Le contraddizioni della moda
(Marco Piraccini/Archivio Marco Piraccini/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Le contraddizioni della moda
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Le contraddizioni della moda

Terminate le settimane della moda che hanno finalmente riacceso i riflettori sulle passerelle internazionali, da quelle di giugno relative alle collezioni maschili, a quelle dell'Alta Moda passando per quelle appena concluse che hanno visto Londra, New York, Milano e Parigi ospitare le collezioni femminili per la prossima primavera estate, è venuto il tempo di fermarsi e fare un'analisi di quello che è successo e di domandarsi quale sarà il futuro della moda.

Durante il periodo pandemico la reclusione forzata ci ha portato a riflettere sul momento storico e sul sistema conosciuto fino a quel momento, ci ha obbligati a uscire dalla nostra comfort zone per esplorare nuovi orizzonti e soprattutto a definire nuove tecnologie e intraprendere nuove dinamiche professionali. Cambiamenti destinati, secondo il pensiero di molti, a modificare definitivamente il nostro modo di vivere e nello specifico il nostro approccio alla moda e al divertimento. Smart working, incontri sociali su Zoom, acquisti esclusivamente on-line sarebbero stati il nostro futuro, compresi i nostri dress code che nel frattempo si erano adattati allo status imposto prediligendo homewear chic e casual glam. Negozianti, showroom, designer e amministratori delegati hanno affermato che questi cambiamenti sarebbero diventati parte integrante e imprescindibile delle nuove dinamiche della moda, ridisegnando la vendita, la comunicazione e il marketing. Ma così non è stato ed era prevedibile, bastava analizzare l'impennata del business delle varie piattaforme e-commerce, da Amazon a Zalando passando per tutte quelle monomarca, per comprendere che la voglia di evasione, di rinascita e di ritorno alla normalità era lì, latente, dietro l'angolo.

Ai primi accenni di riapertura la gente si è riversata nei bar, nei ristoranti e nei negozi di abbigliamento così come alcuni impavidi brand hanno voluto ripristinare, durante le Fashion week, sfilate o presentazioni in presenza dichiarando la volontà di voler ritornare alle dinamiche conosciute e di non volersi adattare ai nuovi format digitali. Tuttavia, e fortunatamente, alcune aziende lungimiranti hanno saputo fare di questa evoluzione forzata tesoro, ridefinendo i propri standard e abbracciando soluzioni ibride e omnichannel mentre altre hanno scelto di mantenere un percorso di innovazione e sperimentazione sostituendo gli showroom fisici con spazi virtuali nei quali visionare le collezioni e le sfilate o le presentazioni con filmati, progetti e video 3D e gaming.

La moda è stile ma allo stesso tempo è sinonimo di cambiamento e di evoluzione, ce lo insegna la storia, risulta quindi difficile accettare questa reticenza a intraprendere nuovi percorsi e ad aprirsi a nuove soluzioni creative. La stessa reticenza dimostrata dal mondo della moda nell'accettare le diversità, soprattutto fisiche.

Prima che la pandemia ci ponesse in uno stato di sospensione da tutto ciò che faceva parte della nostra quotidianità, il mondo intero era fortemente focalizzato su tematiche sociali quali il razzismo, la tolleranza e la dignità umana. Parole come inclusione, diversità e body positivity erano le più inflazionate sui giornali e sui social. L'evoluzione culturale stava imponendo alla società nuove direttive etiche e morali. Durante il periodo di lockdown, in assenza di vita reale, tv, social network e carta stampata riportavano interviste, dibattiti, podcast e analisi su questa imprescindibile evoluzione socio/culturale.

La reazione della società è stata immediata. Partendo da pubblicità a sostegno delle minoranze e delle diversità, le aziende hanno immediatamente rielaborato i propri contenuti per gli spot pubblicitari e per gli slogan. Il mondo della moda, sempre attento e sensibile alle tematiche sociali, ha anch'esso introdotto una nuova estetica e una nuova forma di comunicazione. I primi video e i primi progetti digitali prodotti per presentare le collezioni in streaming assecondavano i valori di inclusione e di diversità.

Oggi, in piena fase di recupero della normalità e cavalcando l'entusiasmo della rinascita, tutti questi valori sono stati decisamente accantonati, in buona parte. Malgrado la nuova dialettica della moda sostenga criteri devoti all'annullamento della categorizzazione uomo/donna per quanto riguarda l'abbigliamento, le collezioni continuano a parlare di tutt'altro. In primis, è il sistema stesso che insiste a mantenere contenitori distinti per tutto ciò che è maschile o femminile. Durante le presentazioni delle collezioni maschili i casting hanno decisamente dimostrato di aver accettato il concetto di inclusione e di diversità, mandando in passerella modelli multirazziali o no gender, ma sicuramente non hanno preso in considerazione il principio della body positivity.

Sulle passerelle milanesi così come su quelle parigine hanno trionfato le top model e le fisionomie "tradizionali", eccezione fatta per poche apparizioni di modelle curvy, con una media di presenze ridicola, dimostrando la difficoltà vera da parte dei designer di accettare questa evoluzione e sottolineando che la moda di oggi è fatta non solo di stile ma anche di marketing.

(Jacopo Raule/Getty Images)

Modella sfila allo show di Versace SS22

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