C’è un riflesso quasi automatico nel dibattito educativo contemporaneo: basta pronunciare “lezione frontale” perché si sollevi un sospetto. È diventata la forma da superare, il simbolo di una scuola che non funziona più, il residuo di un passato da archiviare. Se una classe è distratta, la colpa è della lezione frontale. Se gli studenti sono demotivati, bisogna “andare oltre la frontalità”. Se si invoca il rinnovamento, si comincia prendendo le distanze da quella parola.
Eppure per anni si è colpito il bersaglio sbagliato, e forse il vento sta cambiando, se si guarda fuori dall’Italia: negli Stati Uniti, per fare un esempio, si è riaperto con forza il dibattito sull’explicit instruction, l’insegnamento diretto ed esplicito guidato dal docente. Dopo stagioni segnate da un entusiasmo quasi esclusivo per modelli interamente centrati sulla scoperta autonoma, molte scuole stanno rivalutando la necessità di spiegazioni chiare, strutturate, sequenziali. D’altronde, i risultati sugli apprendimenti – anche in rilevazioni nazionali e internazionali – hanno mostrato che senza una guida competente molti studenti, soprattutto i più fragili, restano indietro.
La stessa ricerca sulla teoria del carico cognitivo ha chiarito che, nelle fasi iniziali dell’apprendimento, una guida esplicita riduce la dispersione e favorisce la comprensione profonda. In Svezia, dopo anni di forte digitalizzazione e didattica orientata quasi esclusivamente all’autonomia individuale, il governo ha promosso un ritorno ai manuali cartacei (incredibile ma vero, sono più efficaci!), alla scrittura a mano (incredibile ma vero, è più efficace!), alla centralità dell’insegnante come riferimento culturale (evito la terza parentesi analoga, ma ci siamo capiti).
Non è un revisionismo ideologico: è un esito pragmatico, nato anche dall’osservazione di un calo nei risultati di lettura e comprensione rilevati da indagini internazionali come PISA. Soprattutto non è una restaurazione, un ritorno alla “vecchia scuola”, ma solamente l’uscita dalle contrapposizioni ideologiche che avevano messo all’angolo il modo di fare lezione più efficace, a patto che si sappia elargire, e dall’altra parte si sappia ricevere.
Il problema non è la forma, ma la qualità
La lezione frontale non è il problema della scuola: il problema, semmai, è la lezione vuota, improvvisata, non pensata, quella fatta di parole stanche, senza passione, senza preparazione, o senza abbastanza di tutto ciò.
Attenzione, però, questo monito vale per qualsiasi metodologia: anche un laboratorio può essere superficiale, così come un lavoro di gruppo può diventare un modo elegante di non affrontare il nodo del sapere, e una lezione considerata immersiva o tecnologica può annoiare, eccome. Non è la forma a garantire la qualità di una lezione, ma la statura di chi la costruisce e la svolge.
E diciamolo con chiarezza: la demolizione sistematica della lezione frontale è stata anche una demolizione simbolica del ruolo del docente. Se spiegare diventa sospetto, se la trasmissione è considerata intrinsecamente autoritaria, allora chi insegna non è più colui che orienta, ma solo colui che facilita. Che orrore: non più una guida, ma un regista discreto – nascosto, anonimo? – che deve quasi giustificare il fatto di avere qualcosa da dire anche solo dal punto di vista metodologico.
La parola che fonda comunità
La nostra civiltà nasce dalla parola detta e ascoltata. Omero cantava e qualcuno ascoltava. Socrate interrogava nelle piazze. Gesù veniva chiamato Maestro perché parlava. Non serve mitizzare queste figure; basta riconoscere un dato elementare: la parola autorevole, quando è vera, fonda comunità e genera conoscenza.
Anche Dante Alighieri costruisce la Commedia su una pedagogia dell’ascolto: attraversa, vede, sperimenta, ma continuamente ascolta spiegazioni, riceve chiarimenti, domanda e viene guidato. Provando a sondare le varie materie, anche le più diverse, anche le più moderne, la sostanza non cambia.
E allora basta con gli stereotipi: una lezione frontale ben fatta non è un monologo in una stanza di muti, al contrario è una lezione che interpella, che provoca domande, che stana le semplificazioni, che chiede di prendere posizione. È dialogica nella sostanza pur essendo strutturata nella forma.
La parola maestro viene da magis, “di più”. Il maestro è colui che è “di più” per responsabilità e competenza. È colui che mette un segno, che consente di arrivare più in alto, fin là dove da soli forse non saremmo arrivati.
Aver fatto crociate contro la lezione frontale è stato un errore culturale prima ancora che didattico. Oggi, mentre altrove si rivedono posizioni assunte in modo oppositivo e si recupera il valore dell’insegnamento esplicito, forse possiamo uscire anche noi da questa stortura.
Difendere la lezione frontale significa riconoscere che spiegare non è un crimine pedagogico e, in un tempo che diffida di ogni verticalità, dovremmo non lasciare soli gli studenti nel rumore delle informazioni e invece guidarli in un mondo complesso, con un filo da seguire. E talvolta basta quella parola – detta con rigore, competenza e passione – perché qualcuno inizi davvero a crescere.
