Per Mario Biondi, una canzone non è soltanto una melodia da portare a termine né un singolo da mettere in circolazione. È una forma che prende corpo nel tempo: nella scrittura, negli arrangiamenti, nel modo in cui i musicisti si ascoltano, persino nelle imperfezioni che la registrazione decide di conservare. «Per me l’album è importantissimo: è una storia». È da questa idea che si può entrare in Two Entities, il nuovo disco in inglese che segue Prova d’autore, uscito lo scorso anno.
Biondi spiega così la decisione di pubblicare il suo primo album in italiano: «È stata proprio la forza dell’amore. L’avevo lì da troppo tempo». La distanza ravvicinata tra i due progetti gli sembrava una scelta poco consueta, ma non un motivo per rimandare. «Non ci sono più regole nell’ambito della musica, e in fondo questa cosa mi piace». Il passaggio dall’italiano all’inglese si accompagna all’incontro con musicisti provenienti da esperienze diverse. Two Entities, registrato tra Italia, Inghilterra e Stati Uniti, riunisce, tra gli altri, Antonio Faraò, Leee John, Till Brönner, Max dei Gabin, Mia Cooper, Harvey Mason, John Patitucci e Dominique Di Piazza.
Il titolo indica due delle componenti che Biondi riconosce come fondamentali nel proprio percorso: «Il jazz e lo swing come linguaggio, e indubbiamente la vena soul che mi ha sempre caratterizzato e appassionato negli anni». Queste anime convivono nel disco, dando forma a modi diversi di intendere il ritmo, la voce e la scrittura. L’uscita coincide inoltre con l’anno delle celebrazioni per i vent’anni di This Is What You Are e Handful of Soul, due capitoli centrali di una discografia che Biondi continua ad attraversare anche dal vivo.
Quando gli si chiede se si sia accorto di essere diventato un classico, risponde con ironia: «Me ne accorgo perché anche quelli sulla quarantina mi chiamano maestro, e questo già mi fa pensare che comincio a essere un po’ più anziano». Poi torna a una canzone che considera il suo cavallo di battaglia: «This is what you are è nata già un po’ con la presunzione di essere un classico. Aveva un riff di contrabbasso così intrgante che ha fatto breccia in tutto il mondo». La durata di un brano, suggerisce, si misura nel modo in cui continua a essere ascoltato e condiviso.
Anche Cocktail Blue, firmata da Biondi per musica e testo e realizzata con la collaborazione produttiva di Riccardo Piparo, muove da una stagione musicale precisa. Il brano guarda alla house dance di qualche decennio fa e alla memoria che quel suono porta con sé: «Abbiamo voluto ripercorrere quell’epoca con quella sana e malinconica voglia di raccontare un percorso vissuto e condiviso». Biondi stesso lo definisce con un neologismo «un brano estremamente “singoloso”», ma la sua attenzione resta rivolta alla forma più ampia del disco. «Non sono più alla ricerca del brano. Un album deve raccontare qualcosa».
La distinzione gli sta a cuore. «Ho sempre avuto una certa allergia per il singolo, fin dagli anni Ottanta», dice, aggiungendo subito che anche lui ha fatto ricorso a quel formato. A essere cambiato è il contesto in cui un artista prova a portare fuori un nuovo lavoro. «Oggi, soprattutto quelli come me e quelli della generazione precedente, si trovano un po’ in imbarazzo: come fai a promuovere un nuovo singolo, un nuovo progetto? La radio ha ancora un certo potere, ma la verità è che oggi il singolo è trainato principalmente da TikTok». L’album, per Biondi, offre però lo spazio per costruire un percorso in cui le canzoni si illuminino a vicenda.
Quella storia prende forma già prima di entrare in studio. «Il provino è il momento della creatività, quando hai la mente aperta e l’immaginazione a mille. Già in quel momento mi arrivano indicazioni sui suoni e sulle atmosfere da costruire», racconta. La scrittura gli fa spesso immaginare anche l’arrangiamento. Per Two Entities, dice, la preproduzione era già ben definita: «Ho aggiunto musicisti in studio mantenendo la linea che avevo tracciato». Quando si tratta di guidarli, preferisce lasciare spazio all’iniziativa. «Io sto molto a guardare… Fornisco una traccia iniziale e li lascio sfogare tutti. Poi, man mano, li porto verso quello che vorrei fare».
In questo processo contano la familiarità e la fiducia. Biondi racconta che il bassista e contrabbassista John Patitucci gli ha parlato con naturalezza, come farebbe un parente, dicendogli di apprezzare la sua musica. «Quando ti trovi davanti a queste persone e ti dimostrano affetto e apertura, ti fai coraggio e con un po’ di faccia tosta chiedi: “Suoneresti su un mio brano?”». La risposta, ricorda, fu semplice: «Mandamelo, lo facciamo subito».
Anche il batterista Harvey Mason, che Biondi considera un mito per il lavoro fatto con musicisti come George Benson, gli è rimasto impresso per la sua semplicità. «Stava lì ad ascoltare il mio provino vocale con ammirazione: “Ma che voce, ma che bello”». Nel suo racconto, il prestigio lascia spazio a rapporti diretti e a un ascolto senza cerimonie.
C’è poi una questione di fondo: che cosa rende vivo un disco? Biondi ricorda bene quando ha avuto tra le mani i nastri originali di After The Love Has Gone degli Earth, Wind & Fire. E di quanto fosse rimasto sorpreso dal fatto che, tra strofa e ritornello, il bpm passava da ottanta a centocinque battiti: «Venticinque in più, eppure se vai ad ascoltare il brano non te ne accorgi. Perché suona meravigliosamente così». La variazione non compromette la coerenza della musica; le permette di muoversi e reagire all’esecuzione. «Succede quando un pezzo è vivo, si muove, respira. Come un uomo che non respira sempre nella stessa maniera: ogni tanto rallenta, poi riparte».
È il contrario dell’idea che una buona registrazione debba rendere ogni elemento identico e immobile. «Oggi il musicista è allenato da trent’anni a stare su un click e a capire che cos’è una compressione», osserva Biondi. La precisione è parte del mestiere, ma il suono può perdere carattere se viene ricondotto sempre alla stessa regolarità. «A volte proprio le piccole imperfezioni fanno funzionare il pezzo». Biondi ricorda anche scarti armonici che, isolati sulla carta, potrebbero sembrare errori ma che nel contesto dell’esecuzione contribuiscono invece al carattere del brano. La musica è un insieme di relazioni: il tempo tra i musicisti, la risposta di uno strumento, il modo in cui il suono cambia da un momento all’altro.
Per questo i fonici dei grandi album dei Settanta avevano un ruolo che andava molto oltre la regolazione dei livelli. «Il fonico doveva essere prima di tutto empatico. Non doveva calcolare esattamente i sample di una cassa e il battere dell’altra cassa. Doveva capire il quadro». Come un critico d’arte, era chiamato a interpretare quello che i musicisti avevano fatto e a riconoscerne la forza. «Se avevano suonato in quel modo ed era convincente, il fonico doveva essere in grado di capirlo». Il suo peso nel risultato finale, dice, era «molto, molto alto».
Nel ricordo di Biondi, i fonici dei grandi dischi degli anni Settanta sapevano dosare lo spazio e l’aria della registrazione. «Quando tutto è inciso su un nastro, a volte manca l’aria; allora devi aggiungerla con i riverberi, con ambienti diversi, in punti diversi». Una chitarra può avere un certo peso in un passaggio, poi arretrare quando il pianoforte prende la scena. Sono decisioni che richiedono di ascoltare il brano nel suo insieme. «Se livelli tutto con un compressore e fai sì che sia tutto pari e schiacciato alla stessa maniera, rischi di perdere molto della registrazione originale».
A questa immagine del lavoro appartengono anche i banchi Neve, che Biondi ricorda come strumenti pieni di valvole e di canali, dal costo di un milione di dollari. «Oggi spesso si usano uno o due canali di un Neve per scaldare il suono che è stato registrato con l’aiuto di un computer».
Lo stesso principio informa il modo in cui Biondi pensa il funk. Per Take Your Soul to the Funk, uno dei brani del nuovo disco, avrebbe voluto spingere ancora di più sulla ruvidità. Ricorda i fiati registrati dal vivo e il timore che, attraverso compressione e lavorazioni successive, perdessero parte della loro presenza. «Quelli sono sei fiati che suonano dal vivo. Non puoi trasformarli in una linea sola: altrimenti, invece di chiamare sei persone, ne chiami una con una tastierina». Nella battuta c’è il riferimento alla tendenza a uniformare il suono e una dichiarazione di metodo: se si scelgono sei musicisti, bisogna lasciare che si senta la differenza tra sei persone e un’unica parte programmata.
Take Your Soul To The Funk è parte insieme a One BIg Family e The Noise of the people dello spettacolare trittico che chiude l’album tra black power, Motown e funk essenziale.
Tra i suoi riferimenti musicali Biondi cita: anche il rock dei Toto, la fusion, il versante soul e country dei Doobie Brothers, e Michael McDonald. «Sono sempre stato appassionato di tutti i generi musicali. Non mi sono mai posto dei limiti». Le influenze, nel suo racconto, passano attraverso la voce e diventano parte di un’identità riconoscibile. «Molti mi dicono che quando canto, la musica prende le connotazioni della mia personalità, del mio modo di essere e di vivere».
Poi c’è il momento in cui una canzone lascia lo studio e diventa parte dell’esperienza di chi ascolta. Mario lo dice senza esitazione: «Alcuni brani sono più del pubblico che miei». È anche per questo che, dal vivo, cerca di conservare un legame con la forma proposta sul disco. «Non amo dare una visione totalmente diversa. Mi piace essere coerente con quello che ho fatto all’inizio». Un classico, nel suo racconto, non è una canzone sottratta al tempo: è una forma che gli ascoltatori hanno fatto propria e che il musicista ha il compito di restituire, sera dopo sera, senza cancellare il primo incontro. «Devi suonare la canzone nella sua versione originaria, quella che hai regalato al pubblico e di cui le persone si sono “innamorate”».
