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(Ansa)
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Infowar: certe cose cambiano, altre no

La Rubrica - Cybersecurity Week

L’inchiesta giornalistica che ha portato alla luce l’esistenza del “Team Jorge”, gruppo mercenario basato in Israele dedito alla manipolazione su commissione delle elezioni, mi offre lo spunto per due riflessioni.

La prima: certe cose non cambiano. Dal mio punto di vista le operazioni di questo genere rientrano nella cosiddetta infowar che si mostra come la naturale evoluzione delle modalità operative utilizzate durante la Guerra Fredda, non soltanto perché ne richiama le strategie e i metodi principali, ma anche per gli obiettivi non diversi: depistare, destabilizzare, condizionare, acquisire vantaggi locali e via dicendo. La progressiva infiltrazione del mondo digitale in quello reale ha spostato lo scontro oltre lo schermo. Lo spionaggio, come hanno dimostrato in passato le rivelazioni di Wikileaks e Snowden, vede centinaia di operazioni svolte da agenti armati di tastiera, e i social network hanno involontariamente fornito uno strumento di propaganda senza precedenti. Dal Russiagate al Team Jorge vi è assoluta continuità, ma non è difficile allungare questo “filo rosso” alle operazioni manipolatorie dei servizi segreti dell’ultimo secolo.

La seconda: certe cose cambiano. Forme di aggressione come i tentativi di manipolazione delle elezioni non sono una novità. Tuttavia, se in passato richiedevano mezzi, strutture e risorse proprie di servizi segreti o di organizzazioni equiparabili, con l’avvento della società dell’informazione basta un gruppo anche piuttosto ristretto di persone, determinate e competenti. Se prendiamo per vere le dichiarazioni del leader del gruppo, l’israeliano Tal Hanan, il “Team Jorge” avrebbe lavorato per manipolare il voto in 33 tornate elettorali negli ultimi venti anni. Effettuare più di un’operazione l’anno significa avere “industrializzato” l’attività, e a renderlo credibile basterebbe che fosse confermata anche solo la capacità del gruppo di controllare 30 mila avatar. Indipendentemente dallo specifico caso, dobbiamo prendere atto che tutto ciò è possibile ed era stato ampiamente previsto sin dal 1996, quando gli analisti della Rand Corporation, il celebre Think Tank statunitense, in uno dei loro report definirono le sette caratteristiche tipiche dello strategic information warfare. Proprio la prima riguardava le basse barriere di ingresso, sostenendo che “a differenza delle tradizionali tecnologie militari, lo sviluppo di tecniche basate sulle informazioni non richiede consistenti risorse finanziarie o il supporto governativo. Gli unici prerequisiti sono delle adeguate conoscenze dei sistemi e l’accesso ai principali network”.

Entrambe queste riflessioni portano a una conclusione: sapevamo bene che sarebbe accaduto. A questo punto resta una domanda: perché abbiamo fatto poco o nulla in proposito?

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Alessandro Curioni