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Italia 2050: meno 5 milioni di abitanti

Italia 2050: meno 5 milioni di abitanti

Oggi siamo il Paese europeo delle culle vuote, con il tasso di natalità più basso. E il fenomeno è destinato ad aggravarsi nei prossimi anni. I motivi? Un bambino richiede risorse economiche e tempo, entrambi sempre più scarsi, e mancano politiche di sostegno alla famiglia adeguate alla situazione. E con una popolazione che invecchia senza ricambio, sarà difficile garantire sviluppo e benessere alla società.


«Stiamo insieme da sei anni, e ci piacerebbe avere un figlio. Ma, quando va bene, riusciamo a portare a casa in tutto 2 mila euro. Già sono pochi per sopravvivere a Milano, figuriamoci per mantenere una famiglia». Sintetizzano così la loro quotidianità Martina e Luca, entrambi 37enni a partita Iva: lei in uno studio di architettura, lui come commesso in catene di supermercati. Opposta è la storia di Giulia e Carlo, 39enni fiorentini, da due anni conviventi a pochi passi da Piazza della Signoria. «Ho un ottimo lavoro in uno studio legale, guadagno bene, voglio bene al mio fidanzato. Perché non pensiamo a un figlio? Semplicemente perché non ci interessa. Stiamo bene così. E poi io non amo i bambini, sarei una pessima madre, preferisco gestire il mio tempo e i miei soldi solo per me. Non è stato facile ammetterlo, ma ora lo dico senza vergogna» spiega Giulia, perentoria.

Benvenuti nell’Italia del 2022. Un’Italia che si divide tra posizioni «childfree» – proprie di chi non vuole e non ha mai voluto avere figli – e «childless», predilette da chi per i motivi più svariati è senza prole, suo malgrado. La somma fra i due elementi è semplice: siamo il Paese europeo con il più basso tasso di natalità. E il futuro non è affatto roseo. Nel 2021 le nascite hanno raggiunto il minimo storico con 399.400 bambini, -1,3 per cento rispetto al 2020. Dati che hanno prodotto allarmismo e qualche riflessione sensazionalistica, come quella affidata a Twitter del magnate Elon Musk: «Se l’andamento continua così, l’Italia non avrà più persone».

Boutade? Nì. Tralasciando Musk, è l’Istat a mettere in guardia. Agli ultimi Stati generali della natalità lo stesso presidente Gian Carlo Blangiardo ha spiegato chiaramente come il nostro Paese di questo passo rischi di perdere 5 milioni di abitanti entro il 2050, quando sarebbero stimate solo 298 mila nuove nascite, quasi 100 mila bambini in meno rispetto al 2021. Per rendere l’idea, è come se in un anno città come Novara o Ancona perdessero tutti i cittadini. Non è tutto. Secondo la proiezione, fra 30 anni solo poco più di una persona su due sarebbe in età da lavoro, con il 52 per cento della popolazione tra i 20-66 anni deputata a provvedere tanto alla cura e alla formazione di chi ha meno di vent’anni (16 per cento), quanto alla produzione di adeguate risorse per il mantenimento e l’assistenza ai pensionati (32 per cento).

Uno scenario drammatico, su cui è necessario interrogarsi partendo dal presente. «I segnali provenienti dai dati provvisori disponibili per il 2022 non sono confortanti» riflette con Panorama Marco Marsili, senior researcher presso l’Istat. «A differenza di quanto sta avvenendo in Francia e Germania, non stiamo per il momento assistendo a un recupero delle nascite rinviate dal 2021. Solo nel primo trimestre 2022 si riscontrano già quasi 4 mila nascite in meno rispetto allo stesso periodo 2021». Concentrarsi sulle cause di questo fenomeno non è facile. È dal 1977, continua Marsili, che le coppie sono scese «sotto il livello di due figli ciascuna, ossia sotto il cosiddetto valore di rimpiazzo dei genitori con i rispettivi figli».

A incidere sono molteplici fattori: «Il processo di individualizzazione della persona nella società; la maggior consapevolezza delle coppie sull’ampiezza familiare desiderata; l’analisi economica del costo di allevamento dei figli; i tempi sempre più lunghi di transizione allo stato adulto da parte dei giovani; il poco tempo a disposizione, soprattutto da parte delle donne, per poter efficacemente conciliare il lavoro con il ruolo in famiglia». Intanto, le scarse nascite si ripercuotono non solo sull’economia dell’«indotto bimbo», ma anche sulla scuola. Solo negli ultimi giorni hanno chiuso i battenti un asilo a Salcedo (Vicenza), aperto nel 1926, e una scuola d’infanzia a Milano, dove sono state chiuse anche 15 sezioni nelle materne. Il bilancio degli ultimi 5 anni è disastroso: in tutta Italia nella sola scuola primaria si sono persi 200 mila alunni (-8 per cento), portando alla chiusura di ben 361 istituti.

In tutto questo lo Stato spesso latita, e poco sembra incidere la nascita del recente assegno universale per i figli, sostegno economico alle famiglie attribuito per ogni figlio a carico fino ai 21 anni. «L’Italia presenta uno dei maggiori divari in Europa tra numero di figli desiderato e numero effettivamente realizzato» riflette Alessandro Rosina, ordinario di Demografia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e autore di Crisi demografica (Vita e Pensiero, 2021). «Il primo valore è vicino a due, corrisponde al livello di equilibrio tra generazioni, il secondo è pari a 1,25. Significa che abbiamo oltre un terzo di figli in meno rispetto a quanti ne vorremmo. Ma lo stesso desiderio di averli rischia di indebolirsi se non aiutato a diventare progettuale».

Ed è qui che si mostrano le carenze strutturali del nostro Paese. Un esempio? Il dipartimento per le Pari opportunità, oggi guidato da Elena Bonetti, da bilancio di previsione 2022 passa da uno stanziamento dell’anno precedente di oltre 289 milioni a poco più di 81, mentre il neonato dipartimento per le «Politiche per la famiglia» registra un taglio per il «sostegno alla natalità» che sfiora i 5,5 milioni di euro. Così ci ritroviamo in una Italia che Non è un Paese per madri, per citare il libro di Alessandra Minello pubblicato da Laterza.

«A questo proposito» spiega l’autrice, demografa sociale all’Università di Firenze, «determinante è il mito della maternità, l’insieme delle pressioni sociali che le donne italiane subiscono e le obbligano a sentirsi sempre in dovere di essere presenti, perfette, uniche depositarie della cura dei figli. Tanto da dover vivere con senso di colpa il tempo dedicato al lavoro. Al mito della maternità sono sottoposte anche le non madri, che lo siano per scelta o meno, perché vengono giudicate costantemente e pressate affinché aderiscano al percorso di genitorialità». Alla componente culturale segue poi quella strutturale: «I servizi per l’infanzia sono carenti, i congedi di paternità obbligatoria sbilanciati rispetto a quelli di maternità e con durata limitata. Più in generale, la protezione delle donne è bassa e spesso sfocia in abbandono del lavoro. Con queste condizioni è difficile poter immaginare un sollevamento della natalità, le giovani coppie ragionano come le aziende: senza aspettative favorevoli sul futuro né un clima di fiducia intorno a loro, rinunciano a investire».

A questo proposito, interessante è lo studio pubblicato sul Finnish Yearbook of Population Research: in Europa la media delle persone fra i 18 e i 40 anni che non intende avere figli è dell’11 per cento, mentre gli italiani si collocano intorno al 9. Le ragioni, oltre a quelle citate, sono le più disparate e spicca anche chi professa un approccio etico: «Mi piacerebbe essere padre» rivela Alessandro, attivista childfree sui social «ma non credo sia giusto procreare in un mondo già affollato e devastato dal punto di vista ecologico. Al massimo punto ad adottare».

Agli studi che sostengono come non avere figli abbia un impatto positivo per contrastare il cambiamento climatico, si contrappongono però gli allarmi previdenziali: se nascono troppo pochi bambini, poi chi potrà mantenere una popolazione sempre più anziana come quella dell’Italia? Nel 2050 un terzo degli abitanti avrà più di 65 anni. Il problema è puramente concreto, poiché l’assistenza socio-sanitaria pubblica si sostiene con le tasse della forza lavoro. Meno forza lavoro significa meno risorse, o tasse più pesanti. E allora come se ne esce? A rendere ancora meglio l’idea della situazione arrivano i numeri. Gli occupati entro i 29 anni erano nel 1951 il 51,6 per cento, oggi sono scesi a circa il 28. E ancora – sottolinea l’Istat – se oggi gli over 65enni rappresentano il 23,2 per cento del totale della popolazione, nel 2050 arriveranno al 35. Per quell’anno il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3. Un’ecatombe.

«Come sarà il futuro dell’Italia dipende dalle scelte che facciamo oggi» aggiunge Rosina. «Se la popolazione non tornerà a crescere aumenterà solo la fetta di anziani, sarà difficile sia generare sviluppo e benessere, sia rendere sostenibile il welfare pubblico. Sempre più giovani si sposteranno in Paesi capaci di offrire migliori opportunità di realizzazione. L’immigrazione si indebolirà perché saremo meno appetibili, e le disuguaglianze sociali rischieranno di aumentare. Per contenere gli squilibri è allora fondamentale mettere in campo un’azione sistemica e integrata su cause e conseguenze della denatalità. È uno scenario ancora sanabile, ma ha bisogno di un cambiamento di rotta a partire da subito».

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