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Perché l'Italia è uno dei Paesi più corrotti del mondo

La corruzione costa ogni anno allo Stato ben 60 miliardi di euro, per un importo pari a circa il 4% del Pil: l'analisi della Commissione europea

corruzione

 

 

 

La Commissione europea ha pubblicato la prima relazione dell’Unione sulla lotta alla corruzione. Come si legge nel comunicato: “La corruzione è un fenomeno che interessa tutti gli Stati membri e che costa all’economia europea circa 120 miliardi di euro l’anno.”

L’Italia, come prevedibile, non esce assolutamente bene, anzi. Nonostante le buone intenzioni, come la legge anticorruzione del 6 novembre 2012 che diede vita all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), e gli sforzi messi in atto, il risultato è ancora negativo. Per più dei tre quarti dei cittadini europei, e ben il 97% degli italiani, la corruzione è un fenomeno nazionale dilagante. Quasi 2 cittadini europei su 3 e l’88% dei cittadini italiani ritiene che la corruzione e le raccomandazioni siano spesso il modo più facile per accedere a una serie di servizi pubblici. In Italia, la corruzione costa ogni anno allo Stato ben 60 miliardi di euro, per un importo pari a circa il 4% del Pil. Considerato che il nostro debito pubblico è di 2.085 mld di €, possiamo ipotizzare che con i soldi risparmiati dalla corruzione impiegheremmo 34 anni per cancellarlo. Ma questo solo se improvvisamente fossimo tutti folgorati sulla via di Damasco.

Come tutti i mali del nostro Paese, anche la corruzione, ha origine antica e periodicamente ritorna alla ribalta nella speranza che una volta per tutte possa essere debellata. Il problema è che se nessuno decide di combatterla difficilmente possiamo sperare che questa possa auto-distruggersi. Nel settembre 1995, durante uno dei tanti simposi di Davos in Svizzera, venne snocciolata una classifica relativa ai Paesi più corrotti al mondo. L’Italia faceva la sua bella figura occupando la nona posizione preceduta da Paesi come Indonesia, Pakistan o Thailandia. Tutti si affrettarono a dichiarare che quel dato era dovuto esclusivamente al fatto che eravamo in piena Tangentopoli e quindi andava contestualizzato. Indro Montanelli, il 24 febbraio 1974 nella sua rubrica Controcorrente inquadrava il fenomeno della corruzione come prettamente italico e atavico:

“Fra le tante voci che corrono, ho sentito anche questa: che ormai ci vuole un Ente, o meglio ancora un Ministero Scandali, che ne regoli un po’ meglio l’afflusso e il deflusso. Ci sono troppi ingorghi, troppi imbottigliamenti, troppa confusione. Delle volte succede, di rado ma succede, se ne resta a digiuno anche un mese. Delle altre ne arrivano a frotte che si sgomitano e annullano a vicenda”.

Il 25 febbraio 1960 il presidente del Senato, Cesare Merzagora, pronunciò a Palazzo Madama un durissimo discorso contro il Parlamento e il malaffare attaccando i partiti che sostenevano la maggioranza.

“Un’atmosfera di corruzione pesa – ed è inutile negarlo dopo gli esempi disgustosi e recentissimi – sulla vita politica italiana, inquinata dall’affarismo e dagli interventi finanziari illeciti, e ben noti, dei grandi gruppi di potenza parastatali e privati. La tacita e reciproca rassegnazione che si è creata fra i diversi settori politici turba la coscienza non soltanto mia, ma della maggioranza dei colleghi di ogni parte, i quali soffrono, in silenzio, come di fronte a una inevitabile e inarrestabile pestilenza.

Ebbene, mi sia consentito di dire che sono ormai indispensabili precise disposizioni legislative atte a rendere pubblica e obbligatoria la corretta attività amministrativa di tutte le formazioni politiche, oggi condannate a vivere, contravvenendo alle regole, non soltanto fiscali, di una democrazia che voglia considerarsi incensurabile. Onorevoli colleghi: così non si può andare avanti e, se il mondo politico italiano non ritrova rapidamente il piacere dell’onestà, tristi prospettive, purtroppo, si aprono per il nostro avvenire”.

Quattro giorni dopo, il 29 febbraio, Merzagora rassegnò le dimissioni dal suo incarico dopo che il giornale della Democrazia Cristiana, Il Popolo, minimizzò la portata del discorso relegandolo come una notizia qualsiasi in seconda pagina.

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