Ufficio Stampa/Fabrizio Di Giulio
Televisione

Il Commissario Montalbano: i 5 motivi del clamoroso successo

"Una faccenda delicata", seguito da quasi 11 milioni di spettatori, è l'episodio più visto di sempre sia in termini di share che di ascolto

Ho deciso di fare coming out: non avevo mai visto per intero una puntata de Il Commissario Montalbano. Almeno fino a ieri sera. Sì, giusto qualche replica, ma seguita con troppa approssimazione. E ora mi domando: come ho fatto a schivare per diciotto anni tanta meraviglia? Quand'ero più giovane, mi rifiutavo di guardare le fiction seguite dai miei genitori, poi crescendo ho cominciato a preferire le serie straniere a quelle italiane (con qualche eccezione): un errore di cui mi sono accorto solo ieri, restando incollato alla tv fino all’ultimissimo fotogramma di Una faccenda delicata, seguita da 10 milioni 862 mila spettatori. Ora vi spiego cosa mi è piaciuto e perché non vedo l’ora di gustarmi la prossima puntata del film tv di Rai 1.

Luca Zingaretti superstar

Per un attore è più difficile incarnare per vent’anni un personaggio col rischio di senza lasciarsi schiacciare, oppure abbandonarlo all’apice del successo alla ricerca di un’altra identità artistica? La chiave del successo di Luca Zingaretti sta nell’aver trovato l'equilibrio perfetto: incarnare Salvo Montalbano, poi concedersi altre frequentazioni tra cinema e teatro. E pazienza se nell’immaginario collettivo per molti sarai sempre Montalbano. Zingaretti del resto è un po' come il commissario: seducente – di quel tipo di seduzione che incanta le donne ma attrae anche gli uomini, che in fondo vorrebbero essere un po’ come lui – e molto credibile. Dote rara e troppo spesso sottovalutata.

Il Commissario Montalbano è una di quelle serie che da sola vale il canone Rai. E’ il prodotto perfetto: Alberto Sironi impone la sua regia con tocco apparentemente leggero (è il graffio del maestro), Carlo Degli Esposti il suo lavoro di produttore lo sa fare con pragmatica bravura. E, da uomo di spettacolo che sa stare sul pezzo, gioca con i social provando a coinvolgere un’altra fetta di pubblico, quello più giovane, che già segue un’altra fiction da lui prodotta, I braccialetti rossi. Così Montalbano finisce per piacere ad un pubblico sempre più largo trasversale.

Il cast di grande livello

Se c’è una cosa che mi ha colpito a primo impatto è la bravura dei protagonisti. Confesso una particolare passione per Sonia Bergamasco, che ho molto amato ne La meglio gioventù e poi ancora nei panni di Laura Rengoni in Una grande famiglia. Un’amica mi ha detto: “Pensavo di far fatica ad abituarmi alla nuova Livia, lei invece è come se ci fosse sempre stata”. Nelle vesti della fidanzata del commissario a me è sembrata perfetta. Così come perfetta è l’inflessione siciliana di Cesare Bocci, il mitologico Mimì Augello, o la precisione dei personaggi solo apparentemente “secondari” – vedi Ileana Rigano, nei panni della prostituta settantenne Maria Castellino - e invece centrali per la riuscita del film.

La cura per i dettagli

Guardando Montalbano, la sensazione è che nulla sia lasciato al caso: dai dialoghi surreali tra l’agente Catarella e Montalbano, alla Sicilia quasi “fiabesca” e sospesa, con le piazze vuote e le strade senza auto (tranne le auto della polizia e la Fiat Tipo scassata del commissario), alla scelta dei personaggi minori. Forse per questo non mi ha stupito leggere che il regista Sironi arriva a fare più di 50 casting per trovare il volto giusto di un ruolo secondario.

Quel gigante di Camilleri

“Qual è il segreto del successo di Montalbano?”. Guardando Una faccenda delicata ho provato a rispondere a questa domanda e la risposta mi sembra quasi scontata: il segreto è Andrea Camilleri, la sua capacità di raccontare pezzi di vita, il suo genio creativo, la sua cultura. Immaginare che Montalbano sia il classico giallo, in fondo, è un errore da matita rossa: c’è tanto di più, c’è un vezzo ironico molto siciliano, un personaggio che ha trovato un suo equilibrio (la casa sul mare, le nuotate, Livia, il suo gruppo di lavoro) e soprattutto c’è la visione del mondo raccontata dallo scrittore attraverso le metafore, i rapporti umani e le storie di vita. Apparentemente semplici, in realtà complesse e sfaccettate.

Una fiction poco social

Al netto della scalata ai Trend Topic di Twitter – l’hashtag #IlCommissarioMontalbano ieri sera è stato uno dei più condivisi - Il Commissario Montalbano per me è una fiction anti-social. Banalmente, è uno di quei rari casi in cui è meglio twittare in maniera meno compulsiva per il solo gusto di non perdersi un dettaglio fondamentale delle indagini o una battuta di Catarella. Lunedì prossimo c'è il secondo appuntamento, con l'episodio La piramide di fango sempre in prima tv.

Ti potrebbe piacere anche