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Privacy mia non ti conosco

La Rubrica - Cybersecurity Week

La scorsa settimana, durante una cena, mi sono trovato “impigliato” in una conversazione sui social network. A cavallo tra il primo e il secondo alcuni dei partecipanti hanno iniziato a dibattere sul tema di come costoro guadagnassero miliardi di dollari violando sistematicamente la nostra privacy e questo in aperta violazione della legge a partire dal regolamento Europeo. Il dibattito si stava facendo acceso e sistematicamente ricorreva la questione della “violazione della privacy”. A quel punto qualcuno ha pensato di interpellarmi sostenendo che della materia mi occupavo per mestiere. Avendo la sensazione che il termine privacy fosse utilizzato a sproposito mi sono limitato a chiarire una questione essenzialmente etimologica.

Se consultiamo il Cambridge Dictionary scopriamo che “privacy” significa “someone's right to keep their personal matters and relationships secret” (il diritto di chiunque di mantenere le proprie questioni e relazione personali segrete) o anche: “the state of being alone” (la condizione di essere da soli). In buona sostanza si tratta di un diritto alla riservatezza che non può dipendere da alcuna legge, quanto piuttosto dalla personale volontà del singolo di non rivelare informazioni relative alla sua vita privata. Nessuna norma può impedire all’individuo di rendere noti i dettagli della sua esistenza, anche i più intimi. Viceversa si possono porre limiti all’intrusione di terzi nella vita del singolo al fine di scoprire i suddetti dettagli, ma in questo contesto ci sono le Costituzioni e ancora più specifiche leggi e disposizioni che regolamentano rigorosamente attività come le intercettazioni telefoniche e ambientali, i pedinamenti e via dicendo.

A quel punto ho fatto presente che la norma a cui tutti si riferivano, il Regolamento europeo relativo alla protezione dati, conta 99 articoli, 173 “considerando” le premesse alla norma, oltre 55 mila parole e il termine “privacy” ricorre ben “0” volte se non in una nota a piè di pagina. Piuttosto si ripetono continuamente i vocaboli “protezione”, “tutela”, “sicurezza”, “salvaguardia”. La legge di cui tutti parlano regolamenta quello che avviene dopo che l’individuo ha rinunciato alla sua privacy, di solito barattando l’utilizzo dei suoi dati personali con un servizio, spesso della società dell’informazione (per esempio una casella di posta elettronica, una app, uno spazio su un social network). La norma punta, forse paradossalmente, a proteggere gli individui da se stessi, dalla propria fondamentale inconsapevolezza e di come lo scarso rispetto per la riservatezza dei propri dati porti non di rado a conseguenze nefaste. Al dolce già si parlava di argomenti più “ameni” tipo l’elezione del Presidente della Repubblica e il Covid.

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Alessandro Curioni