Dieta

Obesità: forse la colpa è del crollo dei prezzi

Negli ultimi 60 anni negli Usa è aumentato il consumo di dolci, snack e bibite zuccherate che un tempo erano un lusso: oggi costano poco e fanno ingrassare 

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Tra le molte cause attribuite all'epidemia di obesità che sta interessando mezzo mondo, con il ben noto corredo di malattie cardiache, diabete e altro, ce n'è una che potrebbe essere fondamentale per spiegare il fenomeno e che non è stata fino ad ora tenuta nella giusta considerazione. La espongono sulla rivista CA A Cancer Journal for Clinicians due economisti, Roland Sturm, della Rand Corporation e Ruopeng An, ricercatore all'Università dell'Illinois: è il prezzo del cibo.

Sedentarietà, carenza di frutta e verdura nella dieta, uso eccessivo dell'auto sono tutte concause del fenomeno obesità ma, fa notare un articolo del magazine online Co.Exist, che riporta le conclusioni dello studio accademico, da sole non bastano a spiegare un fenomeno che negli Usa è cominciato a partire dagli anni '50. L'aumento di peso nel corso degli anni è stato più marcato in certe etnie (le donne di colore hanno un indice di massa corporea superiore a quello delle donne ispaniche) o in alcuni Stati (chi vive in Mississippi è probabile che sia più grasso di chi sta in Colorado), ma si è fatto sentire in generale su tutta la popolazione.

Qual è stato il cambiamento che ha interessato l'intera società, indipendentemente da etnia e collocazione geografica? Il prezzo del cibo. Negli anni '30, racconta l'articolo del magazine, gli americani spendevano un quarto del proprio reddito per nutrirsi, negli anni '50 circa un quinto. Ora siamo arrivati a un decimo. "L'epidemia di obesità è stata alimentata da prezzi storicamente bassi rispetto al reddito", spiegano gli autori dello studio. "Gli americani spendono la quota più bassa del proprio reddito (o la corrispondente quantità di lavoro) in cibo rispetto a qualunque altra società della storia o a qualunque altro posto al mondo, eppure ne ottengono di più".

Il paradosso consisterebbe nel fatto che gli americani, sempre descritti come un popolo di pigroni mangia-hamburger, fanno più movimento e consumano più frutta e verdura fresca rispetto ai decenni passati, spiega Sturm. Ma questo non impedisce loro di diventare sempre più grassi perché, a causa dei prezzi irrisori dei prodotti alimentari, mangiano sempre di più, soprattutto cibi superflui come dolci, snack e bibite zuccherate, di cui l'organismo non ha bisogno.

Evviva le tasse sulle bibite gassate, dunque? Non proprio: secondo gli autori, per incidere davvero sui consumi dovrebbero essere altissime, in modo da arrivare ad annullare il crollo dei prezzi cui si è assistito negli ultimi 60 anni, il che pare impraticabile. Secondo Sturm quello che potrebbe funzionare meglio alla fine è la pressione sociale, come quella che ha già dato i proprio frutti nella lotta al fumo. Come raggiungere l'obiettivo però non è chiaro. Forse oltre che sul prezzo del cibo spazzatura, difficile da correggere per riportarlo ai livelli di un tempo, si potrebbe agire contrastandone la pervasività. Avere bibite e snack sempre disponibili ovunque ne facilita il consumo. Se fossero lontano dagli occhi, invece, sarebbe più facile resistere alla tentazione.

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