È il caso esemplare del centro inglese Tavistock, dove tanti bambini – dai 18 mesi ai 17 anni – sottoposti a terapie per cambiare sesso si sono poi pentiti, e dove molti degli stessi medici oggi denunciano una colpevole superficialità nelle diagnosi di «disforia di genere». Perché a quell’età è troppo presto per decidere. E, dopo, troppo tardi per tornare indietro.
Un bambino di 24 mesi può avere dubbi o incertezze sulla sua sessualità? Secondo i responsabili del Tavistock Centre, una delle cliniche britanniche fiore all’occhiello nel trattamento della disforia di genere sui minori, assolutamente sì.
Era il 2017 quando per la prima volta Panorama varcò le porte di questo centro a due passi da Oxford Street, rinomata via dello shopping londinese, e riuscimmo a parlare con alcuni professori che operavano al loro interno. Ai tempi, andava tutto «estremamente bene». Tra coloro che curavano bambini tra i 18 mesi e i 17 anni c’era David Bell, già presidente della British Psychoanalytic Society e psichiatra da 24 anni al servizio del Gids (il Gender identity development service) che ha sede all’interno della rinomata clinica e i cui trattamenti sono coperti dall’Nhs, il Servizio sanitario nazionale britannico.
Il dottor Bell, che oggi ha 70 anni, ci aveva mostrato la struttura, le sale in cui i piccoli pazienti venivano sottoposti a terapie di gruppo e aveva spiegato come «famiglie e ragazzi avessero trovato nel Tavistock un porto sicuro in cui proteggersi dagli attacchi della società». Una storia quasi commovente, avvalorata dai numeri: dal 2014 al 2019 le richieste pervenute al Gids erano aumentate del 400 per cento, passando da 468 a 2.590 persone all’anno. E, confermata dalle testimonianze dei diretti interessati. Sì, perché secondo i vertici del Tavistock, nessuno era mai rimasto deluso dagli eccellenti servizi del centro.
Oggi, la maschera di questi miracolosi trattamenti sembra essere non solo caduta, ma essersi infranta tra le mani degli stessi luminari così convinti di ciò che facevano al Tavistock. Bell, già un anno dopo la nostra visita, iniziava a dubitare del servizio «impeccabile» del centro. In un rapporto stilato dallo psichiatra sulla situazione all’interno del Gids (che gli è costato un provvedimento disciplinare), scriveva: «Sembra una vetrina in cui si cambiano gli abiti senza prestare troppa attenzione». Il riferimento era alla rapidità con cui spesso venivano portati i minorenni verso una transizione di genere a base di cocktail di medicinali inibitori dei recettori ormonali, che bloccavano il loro sviluppo sessuale.
Nonostante i dubbi crescenti, solo nel 2019 qualcuno decide di far suonare il primo campanello d’allarme sulle modalità di gestione della clinica. Un’indagine interna, fortemente voluta dal dottor Dinesh Sinha, a capo del Tavistock and Portman NHS Trust che ancora oggi regola i servizi del Gids, portò a raccogliere decine di testimonianze di medici e infermieri della struttura: tutti dubbiosi sull’effettiva moralità dei trattamenti ormonali per bambini e bambine affetti da presunta disforia di genere.
«Prego di sbagliarmi, perché se così non fosse, molti bambini vulnerabili sono stati trattati molto male e pagheranno tutto negli anni a venire» dice uno di loro; un altro conferma: «potenzialmente stiamo curando questi bambini nel modo sbagliato». A Panorama Bell ammette che, troppo spesso, «la celerità della diagnosi di disforia di genere poteva portare a interpretare in modo errato il volere dei bambini». Durante la nostra visita avevamo seguito una seduta di terapia di gruppo per la fascia d’età fino ai 6 anni. Disegni e giochi collettivi, preferire una bambola a un macchinina, il colore rosa a quello blu, erano tutti segnali e una spunta in più sul questionario di approvazione del trattamento ormonale.
Gender fluid. In questo caso, non ci si può nemmeno aggrappare a questa «etichetta». Perché per i medici del Tavistock, la fluidità di genere non esiste. O è nero. O è bianco. O si è uomini o si è donne. E se lo si è nel corpo sbagliato, bisogna intervenire. E il tutto è scritto nelle migliaia di fogli che riempiono gli archivi del Tavistock. Qualche esempio? In uno dei documenti si parla esplicitamente di «una ragazza che aveva fatto coming out come lesbica e si era vista costretta a fare i conti con atti violenti di bullismo a scuola e in famiglia». Dopo le prime visite di counselling al Tavistock, «improvvisamente» si legge nel documento «questa ragazza ha cambiato idea e ha iniziato a identificarsi come una trans».
Risultato: cure immediate per la giovane la quale però oggi ammette che – tornando indietro – non si sarebbe sottoposta alla terapia ormonale, sospesa dopo qualche mese e rivelatasi non solo inutile ma anche dannosa per il suo corpo. E che dire di quel bambino (la cui età è cancellata sui file del Tavistock), che, condotto al centro inglese dai genitori, durante una seduta confessò: «Mia mamma vuole che io assuma questi ormoni più di quanto lo voglia io?». O di quel ragazzino di otto anni a cui, dopo una visita endocrinologica al Tavistock, vennero somministrati farmaci bloccanti ormonali sperimentali?
Negli ultimi tre anni una quarantina di membri del personale sanitario si sono dimessi dalla clinica. Tra questi, anche il dottor Bell che, dopo anni impiegati a difendere il suo operato, ha candidamente ammesso: «Credevo di fare la cosa giusta. Non ne avevo mai dubitato e i miei colleghi mi convincevano di questo». La dottoressa Polly Charmichel, raggiunta al telefono, ha confermato che «ancora oggi il centro, pur con le misure anti-Covid, continua a operare con le sedute di psicoterapia e le sessioni tra medico e paziente». Come Bell, anche Marcus Evans, psicoterapista del Tavistock, ha lasciato il centro denunciando la facilità con cui bambini venivano guidati verso il cambio di genere. «Mi vergogno di quello che facevo» ha ammesso Evans. «Qui si parla di ideologia che vince sulla razionalità della scienza».
Moda? Capriccio dei genitori? O un vero bisogno? Ancora oggi è impossibile determinare esattamente ciò che accade all’interno delle mura del Tavistock, dove ora tre quarti dei giovani pazienti sono diventate donne, mentre un tempo il rapporto era fermo al 50 per cento. «Perché questo aumento? Non lo sappiamo» ha detto Bell. «Molti giovani sono anche depressi o anoressici, o autistici. Si è detto che sono problemi causati dalla loro identità di genere, ma in realtà non sappiamo neppure questo».
Quel che è certo è che il corpo umano, come hanno ribadito più volte i medici «pentiti» di questa clinica, non è un videogame. «Bisogna chiedersi cosa significa davvero interrompere la pubertà. Non puoi prendere super pillole o modificare la tua natura e poi semplicemente premere il tasto pausa e pensare che tutto torni come prima» ha detto Bell in un’intervista al Guardian. «Spesso poi i ragazzi non vogliono smettere di prendere ormoni, il 98 per cento di loro continua ad assumerli ancora oggi». Raggiunto da Panorama, Bell ha poi precisato che «per alcuni ragazzi è solo una moda. Alcuni si paragonavano a personaggi di film o libri di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Ma quanto un personaggio fittizio può spingerti a diventare un’altra persona?».
Bloccare il proprio sviluppo sessuale ha un prezzo. Il «farmaco-gender» per i preadolescenti, la triptorelina (usato anche nel cancro a prostata e seno), agisce sul sistema endocrino e potrebbe, nel lungo periodo, avere ripercussioni sulle ossa.
Esemplare la vicenda di Keira Bell che, dopo una frettolosa diagnosi del Tavistock, aveva iniziato un velocissimo percorso per il cambio sesso. A 16 anni le prime dosi di testosterone per diventare maschio, a 20 anni la mastectomia. Tre anni dopo, il dubbio: se invece fossi una donna? E il tentativo, disperato, di tornare come prima. Nel 2019 Keira ha denunciato la clinica Tavistock per averla sottoposta a un bombardamento ormonale. Dopo la sua, sono arrivate altre denunce. Si è così giunti a un processo, al cui termine – nel dicembre 2020 – l’Alta Corte britannica ha concluso che aveva ragione Keira: «Era troppo giovane per decidere».
I giudici hanno infine stabilito che, sebbene questi trattamenti restino possibili (non sono stati vietati), devono però essere indicati i rischi potenziali; e su minori di 16 anni non possono essere intrapresi senza un parere del tribunale.