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WhatsApp gratis: perché (non) è una buona notizia

Il popolare servizio di messaggistica non chiederà più nulla agli utenti. A parte i loro dati

Lì per lì verrebbe da esultare. O quantomeno da alzare il pollice verso l’alto come ci ha insegnato a fare Facebook coi suoi Like. WhatsApp diventa gratuito, e anche se questo non ci renderà più ricchi - in fondo non saranno 89 centesimi l’anno a stravolgere le nostre finanze - se non altro ci fa sentire più liberi. Perché, diciamolo pure, questa cosa che bisogna pagare per utilizzare un’app è una scocciatura, soprattutto in un mondo nel quale tutto o quasi è gratuito: notizie, servizi di email, navigatori satellitari e applicazioni di ogni genere.

Ma a mente fredda ci tornano alla mente le parole dei nostri nonni che ci avvisavano di tenere gli occhi ben aperti, perché "da che mondo è mondo nessuno ti dà niente per niente". E insomma, senza dover gridare per forza al complotto, vale forse la pena farsi qualche domanda.

Una potenziale macchina da soldi
WhatsApp, questo è evidente, ha compreso che arrivati a questo punto ha più da perdere che da guadagnare nel chiedere soldi ai propri utenti. La massa critica del servizio - ormai prossimo al miliardo di utenti - è infatti tale da consentire ai suoi fondatori di cominciare a pensare a un modello di business alternativo, nel quale l’applicazione non è più un bene da vendere, ma un mezzo - si pensi al solito paragone con l’autostrada - in grado di veicolare altri servizi.

 

Quali siano, in concreto, i piani di profittabilità per il futuro non è dato sapere, lo staff di WhatsApp si è limitato per il momento a ribadire la sua volontà di non ricorrere alla pubblicità. Ma non è difficile immaginare qualche altro scenario plausibile. Le vie del ricavo sono infinite, soprattutto quando ci sono di mezzo bacini così popolosi (in fin dei conti stiamo parlando di un subcontinente virtuale inferiore solo alla Cina e all’India). Così il messaggino che oggi mandiamo a un amico domani potrebbe diventare la chiave di accesso per acquistare beni e servizi di ogni genere. Altrove è già così. In Cina, ad esempio, WeChat (il WhatsApp asiatico) viene utilizzato per prenotare le corse in taxi, ordinare cibo da asporto o pagare le bollette. 

Un modello per pochi
C’è poi un altro motivo su cui vale la pena riflettere. La gratuità di WhatsApp radica negli utenti la convinzione che si possano avere delle buone applicazioni senza pretendere nulla in cambio. Anche se poi non è così. Creare e mantenere una piattaforma di messaggistica di queste dimensioni ha dei costi per nulla trascurabili, si pensi ad esempio a tutta la gestione dell’infrastruttura informatica, sicurezza compresa. WhatsApp può naturalmente permettersi il lusso di rinunciare agli 89 centesimi per utente in virtù del “gruzzolo” ricevuto da Facebook nel febbraio del 2014 (piò o meno 20 miliardi di dollari), ma per il 99% degli sviluppatori il discorso è diverso. I soldi degli utenti sono necessari, per non dire vitali, per sostenere lo sviluppo di buone applicazioni, per renderle ogni giorno più affidabili e aggiornate.

Abituati a non pagare
Il modello di WhatsApp, che poi è quello di Facebook, Google e degli altri colossi del Web, rischia in questo senso di impoverire la qualità dei contenuti presenti sui vari Apple Store, Google Play Store e sugli altri bazàr delle applicazioni. Perché è evidente: per una WhatsApp che può rinunciare agli spiccioli degli utenti monetizzando la gigantesca mole di dati che si ritrova in pancia (i nostri profili), ci sono almeno 100 applicazioni che non hanno alternativa: o i soldi o la vita (la morte). La domanda prima o poi dovremo porcela seriamente: siamo davvero sicuri di volerci circondare da poche applicazioni gratuite?

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