Il 18 dicembre 1998 usciva il film di animazione più costoso della storia del cinema, destinato a entrare direttamente nel gotha dei colossal, sia per la musica, vincendo l’Oscar per la miglior canzone “When You Believe”, capace di realizzare l’unico duetto tra Whitney Houston e Mariah Carey, sia per la storia.
Il Principe d’Egitto è un cartone basato sulla storia dell’esodo, racconta la vita di Mosè, e sebbene vi sia ovviamente qualche licenza artistica e storica, rispecchia il significato più profondo di una storia che costituisce la base della fede per milioni di persone.
Trasformato in musical nel West end londinese nel 2020, dopo l’anteprima di Trieste a maggio, è pronto a sbarcare in una versione tutta italiana il 29 ottobre al Teatro Brancaccio di Roma, salendo poi a Milano, al Teatro Arcimboldi dal 25 novembre al 13 dicembre.
A dirigerlo è una firma italiana che ha saputo conquistare negli anni i palcoscenici più prestigiosi di tutto mondo, passando da Londra alla Gran Via di Madrid, per arrivare fino a New York. Lui è Federico Bellone, regista, scenografo, autore e produttore esecutivo, premiato con una menzione speciale dal Presidente della Repubblica per la capacità di rileggere grandi titoli senza tradirne l’identità, amplificandone anzi il potenziale emotivo.
Federico, sei reduce dal successo di Anastasia, nominato Musical dell’anno, oltre 150.000 spettatori e 100 repliche nei maggiori teatri italiani. Dopo l’anteprima a Trieste, riparti con Il Principe d’Egitto
“Il Principe d’Egitto è il cartone animato non Disney che ha incassato di più nella storia: personalmente ci sono molto legato, ma ho notato che gli spettatori di oggi, anche quelli più grandi o più piccoli di me all’epoca, hanno un legame molto forte con i musical tratti dai film di animazione. La televisione on demand ha ridimensionato la vita del cinema, mentre il teatro, soprattutto quello musicale, è molto richiesto.”
Guardando il trailer dello spettacolo, se ne capisce subito la suggestività, sembra davvero di essere al cinema, più che a teatro
“Tra i musical ispirati a film di animazione, Il Principe d’Egitto è probabilmente quello più trasversale; riporta una tematica adatta sia ai bambini, che agli adulti, non solo per la storia, ma anche per come è stato girato originariamente il cartone. Lo spettacolo ha un sapore estremamente epico, maestoso, come il cartone animato. E noi abbiamo cercato di restituire esattamente quel ricordo, ma dal vivo.
Quindi una versione italiana, fedele all’opera originale
Assolutamente. Vogliamo restituire quella che è la memoria del cartone animato. Spesso – succede anche a Broadway a volte – quando si vuole produrre uno spettacolo basato su un qualcosa di esistente, per qualche ragione si tende a volersi allontanare dall’originale. Per me la chiave è invece quella di cercare di stare il più vicino possibile; quando c’è un effetto nostalgia, come in questo caso, tradirlo con un’idea differente, non credo sia la scelta giusta.
La natura dello spettacolo è quella che rimane nella memoria collettiva. Ovviamente il mezzo è diverso, siamo su un palcoscenico, ma l’idea è quella di dare al pubblico un ricordo che conosce, possibilmente sorprendendolo con qualcosa di nuovo, ma ancora più efficace. Abbiamo coinvolto un cast di cinquanta persone, senza contare i componenti dell’orchestra, proprio per far riprovare le stesse emozioni.”
Lasciare al pubblico i ricordi a cui è legato, regalandogli qualcosa di nuovo. Mica poco. Possiamo sapere qualcosa di quel “di più”?
“Mettere una parete led o uno schermo nella scenografia, lascia il tempo che trova. Non dico sia un inganno, assolutamente, ma darne grande sfogo secondo me è un sacrificio. Ci sono tanti effetti che possono essere utilizzati nel teatro; per rappresentare il Nilo, per esempio, abbiamo usato una grande seta che in gergo si dice effetto a tempesta, tecnica usata anche da Strehler e dai grandi registi del teatro italiano. È sicuramente più sorprendente che vederlo proiettato sul pavimento.
Ci sono tante scene che richiedono molto ingegno per essere trasferite sul palco. Penso ad esempio alla corsa con le bighe o alle dodici piaghe d’Egitto
“Le fatidiche piaghe d’Egitto, verranno rappresento grazie a un ragazzo che dipinge nella sabbia; i suoi disegni incisi nella sabbia, daranno forma alle piaghe. L’apertura del Mar Rosso viene realizzata con effetti laser e del fumo: proiettare l’acqua che sale non sortirebbe lo stesso effetto, le stesse emozioni.”
Lo spettacolo ha richiesto molto tempo di preparazione?
“Generalmente un musical come questo lo si prepara in circa sei mesi, e le prove con gli attori richiedono quattro settimane.”
Quattro settimane per un musical di questa portata sono veramente poche; i tempi si sono notevolmente ridotti, anche grazie all’aumento di scuole di formazione. Che differenza noti tra le diverse generazioni di attori di musical?
“Gli interpreti di oggi sono indubbiamente più preparati, riescono ad apprendere e a offrire una resa in maniera molto rapida e di grande qualità. L’unica cosa che è cambiata, ed è un qualcosa che riguarda l’intero mondo dello spettacolo, è la minor “istrionicità”. Probabilmente un tempo, proprio per la difficoltà di arrivare, la società e il teatro selezionavano più duramente le persone; chi voleva fare questo mestiere era mosso da una volontà – anche di rivincita – talmente forte, da riuscire a tirare fuori tutta la propria particolarità. Le personalità sceniche erano ancora più forti di adesso.
Oggi addirittura c’è una necessità enorme di interpreti di musical, perché più della metà dei ragazzi che escono dalle scuole, vanno a lavorare in Germania. Per esempio, nel cast di Mulin Rouge in Germania, ci sono perlomeno una dozzina di italiani.”
Vuoi aggiungere qualcosa?
“So che lo spettacolo ha già venduto moltissimi biglietti, e questa la considero una bellissima notizia. A prescindere ovviamente che in quanto regista ne sia gratificato, trovo che il teatro, quando fatto bene, sia un intrattenimento bello e sano. Il fatto che le persone si ritrovino, come facevano una volta per il cinema, davanti a degli esseri umani, in una società come quella di oggi, dove io per primo passo moltissimo tempo al telefono, mi fa sentire felice e orgoglioso di lavorare in questo settore.”
Quello di Federico Bellone è uno sguardo visionario e innovativo, ma con un profondo rispetto della classicità. Siamo sicuri saprà dimostrarlo anche in questo capolavoro, dando piena forma a tutta l’epicità che permea una delle storie più importanti mai raccontate.
