Alitalia: quanto ci è costata la mancata vendita ad Air France nel 2008

Passati cinque anni dal fallimento della prima trattativa con il vettore franco - olandese, il conto per gli italiani supera i 4 miliardi di euro

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L'interno del quartier generale di Alitalia – Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica

Massimo Morici

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Non sarebbe stato meglio chiudere la vendita di Alitalia ai francesi nel 2008? Non abbiamo forse perso cinque anni e, soprattutto, una montagna di soldi? Queste le domande che attanagliano l'opinione pubblica, e gli osservatori, a un giorno dalla notizia di una possibile scalata di Air France - Klm fino al 50,1% di Alitalia, di cui già possiede il 25%.

Ciò, infatti, permetterebbe all'ex compagnia di bandiera italiana, che rischia un nuovo fallimento (dopo che il vettore di Abu Dhabi Etihad si è sfilato dalla gara), di ottenere un prestito di 250 milioni di euro e altri 150 milioni dalla compagnia francese, tramite un aumento di capitale, necessari per far continuare a volare gli aerei e rilanciare le attività.

Per rispondere a entrambe le domande, però, bisogna partire da lontano. E cioè dal 10 ottobre 2006. Fu in quella data che l’allora presidente del consiglio Romano Prodi denunciò lo stato di salute della società: occorreva far presto e trovare un partner internazionale per evitare il fallimento.

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Così il governo di centrosinistra azionò una complessa macchina per mettere in vendita la compagnia. Il percorso, però, duro ben 17 mesi e finì con il fallimento della trattativa con i francesi (presentarono le offerte, tra gli altri, anche i russi di Aeroflot e i tedeschi di Lufthansa).

Il motivo? Il niet del leader del centrodestra Silvio Berlusconi, che in campagna elettorale aveva martellato proprio sul mantenimento dell’italianità della compagnia. I vertici della compagnia franco - olandese non volevano impegnarsi di fronte a un futuro governo "ostile".

E così fu: nell’estate del 2008 alla fine Alitalia finì in mani italiane, grazie a una cordata di 21 società controllate dal salotto dell'imprenditoria italiana (tra gli altri Marcegaglia, Benetton, Caltagirone, Riva, Ligresti , Gavio e una banca come Intesa Sanpaolo allora guidata da Corrado Passera) messe insieme, proprio per evitare che Alitalia venisse comprata da Air France-KLM, dall'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, salito nel maggio del 2008 per la terza volta a Palazzo Chigi.

La compagnia di bandiera, nata nel 1947, però non fu venduta in toto: divisa in due tronconi, solo la cosiddetta good company, che conteneva gli asset sani, fu comprata dalla cordata italiana.

La bad company, con i debiti, gli esuberi e il resto, venne scaricata sulle casse dello Stato: il costo del salvataggio è stimato in oltre 3 miliardi di euro.

A questo, in ultimo, bisognerebbe aggiungere il miliardo di debiti accumulati dalla nuova compagnia (CAI) nei cinque anni di vita, che il vettore franco - olandese però non può permettersi oggi di accollarsi, visto che di debiti ne ha già per 5,3 miliardi di euro.

Tuttavia, oggi c'è chi sostiene un’altra versione della storia. Come il vicedirettore del Messaggero Osvaldo De Paolini, secondo cui i francesi allora si ritirarono per altre ragioni e non per le opposizioni mostrate da Berlusconi: e cioè "in risposta all'intransigenza dei sindacati e in seguito alle peggiorate condizioni di mercato".

Interpretazioni a parte, anche allora la vendita (voluta o non) agli italiani fu criticata perché valutata meno conveniente per lo Stato (e, quindi, per i contribuenti) rispetto all’accordo con Air France - KLM di pochi mesi prima: di fatto i 21 imprenditori "patrioti" sborsarono poco più di 400 milioni di euro del miliardo pagato da CAI per rilevare gli asset sani della compagnia; il vettore franco - olandese, di fronte a un sì del governo e dei sindacati, avrebbe messo sul piatto 700 milioni di euro in più.

Alla fine, dunque, il conto per il nostro Paese è salatissimo: si parla di una cifra superiore a 4 miliardi di euro e che comprende anche i lavoratori in cassa integrazione e messi in mobilità (circa 10.000 maestranze). Tanto gli italiani si sono visti appioppare per vedere impresso ancora il tricolore sulla compagine azionaria di un vettore aereo che forse l’Italia non era (e non è più oggi) in grado di permettersi.

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