il nemico che preme, qualsiasi turbamento dell’ordine pubblico, anche minimo e di qualsiasi tinta, costituisce tradimento et può condurre ove non represso a conseguenze gravissime; qualunque pietà et qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto delitto». Aggiungeva: «Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine».
Roatta ordinava la reazione immediata contro qualsiasi gruppo di contestatori o perturbatori dell’ordine pubblico: «Si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza, anche con mortai ed artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche». Il generale scendeva nei particolari: «Non est ammesso il tiro in aria; si tiri sempre a colpire, come in combattimento». E indicava come comportarsi con «i caporioni e gli istigatori dei disordini», qualunque fosse la latitudine del loro operare: «Siano senz’altro fucilati se presi sul fatto; chiunque anche isolatamente compia atti di violenza et ribellione contro le forze armate et di polizia, aut insulti le stesse e le istituzioni, venga passato immediatamente per le armi».
Roatta suggeriva con durezza ai suoi uomini di non nutrire alcuna pietà: «Il militare impiegato in servizio di ordine pubblico il quale compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell’ordine, aut si ribelli, aut non obbedisca agli ordini, aut vilipenda superiori ed istituzioni, sarà immediatamente passato per le armi». Nei giorni successivi al 27 luglio 1943, l’applicazione di queste disposizioni draconiane causò una novantina di morti e almeno 1.500 feriti, comprese donne e ragazzini, con eccidi particolarmente cruenti a Reggio Emilia e a Bari.
Ricordo questi fatti – documentalmente provati – perché nell’ottantesimo anniversario dell’aggressione nazifascista alla Jugoslavia ambienti nostalgici di Tito tentano di portare indietro le lancette della storia, per attenuare in qualche modo e con protervia manichea le gravissime responsabilità del comunismo nelle foibe e nell’esodo degli italiani dall’Istria, da Fiume e da Zara dopo l’annessione di quelle terre alla Jugoslavia.
La comune appartenenza di Italia, Slovenia e Croazia all’Unione europea, i gesti di pacificazione di tanti capi di Stato negli ultimi anni, la consapevolezza che non fu certamente il dato razziale a scatenare gli eccidi del 1941-1945, devono essere d’aiuto. La feroce lotta tra i due grandi totalitarismi del ventesimo secolo, nazifascismo e comunismo, che in Jugoslavia portò all’eliminazione di centinaia di migliaia di italiani, sloveni, croati, serbi, montenegrini, è una mostruosità che giustamente il Parlamento europeo ha accomunato in un’unica condanna, e ci impone oggi di guardare avanti, ammettendo ognuno le proprie colpe.
Dobbiamo tutti essere consapevoli che la violenza disumana con cui il fascismo aggredì i patrioti jugoslavi che difendevano la loro Patria dall’invasione italiana non è in nulla diversa dalla brutalità con cui nel 1943 i vertici dell’esercito post-fascista ordinavano di accanirsi contro italiani inermi (come per l’appunto mostra la Circolare Roatta), prima ancora che la guerra civile si dispiegasse con le sue terribili crudeltà. Con l’aggravante, in Italia come in Jugoslavia, che in nome dell’ideologia le stragi continuarono anche dopo la guerra, da parte di chi non aveva combattuto per la libertà e la democrazia ma voleva imporre una dittatura, sia pure di segno diverso.
Il punto della questione, allora, non è negare la portata degli eccidi dell’una o dell’altra parte, o cercare giustificazioni, come fanno certi storici di casa nostra: il punto è educare i giovani europei di oggi a non ricadere nella trappola infernale del fanatismo nazionalista o del totalitarismo autoritario, le cui conseguenze purtroppo travolgono sempre i più deboli e gli innocenti.
