Le grinfie di Renzi sul gioiello dell’energia
Matteo Renzi (Ansa)
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Le grinfie di Renzi sul gioiello dell’energia
Laverita

Le grinfie di Renzi sul gioiello dell’energia

Il Bullo approfitta della distrazione di massa per cambiare i vertici della multiutility controllata da Brescia e Milano. Al posto dell'attuale ad spinge per Renato Mazzoncini, che ai suoi tempi ha portato in Ferrovie. Giuseppe Sala mostra indipendenza però si piegherà.

Qualcuno può spiegare perché un partito del 3 per cento che non esprime praticamente nessun consigliere comunale a Milano e neppure, che mi risulti, a Brescia, può nominare l'amministratore delegato della più importante multiutility della Lombardia? Va bene che la regione è alle prese con ben altri problemi, tra cui un'epidemia che rischia di decimare le imprese che la rendono una delle più vitali e più promettenti dell'intera Europa, ma che approfittando del caos da panico qualcuno sostituisca il numero uno dell'azienda che porta la luce e il gas nella maggior parte delle abitazioni della capitale economica del Paese non è una faccenda che riguardi solo i milanesi.

Come avevamo detto fin dall'inizio, Matteo Renzi non si dà da fare perché preoccupato di come stia andando l'Italia, ma solo per potersi inserire nella partita delle nomine. La scissione dal Pd non è nata da una diversa visione politica, ma solo per sedersi da comprimario al tavolo di quelle riunioni che decidono la vita e la morte dei manager che gestiscono le aziende statali o comunali. Siccome in questa primavera bisogna sostituire decine e decine di consigli di amministrazione, Renzi ci vuole mettere il becco. Anzi: a essere più precisi, ci vuole mettere gli uomini suoi. Perché se metti uno dei tuoi hai occupato un pezzo di potere, sei ancora qualcuno e puoi avere ascolto presso i cosiddetti poteri forti. Se non sei in grado nemmeno di nominare un amministratore delegato, ma al massimo di strillare per far slittare di un mese o due la prescrizione, salvo poi essere costretto ad approvarla perché altrimenti cade il governo e anche il tuo gioco, beh, allora, conti veramente meno di un Cencelli qualsiasi.

Sì, insomma, noi non abbiamo mai avuto dubbi su quali fossero le vere finalità del senatore toscano. Altro che piano choc da 120 miliardi per far ripartire l'Italia. Tutto il suo strepitare e il suo minacciare di far cadere il governo aveva come solo obiettivo alzare la posta per riuscire a piazzare qualche suo uomo in consiglio di amministrazione o nei ruoli chiave della pubblica amministrazione. I risultati di tanto agitarsi già si vedono. All'Agenzia delle entrate è tornato il pupillo del renzismo, quel tal Ruffini che proprio l'ex presidente del Consiglio si era sbracciato per nominare. E ora l'influenza renziana, che è più contagiosa di quella cinese, si fa sentire anche a Milano, dove Beppe Sala a parole fa mostra di indipendenza, ma quando c'è da piegarsi ai giochi dimostra tutta la sua dipendenza.

Risultato, in Lombardia opera una delle poche società partecipate che in Italia non servono solo ad alimentare l'ingordigia della classe politica, ma anche ad alimentare le case degli italiani, portando l'energia necessaria per far funzionare gli elettrodomestici, illuminare e riscaldare. Si tratta di un gioiellino denominato A2a, la cui governance, cioè la gestione è spartita fra Milano e Brescia, nel senso che le due città hanno unito gli sforzi e le loro municipalizzate mettendo insieme un medio colosso nel settore energetico. L'azienda va a gonfie vele e ha piani di espansione importanti, perché nel settore punta a crescere anche con nuove acquisizioni. In poche parole, a chi guida l'azienda non si può rimproverare nulla, salvo aver gestito la società nel migliore dei modi, portando a casa utili. E forse è proprio per questo che adesso, senza troppi riguardi, viene messo alla porta. Intendiamoci: anche i vertici attuali erano stati nominati dalla politica, che in questo caso, essendo entrambi i Comuni, Milano e Brescia, dominati dal Pd, pende a sinistra. Tuttavia, cacciare chi ha fatto bene e ha competenza nel settore che è chiamato a gestire, per sostituirlo con uno che non ha esperienza nel ramo energetico pare una scelta bizzarra. O meglio: pare una scelta dettata solo da esigenze politiche e spartitorie. Si nomina un manager vicino a qualcuno, perché quel qualcuno ha un interesse preciso a dimostrare che conta.

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Inchieste

L'Italia è in svendita

Dall'industria al turismo, dal lusso all'agroalimentare con la pande mia interi settori produttivi diventano un affare per i gruppi stranieri.

Da seconda manifattura d'Europa a outlet il passo è breve e disastroso. L'Italia è in svendita e l'anestesia produttiva e di consumi dovuta al virus cinese e l'attesa messianica dei soldi del Recovery fund fiaccano l'economia. Col rischio di rendere inefficace il rimbalzo, se ci sarà, quando usciremo dalla pandemia. Per ora bisogna misurarsi con un Pil sprofondato a meno 10,4 per cento e con una strage di aziende. L'ultima stima parla di 390 mila imprese chiuse che non riapriranno.

L'allarme lo ha dato Mario Draghi. L'ex presidente della Bce evocato come salvatore della patria nella sua relazione al G30 è stato chiarissimo: «La situazione è peggiore di quel che sembra, soprattutto per le piccole e medie imprese e le autorità devono agire immediatamente». Che cosa chiede Draghi? Che il debito pubblico assorba di fatto il debito delle imprese, che si lavori a ricapitalizzare il sistema imprenditoriale. Strano che mentre arriva questo segnale di pericolo le nuove regole europee bancarie dicano che se vai in rosso sei già in pre-fallimento.

L'Italia che ha fondato dal 1948 a oggi il suo protagonismo economico sul «quarto capitalismo» - delle piccole e medie imprese poco capitalizzate, ma molto dinamiche, quelle dove conta l'impronta di chi ci lavora, quelle capaci di essere flessibili e d'inventarsi il mercato - è dominata da un grande cartello listato a lutto: vendesi. La lunga corsa alla spoliazione è iniziata con la stagione delle privatizzazioni: si è smantellato il patrimonio dell'industria di Stato nella rincorsa dell'euro. Ma ora siamo ai saldi di fine stagione.

L'offensiva al patrimonio Italia si sviluppa su tre fronti: quello turistico immobiliare, quello tecnologico industriale e quello infrastrutturale. E tutti puntano a inglobare il made in Italy. I più attivi sono i cinesi che dal cappuccino ai robot passando per la moda si stanno comprando ogni cosa. Ci sono intere città all'incanto: succede a Venezia, succede a Firenze, sta accadendo a Roma e a Milano. La crisi del turismo e degli alberghi con offensive lanciate da fondi d'investimento internazionali, ma anche dalla criminalità organizzata tant'è che la Guardia di finanza ha drizzato le antenne dopo gli ultimi «affari» dei mandarini a Venezia, alimenta la speculazione. Se si legge in trasparenza il rapporto del Copasir sulla presenza cinese nell'economia italiana se ne ha una conferma. Stando a questa analisi, che si ferma però ai dati del 2019, circa due punti di Pil sono già direttamente in mano asiatica, ma i relatori di maggioranza - il deputato Enrico Borghi (Partito democratico) e del senatore Francesco Castiello (Movimento 5 stelle) - scrivono: «È facilmente immaginabile che nel tempo gli investitori cinesi si stiano radicando sempre più nel tessuto produttivo nazionale».

A contarle, le imprese italiane in mano a Pechino sono 405, quelle partecipate sono altre 760, il giro d'affari s'avvicina ai 30 miliardi per circa 55 mila occupati. Ci sono poi le migliaia di attività avviate da cinesi. Come a Prato dove interi quartieri sono ormai di proprietà esclusiva di questa comunità che si sta comprando anche i supermercati: l'ultimo è l'affitto del ramo di azienda della Pam in via Pistoiese.

C'è un signore che pochi conoscono; si chiama Ren Jianxin è il capo della ChemChina, la più importante azienda farmaceutica del mondo. Ha una disponibilità liquida di 500 miliardi di dollari, poco meno di un terzo del nostro Pil. In Italia è sbarcata comprandosi le gomme della Pirelli e poi si è concentrata sull'agricoltura: dal Chianti alla Pianura padana passando per la Sicilia possiede direttamente o tramite controllate 345 aziende agricole per circa 40 mila ettari.

Ma il signor Ren Janxin è solo uno dei «mandarini» che hanno deciso di fare shopping in Italia. Dentro il loro carrello della spesa c'è di tutto: dalle penne stilografiche Omas comprate dalla Xiniu Hengdeli, ai superyacht della Ferretti finiti nel portafoglio di Weichai, dall'alta moda per bambini di Pinco Pallino (ora di proprietà di Lunar Capital) agli imballaggi di carta della Fosber di Lucca che è di Guandong Dong Fang, dalle lavatrici Candy alle cucine Berloni, fino agli oli lucchesi. Dopo aver messo nel mirino i grandi asset con State Grid International SGID, che si è comprata il 35 per cento delle nostre reti energetiche essendo già entrata nel capitale di Cassa depositi e prestiti con Shandon Group, ora si sta concentrando sulle piccole e medie imprese di qualità, il «quarto capitalismo» tricolore.

La Cina è interessata, oltreché all'agroalimentare, al settore tecnologico con acquisizioni mirate come la Plati elettroforniture e la Esaote, che si è portata dietro anche l'acquisizione dell'Itt (Istituto italiano di tecnologia) con al suo interno più di 1.700 ricercatori che arrivano da tutto il mondo per sviluppare sistemi complessi di robotica. O come la Epistolio di Varese, gioiello della robotica, che ha oggi tra i soci Saimo electric, società cinese leader nell'automazione industriale quotata alla Borsa di Shenzhen.

La Cina ha poi rilevanti quote di capitale di Enel, Terna, Snam, Ansaldo Energia. È la Via della seta, è l'affare del 5G, è rendere l'Italia una succursale del business globale di Pechino. Che però ora si occupa anche di «minutaglie». A Venezia è cinese gran parte del sestriere di Cannaregio, alcuni locali storici – ad allungare una lista infinita - sono stati comprati all'inizio dell'anno: i Tre Archi, il Da Nini, il Ma Ciao. Il Caffè Florian, il più antico caffè del mondo, è chiuso e ha scatenato appetiti di speculazione, così come l'80 per cento dei locali veneziani sono con le serrande abbassate, perciò possibili prede. È in vendita l'isola di Tessera, e la fila dei palazzi storici affidati agli agenti immobiliari è lunga quanto il Canal Grande.Sono nate società specializzate nella trattativa con imprenditori cinesi come Cogefim.

Se il capoluogo veneto piange, Firenze certo non ride. Il sindaco Pd Dario Nardella se l'è presa molto per la trasmissione Report che ha presentato Firenze come una città in svendita. Resta il dato che l'80 per cento dei b&b fiorentini è vuoto, la città ha i ristoranti chiusi e le boutique del centro sono in sofferenza; così come le «cattedrali dello shopping» di via Condotti a Roma o Montenapoleone a Milano. Negozi sfitti, canoni crollati, merce sparita.

Lo stesso Nardella è arrivato a minacciare di dare in pegno il demanio pubblico per evitare il tracollo del comune, che ha 200 milioni di debiti perché la città non riesce a generare entrate. C'è chi si è fatto sotto come il gruppo immobiliare israeliano Webuyhotel73 che ha detto apertamente di voler approfittare della crisi. Un mese fa il Monte dei Paschi ha chiuso la vendita di suoi 29 immobili di pregio tra Roma e Milano per 300 milioni al gruppo francese Ardian. In Chianti, per esempio, i cinesi sono arrivati da tempo con fondi di investimento di Hong Kong: a Montalcino molte cantine ormai sono in mano a stranieri e uno dei gruppi più importanti d'Italia nel settore del vino come Terra Moretti ha stretto una partnership con Nuo Capital SA di Stephen Chang, discendente della dinastia di Hong Kong Cheng Pao, e perfino una cantina del Monferrato che fu di un grande del calcio, Nils Liedholm, è finita ai cinesi.

«Svenditalia» diventa un affare di Stato quando si parla d'infrastrutture e di industrie strategiche. Il ministro (fino al momento in cui scriviamo) per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha sul tavolo oltre 180 crisi aziendali. Molte riguardano gruppi stranieri che si stanno disimpegnando dall'Italia: acquisiscono marchio e know how e poi portano le produzioni fuori dai nostri confini.

È il caso della Whirlpool di Napoli, della Treofan e delle Acciaierie speciali di Terni, della Embraco, della Mercatone Uno, di Auchan e ArcelorMittal. A questi scenari si accompagnano gli assalti ai porti. La Germania si compra quello di Trieste, la Cina ha messo nel mirino Taranto. Cinesi e tedeschi stanno dentro Aspi (Autostrade) e questo crea ulteriori problemi sulle concessioni.

Ciò che è evidente è che ogni Paese ha una sua lista della spesa. Nel primo semestre 2020 le acquisizioni sono state pari a 9 miliardi e hanno riguardato quasi esclusivamente piccole e medie imprese. Nell'ultimo decennio in Italia sono state comprate aziende per 67 miliardi. Tra le dieci operazioni più importanti sei sono state fatte da multinazionali straniere: Pirelli da ChemChina, Magneti Marelli da Calsonic Kansei Corporation (società giapponese attiva del settore automobilistico controllata dal fondo americano Kkr), Avio spa da General Electric, Rhiag da Lkw, Ansaldo Ferroviaria da Hitachi Ltd. In testa tra i compratori ci sono ancora americani, poi i cinesi. Terzi clienti sono i tedeschi che si sono concentrati sulla meccanica, quarti i giapponesi che dopo Ansaldo Breda hanno puntato su aziende ad alto valore aggiunto come Fiamm, DelClima, Daikin. Infine gli inglesi che utilizzano i fondi di private equity per entrare in marchi del made in Italy affermati, fare plusvalenze e quindi dismettere.

Ognuno, come si fa con i saldi, cerca l'occasione: per acquisire quote di mercato, competenze ed eliminare un concorrente. L'Italia, appunto.

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