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Un padre imperfetto

A Modica, dove coltivo il privilegio di tenerti in braccio

DIARIO DEI GIORNI DISPARI

11 marzo ’16 - E la gioia che provo, Agnese, nell’incontrare il tuo sorriso e le tue braccia quando, a metà mattina, scendo in cucina a farmi un caffè. Sarà forse anche per queste brevi pause mattutine, ma sono orgoglioso di dire che ti sto vedendo crescere. Più di quanto non sia successo con tuo fratello: quando lui aveva la tua età, noi si stava in un appartamento sui Navigli, io uscivo di casa per andare al giornale verso le 08:00 e tornavo non prima di dodici ore. È durata tre anni, così. Poi una sera Filippo me lo sono visto davanti cresciuto come non l’avevo mai visto prima e ho deciso che non poteva (non doveva) durare più. E ci siamo spostati qui a Modica, nella casa di mamma, più a sud di Tunisi, dove insieme a qualche progetto coltivo anche il privilegio di tenerti in braccio, mentre assittu a cafetera.

 

Sì, Agnese piccola, forse anche per questi minuti rubati alle mie giornate (un furto da amanti, a pensarci), posso dire di avere un rapporto diverso con te, rispetto a quello che avevo con Filippo. Più stretto, continuo. Le tue braccia tese verso le mie, il tuo viso attira-baci, il tuo linguaggio improbabile: sono la frescura dove riparare quando fuori si fa umido e appiccicoso. Sono le ostie che rigiro in bocca per non tirar giù i santi dal cielo, quando qualcosa non mi torna (perché c’è qualcosa che non torna anche in questo angolo siculo di paradiso). Sono il siero magico che mi serve per dribblare l’inesorabile pressing della quotidianità. Sono la prova che forse qualcosa di bello (e buono) sono riuscito a tirar fuori.

 

E poco importa – vado dicendo agli altri amici babbi e a me stesso – se ‘sta ritrovata familiarità di giochi e contatti mi toglierà quell’aurea di soggezione nella quale sono invece cresciuti i miei sguardi verso mio padre. “Quand’eravamo piccoli noi…”: inizia sempre così l’intemerata degli affiliati al club dei papà “moderni”, che non si spiegano come oggi i figli siano più dolcemente e indifferentemente ribelli nei confronti dei loro divieti, dei loro no, dei loro rimproveri. Non se lo spiegano – e un po’ anch’io – perché secondo me non considerano quanti anni (una trentina) siano passati da allora. Cioè, un’era geologica, per la quantità di cambiamenti sociali, economici, culturali che si sono succeduti. E se allora a noi bastava uno sguardo più fermo del normale per ubbidire a papà, oggi a voi – con un papà fortunatamente più giocoso, presente e, quindi, più abbordabile – spesso non bastano neanche le urla e le minacce. Proprio come succede nel rapporto quotidiano con le mamme.

 

Ma non vuol dire, piccola mia, che i papà stiano diventando (o siano diventati) mammi (parola tanto odiosa quanto ridicola). O almeno, a me non pare di esserlo. Senza lasciare alla mamma l’onore e lo stress della carriera, mi è venuto in modo naturale di darle una mano: a risistemare i tuoi giochi, a lavare i piatti (anche per dare il buon esempio all’altro maschietto di casa), a farti il bagnetto e metterti a nanna, a giocare con te e farti ballare un tango (“che nella vita serve sempre”). Insomma, ma gioia, io ci provo. Tra qualche certezza e un po’ di dubbi, provo a essere un papà (non ancora un padre) di oggi, a ritagliarmi un po’ di spazio dentro le vostre giornate e crescere ogni giorno insieme a voi. Un papà imperfetto che pareggia le sue mancanze con i sorrisi dei suoi figli e di sua moglie; che sta imparando a tenere in braccio la sua bambina senza trattenerla. Un papà che sa che solo il pane non basta e vuole darti anche le rose e più che spianarti la via cerca di indicarti un modo per andare nel mondo. Un papà che spera di svelarti l’importanza di fare domande, il ritornello di una canzone, la pienezza di un abbraccio, l’esattezza dei sentimenti e la metrica dei pensieri.

 

E se ancora, biondina, non ho prove per dire se io stia facendo bene, credo comunque che da papà io possa (e debba) fare proprio questo: gettare semi lungo le strade che prenderai, per partire e per tornare. Semi: come fili colorati di un arazzo. No, non tutto l’arazzo: quello è tuo e tocca a te comporlo, giorno per giorno, da sola. (O, al massimo, con l’aiuto di mamma, che è molto più pratica di me).

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