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Il segreto del titanio e il vuoto: dentro le pagode labirintiche di Wallace Chan

Il segreto del titanio e il vuoto: dentro le pagode labirintiche di Wallace Chan

Tra il Long Museum di Shanghai e Venezia, Wallace Chan compie 70 anni: viaggio tra sculture monumentali, farfalle preziose e titanio eterno.

«Una ferita rilascia una propria luce, dicono i chirurghi», ha scritto Anne Carson, la poetessa Premio Nobel 2026. E nel silenzioso, elegante edificio brutalista che accoglie il Long Museum (West Bund) di Shanghai le ferite di Wallace Chan si illuminano di una luce inquietante. Il blu e il nero, mastodontiche pagode dove, come in un caleidoscopio, ci si trova immersi nei nostri incubi, ombre che si allungano sotto i passi dei visitatori, silenziose sculture che sembrano trattenere un dolore muto. L’artista cinese, fin da piccolo vissuto a Hong Kong, collezionato dalle più famose istituzioni del mondo (dal British Museum di Londra al Museum of Fine Arts di Boston) festeggia il suo 70esimo compleanno con due sorprendenti mostre dal titolo Vessels of other worlds, curate da James Putnam. Una è stata inaugurata durante la 61ª Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, nella Cappella di Santa Maria della Pietà e l’altra è ancora visitabile, fino al 25 ottobre, in Cina nel museo privato fondato dai collezionisti miliardari Liu Yiqian e la moglie Wang Wei.

Corridoi, passaggi bui che conducono attraverso “i contenitori di altri mondi” dentro un immaginario intimo, un percorso nella mente del suo creatore, come nel celebre film di fantascienza del 1966, Viaggio allucinante. Il mito e i titani, la nascita e la morte, lo Yin e naturalmente lo Yang. L’acqua è l’elemento fondamentale, panta rei, tutto scorre, contiene, riflette, muta continuamente. Nulla può essere trattenuto: le emozioni, il tempo che passa, i nostri momenti più preziosi. Le immagini rimandano al liquido amniotico che ci custodisce nell’utero materno, alla nascita e a quel dolore, cui nessuno può sfuggire: il taglio del cordone ombelicale, la separazione dalla madre. Poi la vita ci obbliga a guardare ogni giorno alla morte. Per Wallace solo attraverso l’arte può esserci rinascita. Tout se tient, anche se è tanta roba, diciamolo. Eppure lui che è nato sotto il segno dello Scorpione, il simbolo per eccellenza della Fenice, riesce a tenere tutto insieme. In un istante si passa dal visibile, ossia le mostruose e affascinanti creature alate, a una dimensione immateriale, spirituale e ultraterrena, quella delle opere di nera ossidiana, che sembrano provenire da un altro mondo (e forse vengono davvero dallo Spazio, perché dopo un po’ di giretti nei labirinti a molti sembrerà di essere tra il set di Gattaca e un racconto di Isaac Asimov). Gigantesche teste di titanio, «il materiale più vicino all’eternità», dice l’artista, che al loro interno nascondono altre figure, escrescenze che si allungano a mostrare multiformi pensieri. Il titanio così duttile e forte è materia prediletta, sfida il tempo. Eppure anche in tale presupposta eternità non possiamo che sfaldarci, dividendoci in mille personalità, costretti a cercarci tra totem filiformi, che ricordano l’essenzialità dell’immenso Alberto Giacometti. Fino a un poetico tulipano nero, che si erge solitario, fragile.

Il segreto del titanio e il vuoto: dentro le pagode labirintiche di Wallace Chan
Il segreto del titanio e il vuoto: dentro le pagode labirintiche di Wallace Chan

Dalle gemme di Fuzhou alla porcellana indistruttibile: l’alchimia della materia

La leggenda, o meglio lo storytelling, narra di un’infanzia poverissima: partito in barca con la famiglia da Fuzhou verso Hong Kong, dove a sedici anni era già un abile intagliatore, per poi diventare il più famoso gioielliere del Paese. Creatore di preziosi oggetti, inventore del “taglio Wallace” per rendere le pietre più luminose. Tagli, ferite e luce, ancora una volta. Nelle ultime sale sono esposte le sue preziosissime spille a forma di farfalla dai colori che incantano. L’effimero si unisce alla brevità della bellezza. E poi collane e anelli di una bianca porcellana da lui creata per essere più resistente del ferro.

Il silenzio dei cimiteri e l’ossessione del presente

Buddista, per un periodo si è dedicato alla vita monastica, racconta di amare la meditazione nel silenzio dei cimiteri, alchimista abilissimo a piegare i materiali con il fine di rendere immortale la sua arte. Eternarsi, questo è il desiderio. Impossibile dargli un’età: lunga barba bianca e una camicia dei Brooks Brothers senza una benché minima stropicciatura. Spiega durante una raffinata colazione di cucina italiana offerta all’interno del Long Museum: «In un mondo così complesso solo se ti abitui a cancellare i ricordi puoi creare. Dimenticare è il modo più sicuro per proteggerci dal dolore. Bisogna vivere soltanto il presente. Come diciamo in Cina: una volta che una cosa è stata detta, allora è già passata». Che sia l’amore o la nostalgia per quello che abbiamo perduto. Tutto scivola via. Resta il nulla, la creazione primordiale. A volte non è facile guardare avanti, ma il passato è un trucco fatiscente che Wallace sa evitare.

La vertigine delle grandi gabbie e il vuoto della stanza delle ombre

La parte più impressionante della personale sono le mastodontiche sculture alte fino a dieci metri al cui interno si può stare in piedi, circondati dalla luce blu e violetta, da oggetti che si rifrangono nei numerosi specchi, riflettendo il suo mondo illusorio, e per un attimo anche il nostro. Intorno si rincorrono bambini nudi come puttini, ruote che girano, teste di esseri mostruosi. «È un’esperienza fisica, spirituale, trascendentale», dice. Tutto insieme forse è un po’ tanto per le nostre semplici animucce occidentali. Queste elaborate strutture appaiono barocche, piccoli contenitori kitsch stipati di tartarughe, polipi, fiori di loto, segni zodiacali, meccanismi rotti di orologi, stalattiti incombenti. Eppure, abbandonandole per passare nella stanza delle ombre, ogni visitatore sperimenterà una sottile angoscia. Dopo averci regalato così tanta opulenza, ci lascia soli, nel vuoto. Peter Pan ormai troppo cresciuti ci ricerchiamo sulle pareti spoglie, rincorrendo invano la nostra immagine. Che fugge nel tempo e nello spazio ingannevole da lui creato. Fuori dal labirinto per fortuna non c’è la Regina cattiva di Alice pronta a decapitarci (perché il tutto sembra un viaggio lisergico), ma la calma del fiume Huangpu. Una bambina corre sui pattini a rotelle, Wallace Chan accenna un sorriso e sparisce oltre l’uscita.

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