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(Lockeed Martin)
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Difesa e Aerospazio

Erdogan vuole ricattare Biden sui caccia Usa (o lo comprerà da Putin)

G20 di Roma: sul piatto il difficile rapporto Nato-Turchia, Erdogan vuole nuovi caccia Usa o li comprerà da Mosca

Ciò che si diranno il presidente americano Joe Biden e il turco Tayyip Erdogan al prossimo G20, in programma a Roma sabato e domenica prossimi, potrebbe influenzare il futuro della Nato nei prossimi anni. Il nodo da sciogliere è la vendita facilitata di 40 nuovi caccia americani F16V ad Ankara come compensazione per la perdita di quanto prevedeva la permanenza della Turchia nel programma F35, ovvero quasi un miliardo e mezzo di dollari versati da Ankara, che fu poi espulsa tre anni fa a causa dell'acquisizione dei missili S-400 russi. Secondo fonti europee sarebbero stati gli Usa a proporre questa opzione dopo che Erdogan aveva richiesto 80 kit di modernizzazione per gli F16 attualmente in servizio, che non sono più aggiornati e non potrebbero più competere, in termini di sistemistica, con i Rafale che la Grecia ha recentemente cominciato a ricevere da Parigi e nemmeno con gli F16 block 72 che gli Usa forniscono, per non parlare dei primi F35 in arrivo nell'Egeo. Al momento l'aviazione turca dispone di 243 velivoli F16C/D in versioni più vecchie prodotti su licenza americana, tra i quali ce ne sono 75 biposto usati per l'addestramento. Alla vigilia del suo viaggio in Africa occidentale, avvenuto proprio in questi giorni, Erdogan ha affermato: "C'è il pagamento di 1,4 miliardi di dollari che abbiamo effettuato per gli F35 e gli Stati Uniti hanno una proposta; abbiamo detto loro che intendiamo adottare tutte le misure necessarie per soddisfare le esigenze di difesa del nostro paese e nuovi jet F16V ci aiuterebbero in questo senso". Usa e Turchia sono costrette a un'alleanza a denti stretti che per ora non può essere sciolta: da un lato gli Usa hanno bisogno delle basi in territorio turco per la difesa Nato sul fronte orientale, dall'altra il legame tra Erdogane e Putin imbarazza gli alleati. Inoltre ci sono la visione opposta sulla crisi siriana e le ambizioni navali turche nel Mediterraneo, le accuse degli Usa contro le operazioni di una banca turca e una situazione critica in fatto di rispetto dei diritti umani.

Dunque a Roma i due dovranno trovare argomenti convincenti che Biden dovrà poi portare al Congresso degli Stati Uniti per ottenere l'approvazione della vendita dei jet. Nell'Assemblea c'è il sostegno bipartisan per spingere l'amministrazione Biden a esercitare ulteriori pressioni su Ankara, principalmente rinfacciando l'acquisto di armi russe e per la violazione dei diritti umani. Ma i diplomatici turchi sperano nella possibilità di creare migliori relazioni con la nuova amministrazione. Certamente non aiuta quanto comunicato sabato dal presidente turco, che attraverso il ministero degli Esteri ha minacciato di espellere gli ambasciatori degli Stati Uniti e di altri nove paesi occidentali per aver chiesto il rilascio del filantropo Osman Kavala. Sette dei diplomatici in questione rappresentano gli alleati Nato della Turchia e le espulsioni, se effettuate, aprirebbero la frattura più profonda con l'Occidente nei 19 anni di potere di Erdogan.

Kavala è in carcere da quattro anni con l'accusa di aver finanziato proteste a livello nazionale nel 2013 e di essere coinvolto in un fallito colpo di stato nel 2016. In una dichiarazione congiunta del 18 ottobre, gli ambasciatori di Canada, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Finlandia, Nuova Zelanda e Stati Uniti hanno chiesto una giusta e rapida risoluzione del caso e la sua liberazione. Già due anni fa la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva chiesto l'immediato rilascio dell'uomo.

A preoccupare gli Usa e la Nato è anche quanto emerso dall'incontro tra Erdogan e Putin avvenuto alla fine di settembre, durante il quale era stata avanzata l'intenzione turca di comprare altri sistemi missilistici, ma anche quanto riportato dall'agenzia Tass il 18 ottobre, ovvero l'opportunità di vendere a Erdogan caccia Sukhoi Su-35 e Su-57 in alternativa agli F16. Ma una simile scelta porrebbe la Turchia nella condizione di avere una difesa aerea totalmente basata su sistemi russi e quindi extra Nato. La situazione mette quindi Joe Boden davanti a un bivio: frenare o accelerare l'alleanza militare Turchia-Russia mettendo a repentaglio il fronte orientale della Nato oppure sostenere la vendita degli F16 e tentare di migliorare i rapporti tra le due nazioni. Il tutto sapendo che le finanze turche non sono certo in ottime condizioni, il valore della moneta su dollaro e sterlina è in caduta, l'inflazione ha raggiunto il 20% e aumentano le spese militari ricorrenti per sostenere le azioni ai confini con la Siria.

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