Economia

Ecco quello che non torna nei conti di Renzi

Discute di Jobs Act con le parti sociali, ma il clou arriverà con la Legge di stabilità da dove è scomparsa la spending review

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. – Credits: ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Sono due settimane impegnative quelle che aspettano il governo Renzi, con una serie di appuntamenti da cardiopalma. Domani mattina alle 8, tanto per cominciare, i sindacati vengono ricevuti nella famosa “sala verde” di Palazzo Chigi. Sul tavolo c’è il Jobs Act, con tutto ciò che esso comporta, compresa la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per rendere più semplici i licenziamenti, ma probabilmente si parlerà anche del Tfr in busta paga. Sul primo tema Renzi dovrà vedersela con l’opposizione “senza se e senza ma” della Cgil mentre sul secondo a dire “no” è la Confindustria che sempre domani inontrerà il premier alle 9, un’ora dopo appena la riunione con i sindacati.

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Mercoledì, a Milano, si terrà il vertice europeo sul lavoro voluto proprio dal governo italiano (che è in pieno semestre di presidenza della Ue). A quell’appuntamento Renzi non potrà arrivare, come avrebbe voluto, con una norma sul fronte del mercato del lavoro già approvata ma, al massimo, con una discussione avviata con le parti sociali. È impossibile, cioè, pensare che prima del vertice europeo il governo porrà la questione di fiducia su un testo, il Jobs Act, che è ancora in discussione in Commissione e sul quale, peraltro, gli alleati di governo dell’Ncd non sono ancora del tutto convinti.

Ma l’appuntamento più importante è previsto mercoledì 15 ottobre quando il governo dovrà depositare la “legge di stabilità” (l’ex Finanziaria) per l’anno prossimo. Le indiscrezioni si accavallano ma la somma per mantenere l’Italia al di sotto del rapporto del 3% tra deficit e Pil varia tra i 22 e i 24 miliardi di euro dei quali, come ha spiegato il premier, almeno 15 saranno destinati al rilancio dell’economia. Da dove arriveranno i soldi? Questa sarà la vera sorpresa perché la fonte principale di finanziamento, la spending review (cioè il taglio della spesa pubblica) è praticamente scomparsa dalle pagine della Nota di aggiornamento al Def, depositata la scorsa settimana dal governo in Parlamento.

Dai 15-17 miliardi previsti per l’anno prossimo, si è scesi ad appena 5. Considerando che solo la conferma degli 80 euro in busta paga per i redditi bassi costa 10 miliardi, è chiaro che altre misure sono ancora da studiare anche se una parte dello spazio finanziario deriverà proprio dal rallentamento del ritmo di riduzione del deficit.

Accetterà la Ue i conti dell’Italia o deciderà di sottoporre il Paese a una procedura d’infrazione perché ha deciso di non rispettare i binari del fiscal compact? Lo si saprà il 30 ottobre quando la Commissione europea dovrà dare il proprio via libera e il fatto che la legge di stabilità della Francia sia già stata bocciata non è un buon viatico.

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Certo: Parigi ha deciso, non concordandolo, di mantenere il rapporto deficit/Pil oltre il 3% fino ad almeno il 2017 mentre l’Italia ha “solo” rinviato il pareggio strutturale di bilancio sempre al 2017 (era previsto che ci si arrivasse prima nel 2015 e poi nel 2016), sempre senza concordarlo con Bruxelles. Significa che il nostro progetto di bilancio farà la stessa fine di quello di Parigi? Possibile, anche perché le tensioni che si stanno accumulando a Bruxelles contro gli Stati che non rispettano i patti (il Fiscal Compact) sono numerose.

In ogni caso Renzi intende “ammorbidire” la posizione europea con almeno un voto favorevole all’abolizione (o quello che sarà) dell’articolo 18, che dimostrerebbe che il Paese si è avviato sulla strada delle riforme strutturali. Basterà?

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