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Corea del Nord: Trump in realtà vuole il dialogo

Pazienza diplomatica: "non vogliamo cambio di regime" e "capiamo i loro timori per la sicurezza". Un altro esperimento missilistico fallito

È preoccupante Donald Trump, quando - con una certa spontanea ingenuità - dice che in effetti potrebbe esserci un grosso conflitto con la Corea del Nord. "Assolutamente, potrebbe esserci". Preo

Apparentemente, se si guardano i titoli, l'intervista a Reuters per celebrare i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca porta una sfumatura minacciosa che si aggiunge al confronto di queste settimane.
Al quale si aggiunge, fra venerdì 28 e sabato 29 aprile, la notizia di un nuovo esperimento missilistico di Kim Jong-un, fallito anche questo (forse grazie alla serie di sabotaggi cyber che gli Usa stanno attivando e dei quali abbiamo parlato la scorsa settimana)

Eppure, se non si resta in superficie, la situazione, per quanto tesa ha come sfondo l'azione dell'amministrazione Trump che dimostra una buona disponibilità al dialogo.

La disponibilità diplomatica Usa nei confronti della Corea del Nord

L'amministrazione Usa vuole prima di tutto rendere razionale il proprio atteggiamento complessivo davanti a Pyongyang, evitando di sembrare provocatoria e nello stesso tempo operando per frenare Kim Jong-un dallo svolgere ulteriori test degli armamenti missilistici e nucleari.

Certo l'ammiraglio Harry Harris, responsabile del Pacific Command, in Senato ha detto che la crisi con la Corea del Nord è la peggiore che lui abbia vissuto. Ma nel contempo non mancano segnali di disponibilità diplomatica. Il segretario di Stato, Rex Tillerson, ha esplicitamente detto che gli Stati Uniti sono pronti a trattare direttamente con il regime, se Kim si dimostra disponibile a rinunciare alle armi nucleari.


L'importanza della Cina

Ma la vera disponibilità diplomatica dell'amministrazione - e il senso più importante delle affermazioni del presidente degli Stati Uniti -  emerge nell'intervista a Reuters quando Trump dice esplicitamente quanto per lui sia importante la Cina nelle gestire la questione Corea del Nord.

Tillerson ha aggiunto che la Cina è pronta a intervenire e ha avvertito Kim Jong-un che sarebbe costretta a imporre misure punitive se questi decidesse di andare avanti con le provocazioni dei test missilistici. Potrebbero addirittura arrivare delle sanzioni direttamente dalla Cina (oltre a quelle promosse dall'Onu) ha spiegato Tillerson.

Il Segretario di Stato Usa ha anche voluto assicurare Pyongyang che l'obiettivo dell'amministrazione è la sicurezza della penisola coreana e la riduzione della tensione. Obiettivo che dovrebbe essere raggiunto liberandola da ogni arma nucleare. Gli Stati Uniti, ha precisato Tillerson, non hanno intenzione di provocare un cambio di regime, non vogliono far cadere Kim Jong-un.

Siamo disposti ad aspettare, ha anche detto Tillerson; ad aspettare quanto serve: importante è che la Corea del Nord non faccia più test nucleari e non provi altri missili intercontinentali.

Trump come Obama (con la Corea del Nord)

Insomma, la politica vera di Trump e dell'amministrazione Usa nei confronti della Corea assomiglia sempre di più a quella di Obama. È la politica della "pazienza strategica" che Tillerson disse che stava finendo, qualche settimana fa, quando sembrò che Trump avesse mandato una squadra con una portaerei verso la Corea, cosa che poi fu, almeno parzialmente, smentita dai fatti (la portaerei Uss Carl Vinson era in realtà più lontana di quanto fosse sembrato, a causa di un malinteso fra Casa Bianca e Pentagono).

In effetti, a parte l'osservazione oggettivamente impressionante di Trump relativa al rischio di conflitto grave con la Corea del Nord, va ricordato che nella sua intervista a Reuters anche le parole dedicate a Kim Jong-un sono di moderata apertura: Spero sia razionale. Aveva 27 anni, suo padre morì, si ritrovò a guidare il regime. Possiamo dire quel che vogliamo ma non è facile, specialmente a quella età.

Come ha detto Daryl Kimball della Arms Control Association, citato dal Guardian, l'amministrazione di Trump dimostra, almeno a parole, una certa disponibilità a dialogare con la Corea del Nord: hanno ribadito chiaramente che non vogliono un cambio di regime e riconoscono le preoccupazioni sulla propria sicurezza dei nordcoreani. "Servirà persistenza e pazienza".


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