Per raccontare la medicina in televisione, per molto tempo, sembrava esistere una regola non scritta: bisognava essere drammatici. Gli ospedali erano il luogo delle emergenze, delle diagnosi impossibili, dei grandi conflitti personali e delle decisioni capaci di separare la vita dalla morte. Poi, nel 2001, arrivò Scrubs e cambiò il punto di vista, scegliendo di entrare nelle corsie non soltanto attraverso gli occhi di chi doveva salvare un paziente, ma soprattutto attraverso quelli di chi, nel tentativo di diventare un buon medico, doveva ancora imparare a diventare adulto. E lo fece con un linguaggio che sembrava quasi una provocazione rispetto al medical drama tradizionale: battute surreali, fantasie improbabili, amicizie adolescenziali trascinate fino all’età adulta e personaggi che potevano comportarsi come perfetti idioti un istante prima di affrontare una delle esperienze più dolorose della loro vita.
Non era soltanto una questione di genere televisivo. Scrubs aveva intuito qualcosa che molte serie ospedaliere, pur raccontando in maniera impeccabile il dolore, tendevano a lasciare sullo sfondo: che per chi lavora quotidianamente a contatto con la sofferenza, ridere non è necessariamente una forma di superficialità, ma può diventare uno strumento di sopravvivenza. E che dietro un camice bianco non esiste soltanto un professionista, ma una persona che sbaglia, ama, si sente inadeguata, cerca disperatamente l’approvazione degli altri e, qualche volta, ha semplicemente bisogno di scherzare per riuscire ad affrontare il turno successivo.
Venticinque anni dopo, quella intuizione conserva una forza sorprendente, soprattutto in un panorama televisivo nel quale il medical drama sta conoscendo una nuova stagione di popolarità, con produzioni come The Pitt che hanno riportato al centro del racconto la pressione quotidiana del lavoro ospedaliero. Ma se la televisione contemporanea continua a interrogarsi su come rappresentare la medicina nel modo più autentico possibile, Scrubs rivendica una strada diversa: non contrapporre la commedia alla realtà, ma utilizzare la prima per raccontare aspetti della seconda che il dramma, da solo, rischia di non riuscire a cogliere.
A spiegarlo a Panorama è Zach Braff, il volto di John Michael Dorian, per tutti J.D.
«Quando parliamo con medici e infermieri, ci raccontano che scherzano continuamente. L’umorismo è una parte importante delle loro giornate, perché devono confrontarsi con una quantità enorme di tristezza», spiega Braff. «Ci hanno sempre detto che Scrubs era considerata una delle serie più accurate nel rappresentare il mondo medico, non soltanto perché prendevamo sul serio gli aspetti clinici, ma perché chi lavora negli ospedali si riconosceva nelle relazioni, nelle storie sentimentali, nelle battute private, in quel modo di comportarsi in maniera assurda che serve semplicemente ad arrivare alla fine della giornata».
La comicità, insomma, non come alternativa al realismo, ma come una sua forma meno convenzionale e forse proprio per questo più riconoscibile. «Naturalmente siamo una commedia e a volte portiamo tutto all’estremo», ammette l’attore, «ma mi piace pensare che mostriamo anche come le persone lavorino davvero in un ospedale».
Zach Braff: «Puoi avere 51 anni ed essere ancora uno stupido con i tuoi amici»
C’è però un altro elemento che rende Scrubs una serie profondamente generazionale, ed è il rapporto tra il tempo che passa e l’idea, spesso illusoria, che diventare adulti significhi finalmente trovare tutte le risposte. Quando il pubblico aveva conosciuto J.D., Turk ed Elliot, i tre erano giovani medici alle prese con la paura di sbagliare, il bisogno di dimostrare il proprio valore e quella sensazione di inadeguatezza che accompagna l’ingresso nel mondo del lavoro. Oggi sono professionisti esperti, hanno attraversato matrimoni, separazioni, responsabilità familiari e delusioni, e si ritrovano nella posizione di dover guidare chi sta iniziando lo stesso percorso.
Ma davvero l’esperienza rende più saggi?
È proprio questo il punto della domanda che rivolgiamo a Zach Braff: Scrubs è sempre stata una serie su giovani medici che scoprono come crescere non significhi necessariamente avere tutte le risposte, ma adesso J.D. dovrebbe essere proprio la persona capace di darle alla nuova generazione. Le possiede davvero? E quanto è cambiato il modo in cui l’attore guarda all’età adulta rispetto a quando ha interpretato il personaggio per la prima volta?
Braff sorride e parte da una distinzione fondamentale, quella tra la personalità di J.D. e la sua competenza professionale. «Credo che l’idea alla base della serie sia proprio questa: J.D. può essere buffo, sciocco e avere tutte quelle caratteristiche che lo rendono J.D., ma è anche un medico brillante. Ed è la cosa più divertente da interpretare. Quando è con i suoi amici può essere completamente se stesso, mentre quando deve fare il medico è il professionista che è diventato grazie agli insegnamenti del dottor Cox».
Il riferimento al personaggio interpretato da John C. McGinley non è casuale. Per anni Perry Cox è stato il mentore impossibile da conquistare, il medico cinico, sarcastico e apparentemente incapace di manifestare affetto che, dietro una corazza di battute feroci, ha insegnato a J.D. molto più di quanto fosse disposto ad ammettere. Adesso quella relazione trova una conseguenza naturale, perché l’allievo è diventato a sua volta un punto di riferimento.
«Cox era un medico straordinario, capace di trovare una soluzione e aiutare le persone in qualsiasi circostanza, e J.D. era il suo protetto. Credo che uno degli aspetti più belli della nuova serie sia proprio mostrare che puoi avere 51 anni, continuare a essere buffo, scherzare con i tuoi amici e avere uno straordinario senso dell’umorismo, ma quando arriva il momento puoi diventare un medico brillante, capace di dirigere un intero reparto».
È una risposta che racconta anche quanto il confine tra l’attore e il suo personaggio sia diventato più sottile nel corso degli anni. «Mi riconosco molto in questo aspetto. Quando devo lavorare divento estremamente serio. Ho imparato moltissimo in venticinque anni di carriera e credo di essere diventato abbastanza bravo nel mio mestiere, ma continuo a essere un tipo che ama scherzare e comportarsi in maniera sciocca. In fondo, J.D. mi somiglia».
La generazione che è cresciuta con Scrubs oggi deve insegnare a crescere
Il passaggio di testimone con i nuovi specializzandi diventa così uno degli aspetti più interessanti del ritorno della serie, perché lo spettatore che venticinque anni fa si riconosceva nell’insicurezza di J.D. potrebbe ritrovarsi oggi dalla parte di chi dovrebbe rassicurare gli altri, pur non avendo smesso di interrogarsi sulle proprie scelte. È una trasformazione che riguarda i personaggi, gli interpreti e soprattutto il pubblico, chiamato a misurarsi con il tempo trascorso senza che la serie perda la sua identità.
Per Braff, una delle priorità era evitare che il lato infantile di J.D. facesse dimenticare la sua autorevolezza. «Mi sono dato una regola: la maggior parte delle sue sciocchezze doveva emergere quando era con gli amici. Naturalmente infrangiamo tutte le regole che ci imponiamo, ma volevo che fosse chiaro quanto sia diventato bravo a insegnare. Voglio che il pubblico guardi J.D. e pensi: accidenti, questo è davvero un grande insegnante».
Il parallelo con la sua esperienza dietro la macchina da presa è immediato. Braff, che nel corso degli anni ha costruito anche una carriera da regista, racconta di riconoscersi nella capacità di alternare leggerezza e disciplina. «Sul set scherzo continuamente, ma quando dirigo e ci rendiamo conto che manca un’ora e dobbiamo ancora girare una scena, cambio completamente atteggiamento. Non sono più quello che fa battute, perché tengo troppo al risultato. È lo stesso per J.D.: può scherzare con tutti, ma quando deve insegnare a un giovane medico oppure aiutare un paziente, diventa serissimo».
Anche Donald Faison traduce in Scrubs 2 questo scarto tra esperienza professionale e maturità personale come una delle chiavi della nuova stagione. Turk è diventato primario di chirurgia, ma non per questo ha risolto tutte le proprie difficoltà, e l’attore racconta che il peso delle esperienze accumulate in ospedale ha lasciato nel personaggio conseguenze emotive importanti. Sarah Chalke, invece, ritrova una Elliot che deve fare i conti con le ambizioni professionali rimaste in sospeso, con la fine del matrimonio con J.D. e con la difficoltà di permettersi nuovamente di essere vulnerabile. Tre traiettorie differenti, accomunate da una consapevolezza: si può essere molto bravi nel proprio lavoro e continuare a sentirsi irrimediabilmente impreparati davanti alla vita.
Quella volta in cui Scrubs smise di far ridere e spezzò il cuore agli spettatori
Eppure, sarebbe riduttivo attribuire la longevità della serie soltanto alla sua capacità di divertire. Il vero elemento distintivo di Scrubs è sempre stato un equilibrio narrativo difficilissimo da ottenere, quello che permette di passare da una situazione demenziale a una riflessione sulla morte senza che lo spettatore percepisca una frattura. Anzi, proprio perché affezionato a personaggi imperfetti, buffi e profondamente umani, il pubblico finisce per sentire ancora più intensamente il peso delle loro sconfitte.
Quando durante l’incontro gli viene chiesto quale episodio della serie originale conservi un posto speciale nella sua memoria, Braff non sceglie una delle tante sequenze comiche diventate iconiche, ma torna alla terza puntata della prima stagione, My Old Lady, conosciuta in italiano come La mia vecchia signora.
«Era anche l’episodio preferito di mio padre, che oggi non c’è più, e scegliendolo voglio rendere omaggio anche a lui», racconta. «Credo che sia stato il momento in cui abbiamo mostrato per la prima volta quanto Scrubs potesse essere magica. Il pilot era straordinario, il secondo episodio anche, ma nel terzo c’era una donna anziana pronta a morire che finiva per confortare un giovane specializzando, spiegandogli di essere serena davanti alla fine della propria vita. Era qualcosa di completamente inatteso e profondamente commovente».
È qui che Braff individua il momento in cui Scrubs dichiarò davvero la propria identità. «Per la prima volta il pubblico capì che, oltre a farlo ridere, gli avremmo anche spezzato il cuore. Quell’episodio mostrò tutto quello che la serie avrebbe potuto diventare».
Una dichiarazione che spiega più di qualsiasi definizione la particolarità del suo linguaggio. Scrubs non ha mai chiesto agli spettatori di scegliere tra ridere e commuoversi, perché ha costruito il proprio universo proprio sulla convivenza di queste due esperienze. Il dolore arrivava spesso quando meno lo si aspettava, dopo una fantasia assurda, una battuta di Turk o una delle tirate sarcastiche del dottor Cox, ricordando che la leggerezza non rende meno serie le cose importanti.
E forse è questa la ragione per cui, mentre molti medical drama vengono ricordati soprattutto per i casi clinici o per le storie sentimentali, Scrubs continua a essere associata a un modo di guardare il mondo. Anche nella sua apparente immaturità, J.D. non ha mai smesso di rappresentare quella parte di noi che vorrebbe essere competente, sicura e autorevole, ma che continua ad avere bisogno di qualcuno a cui chiedere conferma di aver fatto la cosa giusta.
Un’eredità che è arrivata fino alle nuove generazioni di medici
Il rapporto tra la serie e il mondo sanitario, del resto, è diventato negli anni qualcosa di più di un semplice riconoscimento da parte del pubblico. Braff racconta che gli capita continuamente di incontrare persone che hanno scelto medicina o infermieristica anche perché, da ragazzi, guardavano Scrubs.
«Succede centinaia di volte. Ci sono persone che ci fermano e ci raccontano di aver deciso di iscriversi a medicina o a infermieristica grazie alla serie. È commovente, perché noi interpretiamo degli eroi, fingiamo di essere persone capaci di salvare vite, ma sapere di aver ispirato qualcuno a scegliere davvero quella professione è straordinario».
Perché il punto, dopo venticinque anni, rimane esattamente lo stesso. La realtà di un ospedale non è fatta soltanto di emergenze e sacrifici, ma anche delle persone che lo attraversano, delle loro debolezze, delle amicizie che nascono durante i turni impossibili e delle battute che servono a rendere sopportabile una giornata troppo difficile. Se il medical drama tradizionale ha spesso raccontato che cosa significhi avere tra le mani la vita di un altro essere umano, Scrubs ha scelto di chiedersi che cosa succeda a chi quella responsabilità deve portarla sulle spalle ogni giorno.
E forse è per questo che J.D., oggi cinquantenne, continua a funzionare come venticinque anni fa. Non perché abbia finalmente trovato tutte le risposte, ma perché ha imparato quando è il momento di essere il medico che tutti si aspettano e quando, invece, può permettersi di essere ancora il ragazzo insicuro e un po’ ridicolo che il pubblico aveva conosciuto nel 2001.
In fondo, crescere non significa necessariamente smettere di fare gli stupidi. Significa sapere quando non ci si può più permettere di esserlo.
