Maria Pia Di Meo

Quel mostro di mia suocera è Mary Poppins: intervista a Maria Pia Di Meo

A dieci anni de Il Diavolo veste Prada e a pochi mesi dall’uscita del prossimo film di Meryl Streep, intervisto mia suocera Maria Pia Di Meo, uno tra i più grandi talenti di oggi e di ieri del doppiaggio italiano.

Arrivai in Italia dal sudamerica per amore nel momento giusto: era il 2005 e Maria Pia Di Meo doppiava Jane Fonda nel personaggio di una suocera terribile, infuriata per il fidanzamento del bel figliolo con una giovane sudamericana. La realtà superava la finzione anche se lei non era un mostro e io non ero JLo. Negli anni successivi sono nate le bambine e l’ho conosciuta nei panni di Mary Poppins, a chi diede voce italiana come a tante altre tra le migliori attrici del mondo, in una lista di film impossibile da elencare qui.

Ora siamo venuti a trovarla a Roma, dove abita, e le ho fatto un’intervista nella quale non si è risparmiata.

Quando ha iniziato a lavorare?

Devo dire che la mia è stata una delle carriere più lunghe in assoluto. Perché avevo iniziato a doppiare, a recitare, che avevo cinque anni, per caso, perché tutti i due i miei genitori erano attori.

Come faceva a quell’età?

Non sapevo leggere, quindi dovevo imparare le battute a memoria, e così per moltissimi anni. Ho cominciato con la radio, con il doppiaggio, con il teatro, piccole cose naturalmente, però con il doppiaggio ho cominciato subito alla grande, cioè a doppiare delle giovani attrici, un pochino più grandi di me.

E da lì non mi sono fermata mai, una carriera che è andata avanti quasi senza interruzioni, non voglio dire per quanti anni perché sono troppi (ride) E lavoro molto ancora oggi, doppiando attrici importanti come Meryl Streep, Jane Fonda, e molte altre. Chissà, forse un giorno la gente si stancherà di sentire la mia voce e dovrò smettere.

Mi sembra che quel giorno sia ancora lontano, a cosa sta lavorando adesso?

Adesso sto con un film della Streep, un film molto divertente che si chiama Florence, che uscirà a natale credo. In questo film lei interpreta un personaggio molto divertente, una signora dell’alta borghesia che ha la passione per la musica lirica, e siccome è una donna anche molto ricca allora riesce a fare un’opera lirica, e cantare. Il solo guaio è che lei non sa cantare, addirittura è proprio stonata, canta malissimo! E anche mentre io doppio, ogni tanto devo fare delle cose, dei gorgheggi, e sempre in modo stonato. E lei, nonostante la prendano in giro e le critiche siano orribili, continua a voler fare questo mestiere, assecondando questa passione per la lirica, e non vi svelo altro così andate a vederlo.

Ha studiato qualcosa di particolare per fare il doppiaggio?

No, non ho studiato niente, perché come si dice, sono figlia d’arte, si può dire che l’avevo proprio nel mio DNA questa capacità di recitare. Perché poi “doppiaggio” è una parola quasi inadeguata, nel senso che il doppiaggio lo può fare chi sa recitare, e in più a questo deve aggiungere una tecnica particolare.

Perché una cosa è recitare in teatro, quindi portare la voce, avere un timbro diverso; e una cosa è fare il doppiaggio, avere davanti un microfono, e quindi devi poter dosare la tua voce, e avere la tecnica tale da permetterti di essere vera, autentica, di trasmettere emozioni.

Tutto quello che l’attore in presa diretta ha costruito magari in mesi di lavoro, noi dobbiamo doppiarlo in tempi molto stretti, quindi è necessaria una tecnica particolare, una particolare sensibilità, perché bisogna tradurre quello che è il lavoro dell’attore in originale, a noi, alla nostra lingua, il nostro modo di essere, le nostre sensazioni, quindi è un lavoro anche creativo.

Se per esempio prendiamo un doppiatore, attore, che purtroppo non c’è più, che era il doppiatore di Woody AllenOreste Lionello, lui ha veramente costruito in italiano il personaggio di Woody Allen, infatti, se noi lo sentiamo in originale, e lo sentiamo doppiato in italiano da Lionello, bisogna dire che è molto più divertente, molto più spiritoso in italiano che non in originale.

Qual è stato il personaggio che le ha presentato una sfida maggiore?

In questa lunghissima carriera, uno dei personaggi con cui mi sono misurata, e anche con qualche difficoltà, è stato la signora Margaret Tatcher, perché attraversava un arco di vita, da quando lei aveva venticinque anni fino a ottanta. Quindi si trattava anche di trovare varie tonalità, più giovani, più fresche da ragazza, e arrivare fino agli ottant’anni.

Quindi un fatto proprio di vocalità, di timbri, riuscire ad essere vera anche nella vecchiaia. E forse quello è stato il personaggio più complesso. E anche uno degli ultimi film che lei ha fatto (parlo sempre di Meryl Streep, che è secondo me la più grande attrice che abbiamo)I segreti di Osage County”, un film che è stato visto poco, perché era in realtà un’opera teatrale, e quindi molto dolorosa, molto faticosa da ascoltare. E lei interpreta il personaggio di una madre alcolizzata, con un tumore, una madre terribile che ha un pessimo rapporto con la figlia, arrivano addirittura a picchiarsi, un film difficilissimo da interpretare. Ecco, forse queste sono state le due sfide, come le chiama lei.

E il personaggio più divertente?

Di personaggi divertenti ne ho fatti tanti, ma parliamo del passato più che altro, perché ultimamente i personaggi sono…diversi. Anche se adesso sto facendo una serie molto carina su Netflix, “Grace and Frankie” con Jane Fonda e Lily Tomlin, che interpretano dei personaggi della terza età, ed è molto divertente, perché…va be’, non vi dico la storia, ma sono due personaggi comici che si divertono fra loro e scoprono in tarda età di avere dei mariti un po’ strani, e allora ci sono delle battute molto spiritose e divertenti.

E poi in passato, film famosissimi come Mary Poppins, quasi tutti i film di Audrey Hepburn, Shirley MacLaine, e forse qualcuno che non ricordo più.

E com’è il lavoro del doppiatore fuori dalla sala di doppiaggio? cosa si porta a casa?

Niente. Assolutamente niente. A volte noi facciamo dei film, anche difficili, e magari si fa una visione privata di tutto il film, com’è successo ad esempio per “I ponti di Madison County”, per vedere il personaggio, però poi basta,  non abbiamo neanche il copione da portarci a casa, quindi è tutta improvvisazione. Noi doppiamo i film divisi in varie scene, di sette, otto battute, alcune volte le sentiamo col sonoro, poi si toglie il sonoro, e poi si doppia, cercando di andare a “sinc” come si dice, cioè, di far coincidere il movimento della bocca con le parole. Però non abbiamo una preparazione antecedente, un copione che ci studiamo prima, niente. Tutto un lavoro un po’ improvvisato, per quello che ci vuole una grande tecnica.

E da questo punto di vista come vede il doppiaggio italiano oggi?

Oggi lo vedo, per certi versi, non dico decaduto, ma… Molti dicono, per esempio, che i film vanno visti in originale, non doppiati. Ora, questo potrebbe anche andar bene, però dovremmo presumere che tutti conoscano le lingue, ma in Italia sappiamo benissimo che non tutti le conoscono. Allora cosa succede, che si dovrebbero mettere i sottotitoli, cosa che secondo me è negativa, perché non ti permette di guardare l’attore, le azioni, perché devi leggere.

E in linea di massima, il doppiaggio sta diventando un lavoro che si deve fare alla svelta, con un certo numero di turni, di righe, quindi si è perso un po’ quella caratteristica che c’era quando ero più giovane, che i film si facevano con calma, avendo la possibilità di studiare di più i caratteri, il proprio e quello degli altri attori. E infatti se vediamo  dei vecchi film, sono doppiati benissimo.

Oggi ci sono bravi doppiatori con una grandissima tecnica, ma secondo me poco creativi dal punto di vista artistico. Anche perché non c’è la possibilità. Perché il tempo è poco, bisogna correre, fare tutto alla svelta, e quindi il risultato è quello che è, purtroppo.

Per quanto mi riguarda non faccio parte di queste persone che lavorano in questo modo, facendo duemila scene. Ho sempre fatto un lavoro un po’ diverso, ringraziando iddio.

Ha fatto anche lavori di direzione di doppiaggio

Sì, soprattutto molta direzione di sceneggiati, delle serie, come questa molto carina con Jane Fonda della quale vi parlavo. Perché poi si fanno moltissime serie in questo periodo, complice il fatto che i grossi attori hanno scoperto che in realtà fare la serie non è disdicevole, e quindi attori anche importanti adesso le fanno.

E in cosa consiste la direzione?

Il lavoro del direttore alla fin fine è quello di trovare l’attore, la voce giusta per il tal personaggio, quindi scegliere gli attori giusti, quelli che riescono a ricoprire vari ruoli e a fare i personaggi come vanno fatti. Fare anche un po’ da mentore, se senti che l’attore butta via le battute, se vedi che non entra dentro quello dice, insomma, non dico dare proprio la battuta, ma far capire un pochino di più il valore di certe espressioni.

E se deve scegliere tra recitare e dirigere?

Recitare, io preferisco recitare senz’altro, perché è comunque creativo e divertente. Fare il direttore è un’altra cosa, va bene, ma non è il massimo per me.

Com’è stato nella sua vita il fatto di conciliare, avendo due figli, la vita privata con il lavoro?

E’ stato molto difficile. Tanto è vero che quando mi sono sposata, dopo sono andata a vivere a Milano e ci ho vissuto undici anni, proprio perché io personalmente non riuscivo a conciliare il mio lavoro con i bambini piccoli, per lo meno fino a quando sono piccoli è molto difficile, e fare il teatro non ne parliamo, ti porta via per tournè, e infatti io ho rinunciato tante cose quando i miei figli erano piccoli. E poi ho anche rifiutato il doppiaggio, perché quello mi occupava troppo.

Poi sono tornata a Roma, dopo dodici anni, e dopo un divorzio, e ho ripreso a lavorare anche bene, però senz’altro conciliare la vita famigliare con un lavoro così pieno, com’è stato il mio, sempre occupata dalla mattina alla sera, io sono riuscita a fare i salti mortali per essere più vicina a loro. Ho avuto la fortuna di trovare delle babysitter bravissime, che li seguivano anche nello studio. Ma avevo anche bisogno di lavorare, non potevo dire di no. Ma è andata bene anche così, perché ho due figli meravigliosi, e sono contentissima.

Forse anche gli italiani ringraziano questa scelta, altrimenti si sarebbero privati di un talento come il suo

Forse (ride), perché anche adesso mi succede, cosa che mi diverte molto, che a volte entro in un negozio e mi dicono “ma lei signora, ha una voce bellissima, ma è per caso un’attrice?”, e racconto un po’ cosa ho fatto, e insomma, mi riconoscono, e questo mi fa piacere, vuol dire che sono riuscita a entrare anche nella memoria delle persone comuni, allora forse ho fatto bene il mio mestiere.-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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