Forse è la volta buona...
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Forse è la volta buona...

Giovane, garbato, europeista, liberale. Il programma del governo Letta è molto simile al suo premier. E lascia ben sperare - la diretta tv - il commento del direttore di Panorama - il testo del discorso di Letta -

Siccome non ho mai avuto in simpatia le rivoluzioni nel senso militante del termine e non mi piacciono le prese della Bastiglia né i primi Soviet e detesto le Comuni e disprezzo come utopica e perciò falsa la democrazia diretta che è sempre durata troppo e spesso è finita nel sangue, e tuttavia sono convinto che l’Italia oggi abbia bisogno di un’autentica rivoluzione liberale, il discorso di Enrico Letta alla Camera mi è piaciuto molto (ma molto).

Anzitutto, è un discorso bello anche senza audio perché pronunciato da un premier incaricato così giovane anche per gli standard europei. Si tratta di un’immagine nuova per un paese come l’Italia, costruita contro gli under 60. Poi, se alzo il volume a singhiozzo, colgo espressioni familiari alla mia cultura liberale: bene la disciplina fiscale ma di risanamento l’Italia muore, politica generale di riduzione del costo del lavoro e della pressione fiscale, giustizia giusta e certezza del diritto, situazione carceraria intollerabile, tagli ai costi della politica e moralizzazione della vita pubblica, riforma monocamerale, pari opportunità nell’istruzione, politica industriale per le piccole e medie imprese, società della conoscenza, riforma di un welfare oggi troppo corporativo e tarato sul maschio adulto…

C’è anche un po’ di sana e giusta demagogia nell’annuncio che il primo provvedimento del governo sarà l’abolizione del surplus d’indennità per i parlamentari che fanno i ministri. Un segnale d’obbligo per un paese che si ritrova ad arrancare tra la moltiplicazione di suicidi per disoccupazione e impoverimento.

Liberale è l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, così come la lotta all’eccesso di disuguaglianze (la forbice larga è caratteristica imprescindibile dei vecchi sistemi socialisti). Mi piace pure la promessa di un giro delle tre maggiori capitali europee sul continente: Parigi, Berlino e Bruxelles, in quanto cuore della UE. Per inciso, trovo formidabile la squadra del governo Letta per l’Europa, con 5 figure di assoluto rilievo e formazione internazionale: lo stesso Enrico Letta, per quanto giovane, che ha fatto le scuole all’estero e a cavallo dei suoi venti-trent’anni, se ben ricordo, era già segretario del Comitato Euro, il ministro dell’Economia Saccomanni (a lungo a Londra, nel pubblico da quando aveva 24 anni, autore di una tesi di laurea sulla “necessità della riduzione fiscale”), il ministro degli Esteri Bonino (che unisce il prestigio personale all’esperienza del partito transnazionale, un passato da forte Commissario europeo alla militanza sui diritti, il coraggio fisico al pragmatismo e alla correttezza istituzionale, la profonda conoscenza del mondo arabo e una storica amicizia con Israele), il ministro delle Politiche comunitarie Moavero che mangia pane ed Europa da sempre e ha svolto le sue funzioni con serietà non parolaia, e lo stesso ministro Giovannini, un economista vero, titolato, non più un sindacalista o giuslavorista al dicastero del Lavoro, per anni capo statistico dell’Ocse e poi presidente dell’Istat.

Nel discorso di Letta mancavano i toni demagogici di destra e tanto meno, per fortuna, di sinistra. C’erano invece realismo, serenità e fiducia. La coscienza dei propri limiti ma anche della propria determinazione. Non la prosopopea o l’arroganza. Una evidente, naturale attitudine al dialogo.

Abbasso di nuovo il volume e mi dico che forse questa è la volta buona.    

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