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Da alberi a cyborg: la rivoluzione delle piante bioibride che producono energia (e crescono il 45% in più)

Da alberi a cyborg: la rivoluzione delle piante bioibride che producono energia (e crescono il 45% in più)

Organismi che sono fatti crescere insieme a elementi tecnologici. Il “verde” che viene potenziato con nanoparticelle per darci più ossigeno, elettricità, forse colture più floride. È cominciata l’era della natura bioibrida

In principio era l’albero, simbolo immutabile di natura, radicato nel tempo e nel ciclo della vita. Oggi, è divenuto qualcosa di più di un organismo naturale. Almeno nei laboratori, le piante stanno cambiando identità e funzione divenendo qualcosa di diverso – esseri viventi trasformati in piattaforme tecnologiche.

Le chiamano piante bioibride: organismi che combinano elementi biologici, quelli della stessa pianta, con componenti tecnologici quali, per esempio, nanoparticelle. In questo modo, funzioni naturali come fotosintesi, crescita, sensibilità agli stimoli ambientali vengono potenziate da elementi ingegnerizzati, senza alcun intervento sul Dna. Non più quindi vegetazione “pura”, ma organismi a metà tra natura e tecnologia, nella cui linfa scorrono polimeri, nanoparticelle ingegnerizzate capaci di aumentare la fotosintesi.

Il passaggio concettuale è radicale: l’albero si avvia a non essere più soltanto un elemento del paesaggio, ma anche un dispositivo biologico avanzato, un’infrastruttura verde che lavora attivamente per produrre energia, catturare carbonio o monitorare l’ambiente. Dall’Europa agli Stati Uniti fino all’Asia, questa nuova disciplina del verde bioibrido si arricchisce di sempre nuovi risultati. E forse quello più eclatante arriva dall’Italia.

Un gruppo di studiosi guidati da Manuela Ciocca, ricercatrice di fisica sperimentale della facoltà di ingegneria della Libera università di Bolzano – in collaborazione con la facoltà di Scienze agrarie, il gruppo di ricerca Prime, la Fondazione Bruno Kessler, l’Eurac Research, il Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, l’Istituto dei materiali per l’elettronica e il magnetismo (Imem), il Cnr ed Elettra Sincrotrone Trieste – è riuscito a creare la prima pianta completamente bioibrida con una accresciuta capacità di fotosintetizzare.

«Abbiamo lavorato su piante di Arabidopsis thaliana, una specie modello molto utilizzata nella ricerca vegetale, e abbiamo scelto come componente tecnologica nanoparticelle, un polimero organico semiconduttore P3HT) già studiato per le celle solari» spiega Ciocca. «Ci siamo resi conto che, grazie alle loro dimensioni estremamente ridotte – circa cinquecento volte più piccole del diametro di un capello umano – queste nanoparticelle potevano essere assorbite naturalmente dalle radici. Per questo abbiamo fatto germinare i semi in un idrogel arricchito con queste nanocomponenti, che sono poi entrate nel sistema radicale della pianta e hanno seguito i normali flussi interni dell’acqua e dei nutrienti».

In questo modo sono stati trasportate fino alle foglie e si sono integrate nei processi biologici dell’arbusto senza interventi invasivi e senza alterarne il Dna. «Nelle foglie, le nanoparticelle agiscono come minuscole antenne che catturano la luce verde, una frequenza dello spettro che le piante normalmente non assorbono. Significa migliorare la conversione dell’energia solare in energia chimica così da incrementare l’aumento di biomassa e l’assorbimento di CO2», aggiunge Ciocca. Insomma questa ricerca dimostra che le piante trattate con nanoparticelle crescono molto più del normale e accumulano più biomassa. Una volta validate le tecniche sul modello, possiamo pensare di scalare l’esperimento ad altre specie, coltivate in serra o in condizioni più vicine a quelle reali, con vegetali di dimensioni maggiori.

Ovviamente, quando si passa a scala reale, entrano in gioco fattori aggiuntivi: condizioni climatiche variabili, quantità di nanoparticelle da somministrare a un albero adulto, e il loro ciclo di vita stesso. Proprio per questo abbiamo verificato che quelle utilizzate siano compatibili con la pianta e con l’uomo, e che, se finissero nel suolo, il loro ciclo di vita e la degradazione dovranno essere studiati attentamente.

«Un fatto davvero significativo è che siamo riusciti a inserire le nanoparticelle attraverso le radici, partendo dal seme» continua Ciocca. «Ma c’è anche da dire che il risultato è stato buono: abbiamo studiato diverse concentrazioni di polimeri, da zero fino a un milligrammo per millilitro, osservando sempre una crescita più veloce, fino al 45% in più di accrescimento rispetto alle piante non trattate e circa 11% in più di biomassa. Analizzando le radici con il microscopio a fluorescenza, abbiamo riscontrato la presenza delle nanoparticelle anche in alcune foglie, dove contribuiscono all’assorbimento di luce aggiuntiva».

Sono molte le applicazioni possibili delle piante bioibride. «Una delle più promettenti riguarda la cattura della CO2 e la produzione di biomassa. Un’altra è quella della generazione di energia elettrica, attraverso lo stesso principio dei pannelli fotovoltaici» spiega Ciocca.

«Per quanto riguarda l’agroalimentare, si è ancora in fase embrionale: mancano linee guida chiare sulla tossicità, ma il vantaggio della nostra tecnologia è che non modifica la genetica della pianta. Le nanoparticelle si integrano spontaneamente e la pianta ne risulta positivamente potenziata. Questo apre prospettive interessanti per l’agricoltura sostenibile: se le piante crescono di più e accumulano maggiore biomassa, è possibile aumentare la produttività delle coltivazioni in maniera naturale, riducendo sprechi e migliorando l’efficienza delle piantagioni».

L’esperimento italiano è solo una parte di un movimento scientifico globale. Sono diversi laboratori del mondo si studiano piante nanobioniche capaci di aumentare la fotosintesi grazie all’integrazione di nanoparticelle. Un primo filone riguarda le microalghe bioibride, in cui organismi fotosintetici unicellulari vengono integrati con nanoparticelle metalliche o polimeriche per migliorare l’assorbimento della luce e il trasferimento di elettroni nei processi fotosintetici. Ciò consente di aumentare la produzione di pigmenti naturali (come carotenoidi e clorofille modificate) e di metaboliti utili all’industria farmaceutica e alimentare, senza intervenire sul Dna ma sfruttando l’interazione fisica tra materiali inorganici e strutture biologiche. Un secondo filone, sviluppato soprattutto in Scandinavia, alla Linköping University, punta a far diventare le radici delle piante conduttive integrando polimeri organici elettronici direttamente nei tessuti vegetali.

Gli arbusti stessi favoriscono la formazione di strutture di conduzione elettrica lungo il sistema radicale trasformandoli in un una sorta di condensatore biologico. Queste radici “elettroniche” non sostituiscono la funzione vitale della pianta, ma la affiancano, trasformando il tessuto vegetale in un materiale funzionale che unisce metabolismo e conduzione elettrica.

Un terzo filone riguarda il verde come sensore ambientale vivente: l’integrazione di nanomateriali (come nanotubi di carbonio o particelle conduttive) nei tessuti fogliari o vascolari permette di leggere i segnali elettrici e chimici che l’organismo produce naturalmente quando subisce stress idrico, variazioni di salinità, presenza di metalli pesanti o inquinanti atmosferici. Queste indicazioni possono essere raccolte e trasmesse a dispositivi digitali, creando reti di monitoraggio ambientale basate su “sensori” vivi che reagiscono in tempo reale alle condizioni del suolo e dell’aria.

In tutti questi casi, l’elemento chiave non è la modifica genetica, ma la costruzione di sistemi ibridi in cui le funzioni biologiche vengono amplificate o rese leggibili grazie a materiali nanostrutturati, dando origine a nuove forme di “elettronica vegetale” e di biofabbricazione energetica e sensoriale. In questo scenario, le piante smettono di essere soltanto organismi passivi e diventano infrastrutture biologiche attive: sensori, accumulatori di energia, piattaforme di monitoraggio ambientale.

La frontiera delle bio-nanotecnologie vegetali non promette “superpiante” da fantascienza, capaci di risolvere i nostri problemi energetici, ma organismi capaci di dialogare con i sistemi digitali e con l’ambiente che li circonda, rendendo visibili processi oggi invisibili. Se queste ricerche riusciranno a uscire dai laboratori senza alterare gli equilibri ecologici, il futuro dell’elettronica potrebbe così germogliare letteralmente dal suolo.

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