caccia cina taiwan
(Ansa)
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Difesa e Aerospazio

Aerei militari sul cielo di Taiwan; Pechino mette paura

Bombardieri cinesi stanno sorvolando da giorni, a centinaia, l'isola ribella nei giorni della sua festa nazionale. E c'è chi teme l'invasione. Ma Usa ed Australia vigilano

Record di aerei militari cinesi nella zona di difesa aerea di Taiwan negli ultimi dieci giorni, anche se non è la prima volta che l'aviazione di Pechino mostra i muscoli sopra l'isola, da dove si esorta il governo cinese a fermare azioni provocatorie definite irresponsabili.

Ma da venerdì a lunedì scorso, con un progressivo aumento del numero di bombardieri e caccia avvistati, fino a quasi 60 tracce radar apparse in sole 24 ore, l'incursione costituisce un avvertimento al presidente di Taiwan in vista della festa nazionale dell'isola (9-11 ottobre), in un preciso quadro di pressione militare organizzata da Pechino per scoraggiare l'idea di una Taiwan separatista.

Martedì 5 ottobre, in un articolo apparso sulla rivista Foreign Affairs, il presidente Tsai Ing-wen ha avvertito che ci sarebbero state conseguenze catastrofiche per la pace e la democrazia in Asia se l'isola fosse caduta completamente in mano alla Cina, dichiarando: «Segnerebbe che nell'attuale contesto globale di valori, l'autoritarismo non abbia il sopravvento sulla democrazia, perché mentre Taiwan non ha cercato lo scontro, in caso di aggressione la popolazione farebbe tutto il necessario per difendersi».

L'ultima missione cinese nel cielo dell'isola includeva 34 caccia J-16 e 12 bombardieri H-6 con capacità nucleare che hanno volato tutti in un'area vicino alle isole Pratas controllate da Taiwan, mentre altri quattro caccia cinesi erano stati avvistati lunedì portando il totale a 56 aerei in un giorno. Così il principale organo politico cinese di Taiwan, il Consiglio per gli affari continentali (Mac), ha accusato Pechino di danneggiare gravemente lo stato di pace e stabilità nello stretto di Taiwan. Ma con 80.000 soldati già sull'isola, la Cina sta di fatto mettendo in scena soltanto una dimostrazione di forza.

«Chiediamo alle autorità di Pechino di interrompere immediatamente le sue azioni provocatorie non pacifiche e irresponsabili», ha dichiarato il portavoce del Mac Chiu Chui-cheng in una nota, «la Cina è colpevole di aver causato tensioni tra i due lati dello stretto di Taiwan e ha ulteriormente minacciato la sicurezza e l'ordine regionali, quindi Taiwan non scenderà mai a compromessi e non cederà alle minacce». In risposta a questa presa di posizione Pechino ha accusato Washington di essere i provocatori dello scontro, mettendoli in guardia dal sostenere l'indipendenza dell'isola. «Impegnarsi nell'indipendenza di Taiwan è un vicolo cieco» ha fatto sapere il Ministero degli esteri di Xi Jinping, «la Cina adotterà tutte le misure necessarie e distruggerà con fermezza qualsiasi complotto per l'indipendenza di Taiwan».

Secondo la Cina gli Stati Uniti dovrebbero quindi smettere di sostenere moralmente e di promettere mezzi alle forze separatiste, sostenendo che l'indipendenza di Taiwan significherebbe lo scoppio di una guerra. Ma anche se gli Usa non hanno legami ufficiali con l'isola, hanno una legge federale che impone di fornirle i mezzi per difendersi, e questo impedisce a Pechino di compiere un'azione finale di conquista senza subire reazioni. Attualmente anche l'Australia ha comunicato a Taiwan il proprio appoggio, e la scelta di dotarsi di una flotta di sommergibili nucleari è stata letta dai cinesi come un chiaro segnale di interferenza nella vicenda.

Di fatto la Cina è sempre più preoccupata dal fatto che il governo di Taiwan stia portando l'isola verso una dichiarazione formale d'indipendenza e vuole mettere in guardia la presidente Tsai dal compiere passi in quella direzione. Tuttavia Tsai ha ripetutamente affermato che Taiwan è già uno stato indipendente, rendendo superflua qualsiasi dichiarazione formale, poiché l'isola ha una propria costituzione, propri militari, sulla carta circa 300.000 soldati, e leader eletti democraticamente. La Cina non ha quindi escluso il possibile uso della forza per raggiungere l'unificazione con Taiwan. In realtà dal punto di vista militare Taiwan non ha alcuna speranza di poter resistere a una eventuale ritorsione cinese, di fatto nell'isola sono già stanziate forze dell'esercito della Repubblica Popolare, che in poche ore potrebbero occupare la capitale Taipei.

Quelli che sono definiti separatisti non hanno a disposizione radar che possano organizzare la difesa aerea né tecnologia che possa competere con quella dell'aviazione cinese, mentre la funzione informativa è ufficiosamente svolta dagli americani.

Indipendente fino al 1.600, Taiwan è stata dominata dai giapponesi a partire dal 1.895, e dopo la seconda guerra mondiale tornò sotto il controllo nazionalista cinese. Nel 1949, gli eserciti comunisti cinesi sconfissero le forze nazionaliste nella Cina continentale costringendo il governo nazionalista a fuggire a Taiwan. Dalla fine della guerra civile cinese, nel 1949, la Cina ha rivendicato la sovranità sull'isola considerandola una regione ribelle e insistendo sul fatto che le nazioni non possano instaurare relazioni ufficiali con Taiwan che siano separate da quelle diplomatiche con la Cina. Ma nonostante le restrizioni cinesi, l'isola è diventata uno dei principali attori economici dell'Asia e uno dei maggiori produttori mondiali di tecnologia informatica. L'Onu ha riconosciuto Taiwan come parte della Cina nel 1971, inoltre secondo i criteri formali Onu per la determinazione di Stato indipendente, questo territorio conteso ne soddisfa soltanto cinque. Tuttavia dal 1942 la Santa Sede riconosce Taiwan e gli Usa hanno mantenuto il riconoscimento fino al 1979, ma continuando poi a dichiarare l'appoggio all'isola. Nel 2019 Kiribati e Isole Salomone hanno trasferito il riconoscimento alla Cina. Ad oggi Taipei è ritenuta capitale indipendente da Pechino da sole 14 nazioni: Haiti, Paraguay, Nicaragua, Belize, Isole Marshall, Honduras, S. Lucia, S. Vincent & Grenadines, Palau, Nauru, Tuvalu, Vaticano, S. Kitts and Nevis, Swaziland.

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