Home » Tempo Libero » Musica » Cremonini riparte da Londra, con l’album Amateur. «Dentro di me ho una crepa, la nuova musica mi ha fatto rinascere»

Cremonini riparte da Londra, con l’album Amateur. «Dentro di me ho una crepa, la nuova musica mi ha fatto rinascere»

Cremonini riparte da Londra, con l’album Amateur. «Dentro di me ho una crepa, la nuova musica mi ha fatto rinascere»

Con lui nel disco anche Malika Ayane, Fabri Fibra e Salmo. E un arrangiamento di Morgan

Quando tre settimane fa ho ricevuto l’invito per volare a Londra dalla casa discografica Universal Music, ad ascoltare in anteprima Amateur, il nuovo disco di Cesare Cremonini proprio lì dov’era stato concepito, mi sono chiesta che cosa dovessi aspettarmi.

Lui, l’artista, 46 anni, 27 di carriera, e dieci album con brani di successo – tra i tanti Buon viaggio, La nuova stella di Broadway, e poi Poetica, Vieni a vedere perché, Grey Goose, Dicono di me, Una come te, Logico e si potrebbe andare avanti – faceva sapere che questo sarebbe stato un progetto di rottura col passato. Per di più con un’esibizione finale all’O2 Shepherd’s Bush Empire, teatro da duemila posti, dove si sono esibiti i Rolling Stones, David Bowie, Prince, i Led Zeppelin, Amy Winehouse e Adele per dirne alcuni. E che lui sarebbe stato accompagnato da Donny McCaslin al sax e Zach Danziger alla batteria. Impossibile non avere aspettative.

Ieri, il giorno dell’ascolto, mentre scorrevano gli undici brani, e fuori dalle vetrate della sede di Universal di Londra, in Pancras Square, pioveva senza sosta, il pensiero andava ai 950 mila biglietti venduti per il Cremonini Live in meno di un anno. Un record, che deve avergli dato il coraggio di cambiare passo. Un desiderio che aveva da tempo.

«Sono cresciuto per 24 anni con un manager (Walter Mameli, con cui ha interrotto i rapporti, ndr) che mi ha forgiato, ma anche schiacciato. Mi ha insegnato l’ambizione, la disciplina, la voglia di arrivare. Era uno di quelli che, quando ero giovane e all’apice del successo, mi diceva: “La valigia non te la fai portare, la porti tu”. Era come l’allenatore di Agassi, qualcuno che ha saputo trasformarmi in un grande cavallo da corsa», ha commentato. «Però, come succede con certi padri padroni, ha creato dentro di me anche grande insicurezza, una crepa che negli ultimi tempi ha ricominciato a sanguinare. Questo nuovo disco non potrebbe esistere se non fossi stato quello del passato, ma oggi non sono più quella cosa lì. Ora sto cercando di trovare un posto in cui poter esistere anche senza questa crepa. La vicinanza alla musica mi aiuta a farlo».

Seduto davanti a una platea di giornalisti, anche internazionali, Cremonini per un’ora ha risposto alle domande.

Perché Londra?

«Per allontanare il disco il più possibile da me. Il mio nome può distrarre dalla sua essenza. Qui a Londra sono solo un artista italiano che presenta un disco: volevo rimpicciolire tutto quello che sta intorno e mettere la musica al centro, senza condizionamenti».

E il titolo Amateur, dilettante, che significato ha?

«Fare qualcosa senza avere necessariamente un obiettivo, una montagna da scalare o uno stadio da riempire. Dopo 26 anni in cui ho sempre avuto un traguardo, questo disco è nato dal vuoto della vita normale, dal contatto con me stesso. È il primo album che ho fatto senza sapere dove mi avrebbe portato. Anche per questo lo sento come un esordio».

A che cosa pensava mentre lo scriveva?

«Io vorrei che un disco fosse una porta per chi ascolta, qualcosa che permetta di scoprire ciò che non conosciamo. Non uno specchio che mostra qualcosa che già ci assomiglia. L’algoritmo oggi non ci aiuta in questo senso. Ed è per questo che ho scelto di presentarlo dal vivo stasera all’O2 Shepherd’s Bush Empire, prima ancora che il pubblico lo abbia ascoltato».

Il disco è nato nello Studio 13 di Damon Albarn, il fondatore dei Blur e dei Gorillaz. Che cosa ha scoperto lì?

«Per anni ho fatto il turista della musica: ho registrato negli studi più famosi di Londra, dagli Olympic ad altri luoghi leggendari. Belle esperienze, ma in un certo senso errori. La cosa più importante è successa quando sono entrato nello studio creativo di Damon, dove sono nati i Gorillaz. È un luogo quasi sacro: non basta prenotarlo, serve lo spirito giusto. Damon Albarn mi ha mostrato il suo scrigno di strumenti raccolti da tutto il mondo, e ha sentito che il mio progetto era davvero creativo. Io e la mia band abbiamo trascorso un mese lì, molte canzoni sono state completate come si faceva una volta: si arrivava con un brano e lo si costruiva in studio. Questo disco non sarebbe nato altrove».

Tra le collaborazioni c’è anche quella con Salmo, al brano che dà il titolo all’album. «Il mio ruolo nel brano è di psicoanalista e venditore di calamite», ha detto. «È stato bello averlo accanto in questo percorso, mi ha tenuto ancorato alla realtà. Una sera, a cena proprio a Londra, gli ho fatto un monologo di mezz’ora: volevo convincerlo che insieme avremmo potuto creare una squadra e cambiare le regole del gioco. Lui mi ha ascoltato fino alla fine, poi ha detto: “Sai perché questa cosa che dici non riusciremo a farla? Perché sei vecchio”. Forse ha ragione. Io ho ancora dentro l’energia del diciottenne che ero quando è iniziata la mia storia nella musica. Ma il mondo non lo cambiano le persone della mia età. È un insegnamento che apprezzo».

In Cose molto piccole canta con Malika Ayane, con cui ha un legame da sedici anni.

«Sul telefono è salvata come Mali. È una delle poche voci italiane capaci di raccontare i dettagli: la polvere sui mobili, le cose non urlate, quelle che non vediamo. Saprebbe raccontare un risotto al pomodoro e renderlo meraviglioso. In questo disco avevo voglia di parole più dirette, meno ricamate. Con Salmo e Fabri Fibra (che canta nel brano Paparazzi, ndr) ho cercato un’energia forte. Ma avevo bisogno anche di femminilità, e l’ho trovata con la voce di Malika Ayane».

Nel disco c’è anche Morgan: che cosa vi unisce?

«L’amore per la musica. Un giorno mi ha scritto e abbiamo iniziato a parlare di vita, di estetica e del mondo che stiamo attraversando. Mi ha mandato una canzone al giorno, le ho tutte nel telefono. Poi gli ho fatto ascoltare “Il giardino dei sassofoni” e si è concentrato sulla frase: «Siamo diamanti soli, in eterno». Senza che glielo chiedessi, una settimana dopo mi ha mandato dei passaggi armonici e un arrangiamento che è nel disco. Non ha voluto né soldi né crediti, nonostante abbia insistito. Mi ha detto che la musica è purezza, dialogo fra artisti».

Dopo 27 anni di carriera, che cosa desidera ancora conquistare?

«La libertà. Ma non credo che nessuno di noi lo sarà mai davvero. La libertà è una conquista, una speranza, forse qualcosa che arriva alla fine della vita, se siamo fortunati. Io studio il sassofono perché mi fa sentire un microbo, nonostante la carriera. Mi ricorda che ho tanto ancora da imparare. Non so se Amateur riuscirà a liberarmi. Se non ci riuscirò, ci riproverò con il prossimo».

© Riproduzione Riservata