Donald Trump si è appena insediato alla Casa Bianca e, mentre metà del suo Paese scende in piazza per protestare contro di lui, il suo patrimonio torna a far discutere. A sentire il neo eletto presidente degli Stati Uniti le sue richezze si attestano su dodici miliardi di dollari. Secondo il Billionaires Index di Bloomberg, invece, la ricchezza del tycoon si aggira su 2,9 miliardi di dollari, mentre Forbes stima il patrimonio a quota 4,3 miliardi. Perché è così difficile conoscere l’entità effettiva del patrimonio? Trump non possiede aziende quotate e, una volta l’anno, si limita a rilasciare una breve dichiarazione non certificata della propria ricchezza. Gli unici dati su cui ci si può basare, dunque, sono quelli contenuti nella documentazione rilasciata alla Federal Election Commission in occasione della candidatura per le presidenziali e una stima del suo patrimonio immobiliare - che spazia da Manhattan a San Francisco, dalla Florida alla Scozia e all’Irlanda - in cui figurano grattacieli e campi da golf e che, secondo alcuni analisti, sono stati sovrastimati fin dall’inizio.

A proposito del suo patrimonio immobiliare, l’economista Hyman Minsky, in una lezione del 1990 rilanciata da Slate, ha evidenziato i fattori che rendono unica la storia di Trump. Mentre il padre ha fatto fortuna costruendo modeste abitazioni a Brooklyn, Trump junior ha puntato su immobili di valore a New York. Il suo patrimonio, come evidenzia l'economista, è stato costruito in un periodo in cui gli interessi erano alti e la maggior parte delle proprietà di Trump era caratterizzate da flussi di cassa negativi. Secondo Minsky, Trump è riuscito a guadagnare dal fatto che il valore di mercato stimato dei suoi immobili cresceva più velocemente del tasso di interesse e gli immobili, dunque, garantivano una linea di credito. Quindi, fino a che i prezzi delle proprietà continuavano a salire più velocemente del costo del denaro, a Trump conveniva mantenere questa strategia analoga, per la verità, a quella di chi aveva sottoscriveva mutui subprime e che aveva scommesso sulla crescita del mercato immobiliare per rifinanziare costantemente il proprio prestito. A differenza di chi è rimasto intrappolato dalla bolla immobiliare, Trump è uscito per tempo dallo schema, riuscendo a capitalizzare una parte del proprio business prima dell’inevitabile crash.

Secondo The Economist, che ha dedicato un lungo articolo all’argomento, il percorso imprenditoriale di Trump si può dividere in tre parti: quella dello sviluppo sovvenzionato dai finanziamenti che va dal 1975 al 1990. La crisi del business dei casino a partire dagli anni Novanta fino ai primi anni Duemila, che Trump ha attraversato uscendo per tempo dal business, ma senza cogliere il boom di Macau che ha permesso ai suoi concorrenti di crescere vertiginosamente. La terza fase è quella della popolarità con il programma tv “The Apprentice” lanciato nel 2004 che ha totalizzato 28 milioni di contatti nel momento di massimo successo e che ha permesso a Trump di trasformare il proprio nome in un brand.

In base ai dati disponibili, dunque, la ricchezza di Trump è generata per il 66% a New York, il 22% dei suoi asset deriva da attività create dopo il 2004 e solo 11 di queste genera un giro d'affari superiore a un milione di dollari. Il 64% fa capo al settore immobiliare e il 17% è rappresentato da golf club di successo. Quanto alla valutazione del suo patrimonio, se si considera l’andamento a partire dal 1985, quando Trump ha iniziato a lavorare senza il padre, la performance è stata inferiore a quella di S&P 500 e a quella del mercato immobiliare di New York. L’analisi migliora, invece, se si prende in considerazione l’attività a partire dal 1996 e l’andamento delle sue attività risulta superiore ai due parametri di riferimento. In assenza di dati certi, restano alcuni fatti: Trump non ha creato una grande azienda, ma una galassia di piccole società che non sono mai arrivate alla quotazione, inoltre, non possiede un marchio globale e non ha saputo diversificare al di là del settore immobiliare.

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